La storia del rapporto Chilcot che condanna Blair per la guerra a Baghdad nel 2003 comincia al confine iracheno con la Giordania. Nella lunga attesa del visto, il viaggiatore veniva fissato per alcune ore, dal cuore della notte all’alba, da un falcone grigio aggrappato a un trespolo. Immobile ma sembrava pronto a ghermire la preda: il becco adunco e gli artigli potevano essere quelli di Saddam Hussein, che da decenni faceva quel che voleva delle vite degli iracheni – sciiti, sunniti o curdi che fossero – ma forse anche dell’Occidente che ormai aveva afferrato una preda ambita.
Nel 1991, dopo la guerra per la liberazione del Kuwait dall’occupazione irachena, nessuno era intervenuto a salvare gli sciiti dalla vendetta di Saddam: eppure Bush padre li aveva invitati alla rivolta contro il regime baathista. Si fece una “no fly zone” per i curdi ma quasi nulla per le popolazioni del Sud, di Kerbala, Najaf e Bassora: a migliaia vennero impiccati sulle spianate delle moschee. Gli sciiti, occupando il potere con l’invasione americana del 2003, si presero la rivincita dopo la caduta di Saddam; i sunniti stanno cercando vendetta da anni, prima con Al Qaeda e poi con l’Isis.

Questo è il vaso di Pandora scoperchiato allora e che ha diffuso i suoi effetti letali dall’Iraq alla Siria, dal Medio Oriente all’Europa. Siamo quasi sicuri che del falcone grigio né Blair né Bush jr., che lanciarono la guerra all’Iraq, non hanno mai sentito parlare. Eppure quell’Iraq che allora si attraversava soltanto in auto con un viaggio di 12 ore da Amman – i voli furono proibiti dalle sanzioni – era stato un beniamino dell’Occidente e delle monarchie del Golfo quando veniva rifornito di armi e soldi per fare la guerra nel 1980 all’Iran di Khomeini.

Da quel conflitto di otto anni con un milione di morti, l’Iraq di Saddam era uscito con un debito estero di oltre 90 miliardi di dollari. Come il falcone le monarchie del Golfo e l’Occidente tenevano il raìs penzolante nel becco dei debiti. Nel 1990 Saddam, strangolato, voleva un aumento del prezzo del greggio, e contestò al Kuwait la sua politica di sovrapproduzione che deprimeva le quotazioni del barile. Si generò uno degli equivoci storici più sconcertanti quando nell’estate del 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie, incontrando Saddam diede un implicito via libera all’occupazione del Kuwait. «Non potevamo sapere che gli iracheni si prendessero “tutto” il Kuwait», fu questa la sua giustificazione alla Bbc.

Gli errori compiuti nel 2003 sono figli di questa storia, comprese le bugie sulle armi di distruzione di massa: Saddam era sotto controllo dell’embargo, americani e inglesi dirigevano il comitato sanzioni a Baghdad e tutto quello che l’Iraq importava ed esportava passava su un conto Onu a New York della Bnp, secondo i dettami della risoluzione “oil for food”, petrolio in cambio di cibo. Intorno vedevamo una popolazione stremata che dipendeva strettamente dal razionamento, fuori gestito dalle grandi potenze, dentro da Saddam. Il rapporto di John Chilcot, presidente della commissione d’inchiesta britannica, definisce «precipitosa» la partecipazione all’intervento militare Usa in Iraq del 2003. Le conclusioni della commissione rappresentano una condanna politica per Blair. Ma soltanto per Blair? Il 9 aprile del 2003 i marines entrarono in Piazza Firdous: non più di duecento persone assistevano all’evento ma nell’obiettivo delle telecamere questa piccola folla apparve una moltitudine traboccante sugli schermi del pianeta.
Al tramonto il simbolo di un regime brutale fu abbattuto dai genieri con funi d’acciaio: era l’immagine che si voleva diffondere sui media, da incorniciare tra gli eventi del millennio. E adesso cosa ci aspettiamo dalla caduta dell’Isis? Questo il rapporto Chilcot non può dircelo ma possiamo intuirlo.

Fonte: IlSole24Ore