Ma c’era un’altra possibilità per la Cina di non seguire la «linea capitalistica» per uscire dall’arretratezza e dalla subalternità nella quale era relegata nell’epoca della spartizione del mondo tra Usa e Urss? Cinquanta anni fa questa possibilità alternativa fu rappresentata, dal 1966 al 1968, dalla Grande Rivoluzione culturale proletaria. Una linea politica che voleva per la Cina uno sviluppo «moderno» ma fondato sull’egualitarismo e sul controllo dal basso dell’economia, rifiutando inoltre l’applicazione alla Cina delle ricette fallimentari dei paesi di socialismo reale – come lo sfruttamento intensivo delle campagne per edificare una grande industria pesante che Stalin aveva voluto nelI’Urss. La linea della Rivoluzione culturale attraversò e spaccò le fila del Pcc e del governo, e venne lanciata dal basso, dall’Università di Pechino, dai movimenti più intransigenti di studenti e quadri operai e contadini, ma anche dall’alto, dallo stesso Mao Zedong. Che la rilanciò dall’interno e contro il Partito comunista cinese. Portando così, per la prima volta nella sfera della politica monopolizzata dal Partito, la realtà dei nuovi movimenti.

Il 25 maggio 1966 sette giovani docenti e studenti dell’Università Beida affissero il primo manifesto a caratteri cubitali (dazebao). Al di là del contenuto del dazebao, la protesta era diretta, cioè non autorizzata da strutture di partito, e per questo rappresentava una ribellione aperta al Partito. Mao la legittimò, dichiarando che essa rappresentava «il manifesto della Comune di Parigi degli anni Sessanta del ventesimo secolo», e invitando tutti a fare altrettanto. E il 5 agosto affisse alla porta del comitato centrale il suo dazebao personale: «Bombardate il quartier generale».

Fu l’inizio di un vasto rivoluzionamento che dalla Cina arrivò a parlare direttamente all’Occidente. Sì, dall’arretrata Cina, a così forte composizione contadina, arrivò il messaggio «ribellarsi è giusto» e gli stessi temi – la riscoperta dell’autonomia e dell’alterità totale del proletariato, l’egualitarismo, la fine delle gerarchie, la fine della divisione sociale del lavoro, il tentativo di riequilibrare la rottura storica tra città e campagna, il valore di potere degli organismi di movimento, unica fonte di legittimità dei partiti del movimento operaio – che emergevano nelle mature società avanzate dell’Occidente e che esplosero in grandi movimenti di massa nel 1968 e nel 1969.

La natura e il fallimento di quel movimento sono ancora silenziati se non contraffatti da molti sinologi occidentali e anche da una parte dell’intellettualità cinese – dove resta difficile parlare di due cose: della Tian An Men 1989 e della Rivoluzione culturale 1966. La responsabilità della sconfitta di una linea politica ed economica egualitaria, l’unica possibile per la crescita reale di un paese fortemente arretrato che, 50 anni fa come oggi, vale un terzo dell’umanità. Rappresentando a quel punto un modello di sviluppo alternativo non solo per la Cina. Che ora, grazie alla sconfitta della Rivoluzione culturale e all’applicazione della «ricetta capitalistica» di Deng, ha invece inverato la globalizzazione diventando di fatto l’unico capitalismo esistente al mondo, ormai alle prese con la crisi profonda del capitalismo internazionale finanziarizzato – Pechino detiene fra l’altro il pacchetto dell’intero debito estero Usa.

Dunque, «tornare» a interrogarsi sulla Rivoluzione culturale non solo è necessario. Ci riguarda e la stessa Cina è tornata sui temi di fondo di quel movimento, certo più o meno consapevolmente nel tentativo di risolvere la vastità delle protesta sociale contro le diseguaglianze, questione esplosa con il caso Bo Xilai anche nel Pcc. Di fatto, solo il movimento della Tian An Men nel 1989, per un momento e tra mille ambiguità, ha portato in primo piano la possibilità di organizzare luoghi della politica e del potere, diffusi e molteplici, fuori dello stato. Lo stesso tema che la Rivoluzione culturale con il suo «assalto al cielo» aveva lasciato irrisolto.

Il tentativo della Cina degli Anni Sessanta di costruire un modello di transizione socialista diverso da quello dell’Unione sovietica, non fu atto di fideismo e fedeltà ideologica. Fu un «atto di verità», scrisse Franco Fortini, la proposta «di un rischio che si gioca di giorno in giorno, di singolo in singolo, che conta sulle proprie forze di ogni singolo… fino a far coincidere la libertà con il rischio etico».

Fonte: Il Manifesto