Tristi novelle giungono: è il nero periglio che arriva dal mare.
Annegando tutti i suoi, ammassati come buoi, lo scafista, con baldanza, nella tratta di transumanza piglia stanza, lanza e panza.
Ogni anno, i saracini, fanno business di clandestini. E ogni anno, a mano bassa, vegnon, parton e qua fan cassa.

Spaventevole è il macello, tutta Italia è un ostello!
Non c’è alfiere o generale: solo fossa e funerale. La questione dei pirati ci fa tutti disperati, ma non s’hanno risultati senza aver dei degni armati.
Trista e avara sembra la coorte: non si trova nessun forte!
Ma la sorte, cosa rara, non è proprio così bara. Non è già così spilorcia perché presto – ecco, arriva! – Brancarenzon da Norcia!
Ed ei, così parla:
“Bando agli scoramenti. Fora i petti, dritte le armi, alte le insegne. Oltremare ci aspetta lo sanguine et la gloria”.

Lo soffio dell’Averno have fugato da lo mondo lo timor di Dio ma il valente capitano, in groppa alla cavalla Leopolda, entra in Roma alla testa di otto sgorbi e un nano.
Sono facili al lagno, questi uomini, è vero, ma adusi alla ferrea disciplina de lo duce di Norcia, Pontassieve e Nazareno.
Qual si veggon, sembran malmessi, ma giammai chiamati fessi.
Essi sono Luca Lotti, già Rozzone delle Notti.
Poi c’è Grazian Delrio che non mai ebbe un Fio, egli è detto Cippa e Lippa e somiglia a sora Pippa.

Il Carrai Marco, detto Thorz, ha sei facce come il dado (di natura è proprio brado, sta nella broda sua a guado ma sagliette tutte quante nell’andare alle Terre Sante).
C’è Francesco Bonifazi, mastro delle finanze, detto Abacuc.
Poi c’e Nardella Dario Arnolfo, detto pure Mano-di-ferro e poi ancora c’è il buon Richetti Matteo detto Stetti di Filuccio (se ne sta a cavacecio su Davide Faraone detto Colombino, spirto assai sopraffino).

Et infine, soave di grazia, c’è Silvia Berlusconi nelle vesti di Tiburzia da Pellocce, ossia la streghetta innamorata di Brancarenzone. Ella vorrà ghermirlo di baci ma elli, che pure fugge la verità ma non il vizio, le dirà:
“Suvvia citrulla, potrei esserti avo!”.

Tanta parte Silvia Tiburzia è dell’avventura. Ella giura su ogni primogenitura, s’impaura e poi s’indura oltre ogni pia misura per donar sicura vittoria senza farne vanagloria, anzi, per dare luce e storia allo duce che, pugnace, d’ogni uom ne fa un seguace.

Ecco l’armata. Ed è a questa adunzanza che il capitano rivolge il discorso:
“Alzate le insegne e voi, bifolchi, mettetevi all’ombra di esse”.

Gran capitano di grande impresa è Brancarenzone; è pronto alla Crociata. Arrivato col seguito suo al lago di Bracciano, credendo esso sia lo mare saracino, ordina che si getti lo tabulato d’imbarco, fa una start-up, scatta un paio di selfie e si consulta con Roberta Berta d’Avignone, signora di Pinotti e Ferribotti per aver da lei la giusta provvigione di armamenti et anche di confermare l’intenzioni pur sanza guiderdoni, di non temere né piova, né sole, né vento; grande è la fede – stretto è lo mare – e “ite!”, dice loro Roberta Berta d’Avignone, signora di Pinotti e Ferribotti, “non voglio vedere né lacrime né indugi”.

Ma la faccenda è, alfin, battuta, grande è la fede, il lago non è il mare, e di partir l’armata non parte. E fu così che Brancarenzone habbi verba muta, i pirati scafisti fanno avanti e ‘ndrè e lo sdegno suo si esprime per le rime:
“Ma il drone li contenne o scappiamo lemme-lemme?”

