Per chi è nato e cresciuto a Bisceglie, la Casa della Divina Provvidenza è un po’ il centro del suo piccolo universo. Il più grande manicomio del sud, no d’Italia, forse d’Europa, dicevamo in un delirio maniacale di grandezza. La più grande industria della pazzia, migliaia di malati e altrettanti infermieri e medici, ramificato in altre quattro, cinque sedi come tentacoli di una divina piovra.

E un fiume di ricordi, di leggende, a volte in odore di santità, altre di demonìa ispirate a quella Casa. Una città nella città, col suo campo sportivo, i suoi padiglioni immensi e i suoi viali, e da lontano, dal mare, quelle sagome di dementi tra le grate, le urla disperate, e poi gli sciami di malati in libera uscita, quei corpi sformati, quelle teste assurde, quei sorrisi e quei pianti grotteschi… La casa della Divina Provvidenza era anche un centro di potere. Il suo Amministratore, cresciuto all’ombra del Fondatore, si chiamava Lorenzo Leone, alias Il Commendatore, aveva l’aspetto di un potente, facoltoso fazendero sudamericano. E un po’ alla sudamericana conduceva la sua Speciale Azienda, con paternalismo ma nel rispetto delle Ancelle, altro che pisciare in bocca…
E al tempo delle elezioni, che cos’era la Casa, un blocco compatto di migliaia di voti, in percentuali bulgare, dirottato sulla Dc, e su uno o più candidati, poi devoti alla Casa madre. Il declino cominciò dopo la legge 180, ma fu lento e tortuoso nei decenni; le infinite traversie, le oscure dicerie. Fino alla conclusione tra le braccia del senatore Azzollini. E quella frase, terribile e pazzesca, vera o inverosimile, che colpisce più di ogni cosa, perfino più del buco gigantesco in milioni di euro. La Casa ci aveva abituato a tutto, ma non a un Padrone Unico che maltratta in questo modo le Ancelle della Divina Provvidenza. Mi è capitato più volte negli anni di ricordare anche nei saloni della Casa la figura del Santo Fondatore, don Pasquale Uva, noto a bisceglie come Zi’ Terrone, che compì la grandiosa impresa di raccogliere nel sud i dementi e i deformi e si sporse a immaginare i villaggi postmanicomiali, quando ancora Basaglia e l’antipsichiatria non si erano visti all’orizzonte. E una volta pubblicai la proposta di celebrare a Bisceglie sulle ceneri del Manicomio un festival internazionale della pazzia, dedicato ad artisti, poeti, filosofi e cantanti pazzi, con esposizioni dei cimeli del manicomio, giornate in cui la pazzia prendeva le chiavi della città, murales e spettacoli. Le suore mi scrissero entusiaste, credo proprio Suor Marcella a nome di tutte. Ma la politica locale frenò, perché il contrario della follia non è la saggezza ma la stupidità.

Fonte: Corriere della Sera