Tutto non direi, ma un po’ di tutto è nella Siria e dalla Siria ci proviene fin dall’antico. Non starò a riepilogare testimonianze e frammenti del nostro dialogo ininterrotto con questa terra di mezzo che separa mondi, spesso irriducibili tra loro, e al contempo apre le sue porte di bronzo affinché scorrano saperi e malanni, virtù e barbarie. Ora, per la Siria che fu opulenta e infida, lussuriosa e dottissima, è il momento della massima discordia, sulla sua ricchezza profanata volteggiano mostri che uccidono e infettano come le Arpie di cui scrive Virgilio (trad. Luca Canali): “Ma improvvise con orribile discesa dai monti compaiono / le Arpie e scuotono con grandi strida le ali, ghermiscono i cibi e lordano tutto con immondo contatto; s’odono lugubri strida tra il lezzo”. Gli uccellastri immondi hanno il volto barbuto dei tagliagole e quello disperatamente tirannico degli assadisti; il loro pasto sono le vite innocenti del popolo siriano (ma anche quelle colpevoli, e di qualunque colpa).

 Il mio amico Buttafuoco, che di suo è islamico d’obbedienza sciita, ha ammesso nel suo ultimo libro (“Il feroce saracino”, Bompiani) d’essersi “incamminato nel solco del pellegrinaggio di Iskander, ovvero Alessandro Magno”, passando necessariamente per la Siria, il cui controllo è indispensabile a chiunque voglia irradiare la propria potenza verso oriente, o viceversa. Come un luogo di transito e di trasformazione quasi alchemica. Apprendo dal Buttaf che “a Bosra, sempre in Siria, predicò Cristo il monaco Bahira, il santo cristiano che per primo riconobbe in Muhammad, il Profeta, i segni sacrissimi del suo Messaggio”. Il che spiega molte delle dismisure escatologiche cui assistiamo in queste ore. Ma io, che di mio sono pagano e romano, so bene anche altro.

 Chi possiede la Siria può amministrare, e spesso somministra, un tesoro di farmaci e veleni. Da lì vennero i primi seguaci del simbolo chiamato crocifisso, i quali a Roma presero domicilio per lo più a Trastevere (trans Tiberim), seguendo le orme dei connazionali migrati alle pendici del colle di Giano, maghi talentuosi devoti a un dio-fanciullo avvolto (prigioniero?) in un sudario che forse già preannunciava il Bambino in Aracoeli, nonché praticanti di oscuri riti che si svolgevano nel santuario siriaco del Gianicolo inaugurato da un sacrificio umano.

 Di questa forte ambivalenza era materiata la viziosa natura di Eliogabalo, originario di Emesa, oggi Homs, massimo sacerdote di una divinità solare dal divorante bagliore femineo (El Gabal), in quanto rampollo di un lignaggio matriarcale che signoreggiò a Roma nel Terzo secolo sotto i Severi, grazie all’influenza incontrastata delle donne Giulie: Soemia (sua madre), Mesa (sua nonna), Domna e Mamea (sue zie, la prima delle quali imperatrice). Salì sul tetto del mondo, il dispotico siriaco Eliogabalo, ma dai Romani fu incompreso, giudicato empio e sessualmente degenerato per via della sua indecidibile bulimia erotica: sposò donne e uomini (per gli attuali canoni occidentali sarebbe avantissimo!), si prostituì con certi tipacci nelle fetide tabernae dell’Urbe. Silenziosi e spicci, i pretoriani lo fecero a brandelli, prima di gettarlo nel Tevere. Ricordo con diffidenza caliginosa alcuni passaggi della biografia a lui dedicata da Antonin Artaud negli anni Trenta del secolo scorso (in Italia per Adelphi), in particolare la descrizione del suo labbro pendulo da fellatore seriale. Una crudeltà verosimile, a giudicare dalle monete che lo effigiano, e solo in parte riscattata dal bel dipinto preraffaellita di Lawrence Alma Tadema intitolato “Le rose di Eliogabalo”.

Ma non è tutta qui la “nostra” Siria, beninteso. Il migliore occidente, per esempio, forse ha dimenticato ma è ancora debitore a una scuola filosofica di altissimo rango germogliata in Siria (o in corpi siriaci) sotto l’influenza linguistica greca, imperante Roma, e che dal Secondo secolo fino alla tarda antichità ci ha trasmesso la sapienza teurgica di Pitagora e Platone grazie a Numenio di Apamea, Porfirio, Giamblico, Damascio… Nella seconda metà del Quarto secolo, quella magnifica e terribile Siria riusciva ancora a esasperare un asceta come Flavio Giuliano, impaludando il suo tentativo di rinascenza pagana: i molli, fanatizzati e derisori abitanti della siriana Antiochia, oggi in Turchia, indussero il barbuto imperatore-filosofo a scrivere il suo libello satirico Misopogon (alla lettera: nemico della barba). Eppure nel medesimo tempo, un tempo che così da vicino mi ricorda le tempeste d’acciaio vile in cui precipita adesso il medio oriente, ad Antiochia fioriva il retore Libanio, amico e disilluso confidente di Giuliano, autore della celebre orazione Pro templis indirizzata (vanamente) a Teodosio per difendere i santuari pagani dai distruttori nerovestiti dell’epoca. Ne ho già scritto, qui, nel marzo scorso, quando lo Stato islamico aveva cominciato il suo sporco distruttivo lavoro che oggi culmina a Palmira e domani chissà dove. Invitavo a non confondere la lucentezza del sacro con la materia bruta, ancorché bella di una bellezza irraggiungibile per il mondo contemporaneo e a ritrovare le geometrie dei templi antichi nella natura sempreverde così come nel proprio cuore. Un lettore del Foglio, Ilio De Santis, commentò così: “Ogni persona è un Tempio. Eppure gli antichi, che la sapevano più lunga di noi, racchiusero l’essenza delle divinità in forme di pietra, i simulacri appunto. La loro demolizione non è un mero delitto culturale, perché libera quelle essenze”. Potrebbe essere… ma più che di essenze, che platonicamente colloco nell’iperuranio, parlerei allora di “scintille”. Bisogna amarli, i siriani, ovunque essi siano. Bisogna temerla, la Siria, ovunque essa sia, fra noi perfino.

Fonte: Il Foglio