Vent’anni e un giorno , si intitola il libro (Bompiani) nel quale Giuseppe Bottai ripercorre la propria vita nel fascismo, culminata con il voto del 25 luglio 1943. «Quarant’anni e un giorno», mi viene in mente mentre scrivo questo articolo, ricordando il giorno in cui, studente universitario, mi presentai intimidito in casa Bottai, a Roma.

Mi accolsero Donna Nelia, la vedova, e il figlio Bruno, diplomatico da poco scomparso. Volevo laurearmi con una tesi su Bottai, e avevo mandato pagine e pagine di appunti. Con una decisione che ha del miracoloso, la famiglia decise di aprirmi parte degli archivi – che aveva negato anche a Renzo De Felice – e di presentarmi a tutti i molti testimoni ancora viventi. Dalla tesi sarebbe nato un libro pubblicato prima da Feltrinelli, poi da Mondadori e oggi da Bompiani, a testimoniare una vita insolitamente lunga, per un saggio di storia contemporanea.

A convincere Nelia e Bruno era stato il mio progetto di studio. Mi aveva stupito che su Bottai non esistesse neppure un libro, mentre tanti ce n’erano sui rozzi Starace, Farinacci e compagnia brutta. Eppure Bottai era stato l’intellettuale/politico più importante del fascismo, singolare voce critica del regime pur avendo al suo interno grandi responsabilità. Antonio Paolucci – ex ministro dei Beni culturali, attuale direttore dei Musei Vaticani, non sospettabile di filofascismo – nel 2010 l’ha definito «il più grande ministro della cultura che il ventesimo secolo abbia avuto».

Era proprio questo l’aspetto che mi interessava, da studente cresciuto in un’epoca in cui tutti i fascisti erano cattivi e tutti gli antifascisti buoni: dimostrare non solo che durante il regime c’era stata una vita culturale intensa, ma addirittura che c’era stata una cultura fascista. Lo so, sembra incredibile, ma quarant’anni fa, dopo trenta di disinformazione, una simile evidenza era non detta e indicibile.

Quel giorno in via Mangili, nella vecchia casa vicino allo zoo che Bottai aveva abitato, accadde anche un’altra cosa importante per la mia vita. Su un tavolino, dentro una cornice d’argento, c’era una foto di Gabriele d’Annunzio giovane, con una dedica autografa: «A Maria Grazia e Viviana, che nei loro nomi portano la grazia alla vita – Il Collegiale di Prato». Quella dedica mi portò subito a esplorare gli archivi del Vittoriale, all’epoca ancora chiusi, e a imbattermi in D’Annunzio come altro problema storiografico, un problema al quale ho dedicato questi ultimi anni.

Intanto conobbi Viviana e Maria Grazia, «sangue del Prode», secondo un’altra dedica, ovvero la primogenita e la secondogenita di Bottai. Maria Grazia – detta Mizzi, nata nel 1926, una vita dedicata al giornalismo e ai figli – oggi pubblica un libro intitolato Giuseppe Bottai, mio padre. Una biografia privata e politica (Mursia, pagg. 286, euro 17). Si sbaglierebbe a credere che si tratti «soltanto» delle memorie di un testimone diretto, per di più influenzate dall’amore. Il racconto ha un’abilissima forza narrativa, che si percepisce fin dalla prima pagina. Inizia con una flebile voce di bambina, come una fiaba: «Tutto cominciò così: perché la Russia con Lenin voleva l’Internazionale». In un crescendo di poche righe, in una pagina, si arriva alla scrittura efficace e dura di un’adulta che giudica come sono stati distorti, nel dopoguerra, i giudizi su suo padre e sul suo fascismo.

I ricordi personali si intrecciano all’analisi storica e politica. Leggiamo così del suo passare sulle ginocchia di Marinetti, Malaparte, Ungaretti, Petrolini («Mi spaventava, con i suoi occhi bistrati e il suo sarcasmo»); ma leggiamo anche l’analisi, acuta, del pensiero che guidò Bottai per tutta la sua vita politica nel fascismo: «Creiamo a noi stessi la nostra opposizione»; ovvero, stimoliamo il dibattito interno, anche con contrapposizioni aperte, per dare linfa e slancio rivoluzionario al regime. Esattamente il contrario di quello che accadde nella realtà: ovvero, come scrisse lo stesso Bottai, un regime «accentrato sulla punta di uno spillo», Mussolini, definito «una centrale elettrica che accende una sola lampadina».

Maria Grazia aveva 12 anni nel 1938, l’epoca delle leggi razziali, quelle che tuttora lasciano un cono d’ombra sulla figura di Bottai. Come ministro dell’Educazione nazionale, infatti, fu determinatissimo nel preparare e applicare le leggi che espellevano gli ebrei dalle normali scuole italiane. Ormai è dimostrato che il gerarca non era antisemita (non più di quanto lo fosse la maggioranza degli italiani dell’epoca), e la mia tesi è che sia rimasto vittima della sua stessa efficienza. Decisa da Mussolini la legislazione razziale in piena estate, bisognava che tutto fosse pronto per l’apertura delle scuole, in settembre. La tesi della figlia, più audace, è che il padre abbia voluto, con una legislazione scolastica dura, impedire che i nazisti ne pretendessero una durissima. In entrambi i casi sbagliò, accettando un compromesso che continua, e continuerà, a pagare. Nel 1995 Francesco Rutelli – sindaco di Roma certamente non nostalgico – gli voleva intitolare una via, e dovette rinunciare per la protesta delle associazioni ebraiche.

Pagò quei compromessi anche da vivo. Nel diario (pubblicato in due volumi dalla Bur) parla diffusamente del «difetto di vigore critico» che gli impedì di opporsi alla «degenerazione del fascismo», risolvendosi poi a troncare il compromesso «con un taglio netto»: il suo voto contrario a Mussolini, il 25 luglio 1943. Maria Grazia Bottai aveva ormai 17 anni, e ricorda benissimo un giorno di primavera di quell’anno, quando Galeazzo Ciano – andato a prenderla a scuola insieme al padre – disse, indicando un lampione: «A questo mi impiccheranno…» Ciano finirà fucilato, mentre Bottai – condannato a morte sia dal Regno del Sud sia dalla Repubblica di Salò – riuscì a salvarsi in un modo che non ebbe seguaci. Si arruolò nella Legione straniera, per combattere non altri italiani ma i nazisti, e «espiare» quel «difetto di vigore critico» di cui si sentiva colpevole. Ritornò nel 1948, e morì ancora giovane nel 1959. Circondato dal rispetto, soltanto un missino esagitato gli aveva dato uno schiaffo, incontrandolo nel centro di Roma.

Fonte: Il Giornale