Lungo è lo cammino, attesa è la meta.
Senza bombe americane niun si cava dalle grane. Ma pur anco se ci son queste poi risultano funeste. Ancor più che li nemici esse ammazzono gli amici. E il drone, comandato, dall’american alleato, non va mai a destinazione bensì solo a pagamento pena grave pignoramento.

Ed è questo, a dir lo vero, il momento ancor più nero. Angelin Maraldo Alfano, il guardian del Viminale, pur restandoci assai male, pronunciò il pontificale:
“Senza pani e carni frisca, s’infiacchì la surdatisca e i nimìci saracini c’hanno invece pani, caci e vini”.
Donna Boldrina, signora delle Camerelle, senza tema d’esser imbelle, si tirò una mezza schiera per trovare altra maniera et prestossi da paciera:?“La Crociera è più opportuna, mette pace alla Mezzaluna. E imperocché havvi umanità, la Crociata non si fa se lo dice anche Sua Santità!”.

Lo Pastore Buono dell’umano gregge, per non contraddicere, però non vuole dicere, e Salvin de’ Salvini, detto fatto, or s’adira tutt’un tratto:
“Diu è cu nui, o è coi mori pure lui? Ha lasciato campo nettu al collega Maomettu?”
“E’ timor non infondato, lo momento è assai impicciatu!”, gli risponde Re Giorgio Boemondo Napolitano che non dà sovranità e niuna regalità allo tristo vicerè Mattarè dei Mattarè, il Turone di Squillace che se ne sta dimenticato e però in santa pace.

Dammiti e prenditi, prenditi e dammiti fanno li inimici ma Brancarenzone, gran capitano di grande impresa, alla testa di otto sgorbi e un nano, dammiti e prenditi, prenditi e dammiti fa con i mori, e a loro, va contro con il coro:

Branca Branca Branca,
Renzon Renzon Renzon!?Siam l’armata Brancarenzoni
Che si tiene Berlusconi,
Mmez’ al mare ‘na barca ce sta
Zaza zaza parapapà
Ce sagliette tutti quanti

Per andare in Terre Sante
Pirulèèèè…
Pirulèèèè…
Arrivati in Terre Sante
Zaza zaza parapapà
C’arricchimo tutti quanti
Per andare in Terre Sante,

Ci portiamo Berlusconi
Siam l’armata di Brancarenzoni
E facciamo Renzusconi!
Zaza zaza parapapà!
Branca Branca Branca,
Renzon Renzon Renzon!

Brancarenzone è di nuovo in viaggio. Il Gran Capitano, diretto nelle sabbie d’Africa, disonorato per aver confuso il lago di Bracciano col mare libico, avvilito per aver scambiato i burini per beduini, invoca l’Angelo della Morte che gli si palesa nelle sembianze di Mario Draghi. Terrorizzato dall’apparizione gli chiede una proroga per avere il tempo, se non proprio di sconfiggere i trafficanti di uomini nei loro barconi, di approvare l’Italicum, di aggravare l’Imu agricola e di rinnovare il Nazareno.

La posticipazione gli viene magnanimamente concessa et Brancarenzone riprende il suo navigare fino ad arrivare – chiedendo un passaggio a Francogladio di Schettino, arruolato nel frattempo dalla flotta francese – alle coste tripoline dove incontra le masse di esodati imprigionate dalla maga Fornero.

Nel solcare lo mare aperto, Brancarenzone affonda questo e pure quello. Pescherecci di Mazara, barcarole di Anguillara, i vascelli miserelli di innocenti poverelli e poiché maldestro assai lo inimico elli non scorge mai, si aggrappa a un altro drone che lo svela tutto prone a comprare un aeroplano pronto cassa e cash in mano.
“Poco dongo, poco tengo” or gli dice il sire Obamo visto che del buon valsente il cliente è sempre gramo.

Alla guida del suo manipolo, Brancarenzone, che mai si detta pena tosto trova una pergamena. E’ una cartapecora della UE scritta di proprio pugno da Angela Ottone Merkel, imperatrice di Sassonia e di Baviera dove si dettano le condizioni per la presa di possesso dei fortilizi Mediterranei, avamposti per la guerra ai pirati saracini.
Brancarenzone – intanto – attraversando i deserti, incontra un principe bizantino diseredato.

