La storia: un anziano scrittore, candidato al premio Nobel, in patria pubblicato decine di volte, rappresentato in ogni teatro, onorato con ogni possibile riconoscimento pubblico e privato, si presenta in aeroporto per recarsi a un convegno all’estero. Ma non può partire: viene bloccato dalla polizia, trattenuto per ore, privato del passaporto e rispedito a casa, di fatto agli arresti domiciliari. Se fosse successo in Russia, in Cina, in Iran, qualche anno fa in Siria, che cosa avremmo detto? Che cosa avrebbero detto i nostri politici? Invece è successo in Azerbaigian con lo scrittore Akran Najaf oglu Naibov, noto come Akram Aylisli, e nessuno spende una parola.
Per carità, non stupisce che il cittadino europeo medio non si occupi tutti i giorni di Azerbaigian. Ma i politici lo fanno ed è da loro che ci si aspetterebbe una parola. Perché il silenzio, in casi come questo o come per le frustate ai blogger in Arabia Saudita o per gli operai che muoiono nei cantieri per i mondiali di calcio 2022 in Qatar o per i giornalisti sotto processo in Turchia, fa politica. Tanta politica.

Per capirlo bisogna ricordare brevemente che cos’è l’Azerbaigian. Ricco di petrolio e con meno di 10 milioni di abitanti, il più grande Paese del Caucaso è da quasi 25 anni proprietà personale della famiglia Aliev. Dal 1993 al 2003 con Heidar Aliev, ex capo del Kgb ed ex segretario del Partito comunista dell’Azerbagian; dal 2003 a oggi con il di lui figlio Ilham. I due hanno governato e governano grazie ai brogli elettorali e al pugno di ferro esercitati in patria, e all’appoggio che ricevono da fuori. Ecco quel che scriveva nel febbraio scorso Amnesty International: “Siamo da tempo preoccupati per il mancato rispetto delle autorità azere del loro obbligo internazionale di proteggere i diritti di libertà di espressione, associazione e riunione. Le voci di dissenso nel Paese sono spesso oggetto di accuse penali inventate, aggressioni fisiche, molestie, ricatti e altre rappresaglie da parte delle autorità e dei gruppi ad esse associati. Le forze dell’ordine utilizzano regolarmente ed impunemente la tortura e altri maltrattamenti contro gli attivisti della società civile detenuti”.

Azerbaigian e dissidenza
Proprio il trattamento toccato allo scrittore Akram Aylisli, 78 anni, colpevole solo di aver scritto un romanzo, “Sogni di pietra” (2013), in cui racconta i pogrom contro gli armeni (cristiani) da parte degli azeri (musulmani) durante gli ultimi spasmi dell’Urss, subito prima che scoppiasse la guerra tra i due Paesi per il controllo della regione di confine del Nagorno Karabach. Il contenuto e il valore del romanzo, peraltro ritenuto degno di un candidato al Nobel, qui non ci riguardano. Resta il fatto che Aylisli, dopo la pubblicazione, è stato privato con decreto presidenziale di tutte le onoreficenze ricevute in precedenza. È stato espulso dall’Unione degli scrittori dell’Azerbaigian, privato della pensione, più volte minacciato di morte. I suoi libri sono stati bruciati nelle piazze. Sua moglie e suo figlio sono stati licenziati. Hafiz Haciyev, leader di uno dei partiti governativi, ha offerto una “taglia” di 15 mila dollari a chi avesse tagliato un orecchio alla moglie dello scrittore. E Ali Hasanov, uno dei portavoce del presidente Ilham Aliev, ha espresso questo bizzarro concetto: “Chi non ha spirito nazionale non ha umanità e il popolo dell’Azerbaigian ha il diritto di esprimere il proprio odio per gente simile”.

Cosa che succedono in molte parti del mondo, purtroppo. Non tutti i Paesi repressivi, però, godono di tanta protezione da parte di coloro che fanno della democrazia la propria bandiera. Nel 2014 i Giochi Olimpici invernali a Sochi, in Russia, furono osservati con disprezzo proprio a causa della politica del Paese ospitante. Joachim Gauck, presidente della Repubblica federale tedesca, e Viviane Reding, commissario europeo alla Giustizia, boicottarono e invitarono a boicottare quei Giochi. Ma nel 2012 l’assemblea generale dei Comitati Olimpici Europei non ebbe problemi ad assegnare all’Azerbaigian, con una votazione a scrutinio segreto a cui l’Armenia rifiutò di partecipare, la prima edizione (si noti bene: l’edizione inaugurale) dei Giochi Europei. Che nel 2015 si sono svolti a Baku tra frizzi e lazzi, senza che alcuno, men che meno i politici, sentisse la necessità di ricordarsi dov’era.

Gli Stati Uniti, per parte loro, proteggono gli Aliev in ogni modo. L’Azerbaigian è un Paese turcofono, e alla Turchia non bisogna dispiacere. È un Paese da decenni in rotta con l’Armenia, ritenuta invece fedele a Mosca. Ed è un Paese ricco di petrolio, la base di partenza dell’oleodotto Baku-Tbilisi (in Georgia)-Ceyhan (in Turchia) inaugurato nel 2006 alla presenza dell’allora segretario di Stato Condoleeza Rice. In quel momento la Georgia era governata da Mikheil Saakashvili (nel 2015 diventato ucraino e arruolato dal presidente Poroshenko per fare il governatore della regione di Odessa) e l’oleodotto era considerato un perfetto strumento di contenimento dell’influenza russa. Che volete che siano, a fronte di questo, un po’ di dissidenti e di diritti civili?

Fonte: Fulvioscaglione.com