E’ Teofilatto Orfini dei Leonzi, il presidente del Pd, ex giovane turco, con lui entra in una città apparentemente deserta, addobbata per la Festa dell’Unità dove, dando licenza di saccheggio, scova degli ospiti non proprio desiderati. Tra loro c’è Bersani da Groppone, quindi Rosi Bindi da Figulla e Silvia Sardone, signora di Aurocastro.

Quest’ultima, non trovando loco nella dimora di Arcore, supplica mercede ma Tiburzia Berlusconi le scaglia una tremenda magia:“Lucibello, Satanasso, Lippi Lappi, Alto Basso, Samorì Samorò, Mazzicabè Mazzicabù, statte accuorta ca tu non ci stai più!”.
La tremenda magia è di pronta malia e Silvia Sardone in sì buia liturgia se ne va dimenticata peggio ancor di quel dì quando andò il Samorì.

Brancarenzone caccia dalla Festa dell’Unità gli ospiti indesiderati (salvo scoprirla infestata di tortellini marci) ma in un gazebo, in verità assai ricco, trova però una filosofa intenta al canto del Cuccurucù. E’ la sosta assai gradita e il fraseggio si perìta di concetti molto strani. E’ Teodora Campana, signora di Campanini, che allo duce dell’Armata dedica presto una ballata (e pur anco una frustata):
“Prendimi, dammiti; dammiti prendimi”.

Brancarenzone prosegue il cammino verso la meta di Ierosalemme – dove conta di farsi un lavacro di penitenza – quando s’inoltra in una foresta incantata. Ed è li che la sorte si mostra sì ria ma elli salva una giovane e promessa sposa. E’ Matelda Ale Moretti, caduta preda tra le grinfie di barbari alemanni delle Venezie, pronti a impedire il matrimonio della donzella col promesso suo sposo, il nobile Giletti da Guccione, presso la roccaforte dell’Arena. La liberano e la consegnano al suo promesso presso la duna di Saxa Rubra ma questi, vedendo perso per sempre il feudo delle Tre Venezie, la costringe alla clausura, traendola in un consiglio di quartiere di Vicenza.
renzi parla inglese

Non mancò mai il coraggio ma si perde l’occasione di arrivare alfin nel passo di più nobile tenzone. Bombardare è cosa sana se mai può donna Dani di Santancone, la cui furia è di Gorgòne, sparacchiare sul barcone di ogni orribile mascalzone, ma ancor più che il sermone, lì la ferma il solleone e con lei – sconfitto ma ancora non trafitto – perde forza il pur leone, il potente Brancarenzone.

Nulla può lo santo romito Pantaleo, capace di annullare ogni reo, e poiché contesa è persa non si sa più come versa: si appresenta della Morte, l’Angel nero della sorte. La disfida è apparecchiata nella duna già sudata. E combatte, fiero e forte, sì orgoglioso e buon leone, il potente Brancarenzone.
“Io reclamo lo credito mio”, urla tetro lo scheletro da retro.

“Morte mia non è vita tua!”, risponde Brancarenzone menando il suo fendento che pur tremento non porta nocumento all’invicibile natura della morte più sicura.

E quando s’alza la falce per ghermirlo ecco che Silvia Tiburzia Berlusconi, per sincero amore, vi s’immola andando incontro alla lama. Lo conto è pari:?“Uno morto volea e una morta mi prendo”, ghigna lo spettro ed è così che solingo e ammutolito, senza neppure un selfie, un twittero o una slide, Brancarenzone da Norcia, signore di Pontassieve e duce di Nazareno, per il deserto ramingo se ne va.

Lo nero periglio ruggisce da lo mare. Niuno drone lo contenne, e Brancarenzone, senza manco guiderdone, se ne torna lemme-lemme e si scorda Ierosalemme.
Dal cielo, intanto, allegra e innamorata, una gazza s’è posata sulla spalla dell’eroe nella trista camminata. Ella è Silvia, ed è tornata.

Fonte: Il Fatto Quotidiano