Lo chiamano “diritto” e invocano una legge. Ma dietro le parole, ci sono i corpi di molte, troppe donne ridotte al silenzio e al dolore. La maternità surrogata commerciale è la prova-chiave che svela come dietro la retorica dei diritti si nasconda l’insidia della più mostruosa e cinica delle abiezioni: l’indifferenza. La sinistra italiana tace. Ne parliamo in un’intervista esclusiva con il filosofo francese Michel Onfray

I decisori sono sotto pressione, la parte mondana dell’opinione pubblica, tra un Martini e un corteo, confonde diritto e desiderio, mentre una sinistra ridotta a brand mischia rivendicazione e capriccio, legalismo e pratiche di sfruttamento “legale” del corpo altrui. Grande è la confusione sotto il cielo. Ma sotto il cielo italiano, la confusione è ancora più grande. Qui, il fronte laico si è completamente disimpegnato e, dove non lo ha fatto, ha lasciato il dibattito sulla maternità surrogata nelle mani di semplificazioni che ricordano certi dibattiti da bar sport (con tutto il rispetto per i tanti bar sport sparsi per il Belpaese): i bianchi da un lato e i neri dall’altro. Nel mezzo resta la questione, solo sfiorata da un continuo rimpallo di responsabilità. In Francia, al contrario, qualcosa si muove. Molti laici hanno firmato un appello, #stopsurrogacy, contro la maternità surrogata commerciale. Tra queste firme, ha destato scalpore quella del filosofo Michel Onfray, dichiaratamente anarchico, ateo, edonista. Abbiamo incontrato Onfray, noto ai lettori italiani per i suoi saggi sull’ateismo estremo, l’uso dei piaceri e libri come Il post-anarchismo spiegato a mia nonna (Eleuthera, 2013) o il discusso Trattato di ateologia (Fazi, 2007).

Michel Onfray, la sua firma figura in testa a un appello «per l’immediata sospensione della maternità surrogata». Può spiegare al lettore italiano ciò che la inquieta e che cosa l’ha spinta a firmare e impegnarsi contro la legalizzazione di questa pratica?
Prendiamoci del tempo e prendiamola un po’ alla larga. Dunque, in un mondo ideale, potrei anche essere per quella che in Francia chiamiamo «gestation pour autrui» e in Italia chiamate «maternità surrogata». Se vivessimo in questo mondo ideale, degli amici, senza mai farne questione di denaro, potrebbero portare in sé il bambino altrui in una logica contrattuale, ma obbligatoriamente affettiva. Se le cose stessero così, allora non avrei problemi a sottoscrivere questo tipo di maternità. Per una coppia, che sia eterosessuale o omosessuale, una donna legata dal vincolo di amicizia porterebbe alla nascita un bambino e ne diverrebbe la madrina, legandosi alla sua educazione e alla sua formazione. Sarebbe, in questo senso, una maniera di definire un’altra famiglia, di fare altrimenti una famiglia. Ma per fare questo, le parti in gioco in questa avventura dovrebbero conoscersi prima, durante e dopo.

Nella sua prospettiva, anche in una famiglia – chiamiamola così – allargata, un legame affettivo e relazionale dovrebbe essere alla base di questa maternità condivisa…
Esattamente. Affiché questo avvenga, dovrebbe esserci proprio un legame affettivo, sentimentale, fra tutte le persone coinvolte, bambino compreso ovviamente. La madrina civile si impegnerebbe a mantenere un ruolo nella costruzione dell’identità affettiva e spirituale, materiale e concreta del bambino. La parentalità sarebbe quindi aperta, ridefinita, allargata come ha detto lei poco fa. La decostruzione della famiglia tradizionale con un a coppia eterosessuale di genitori si volgerebbe quindi a tutto vantaggio di una famiglia dove il sentimento farebbe la legge. In questa configurazione la legge non avrebbe voce in capitolo perché non avrebbe nulla da dire. Come impedire a persone che si amano di dar forma al loro amore, se non contraddicono alcuna legge?

Questo, in un mondo ideale. Ma la realtà è ben diversa… E qui torniamo all’appello #stopsurrogacy. Perché dire no?
Perché la realtà è molto, molto diversa e i progetti di legge sulla maternità surrogata ignorano l’affettività, il sentimento, la costruzione della personalità e della soggettività del bambino a partire dall’ambiente che lo vuole e lo costituisce. In questo senso, la maternità surrogata, di cui Pierre Bergé [l’industriale della moda, compagno di Yves Saint Laurent, ndt] è il «pensatore» si racchiude nella definizione riduttiva di «utero in affitto», come se stessimo parlando della cassiera di un supermercato che «affitta» la sua forza lavoro per un salario! La definizione si muove nella stessa linea di pensiero.

Insomma, forzando un po’ il ragionamento potremmo dire che i modaioli – e la moda, sappiamo, è la dittatura più subdola e sottile – trattano le madri come cassiere dei loro negozi di lusso. Pensano che col denaro si possa comprare o « affittare tutto »…Come in un supermercato globale, chi ha soldi va negli Usa o in una boutique di prima classe, chi non li ha va in Ucraina o in India come si va al discount…
Non c’è modo migliore per trasformare in merce tanto il corpo della donna, quanto la vita del bambino. Senza parlare dello sperma e dell’ovulo dei genitori, assimilati a bulloni e viti di una macchina senz’anima. Ma qui, abbiamo a che fare con il vivente e il vivente non è una merce, non è un prodotto monetizzabile. Dei poveri non vogliamo più nemmeno la forza lavoro, ci bastano le macchine per quello. Allora, che cosa resta ai poveri ?

Già, che cosa resta ? Il corpo, forse…
Siccome le macchine hanno preso il monopolio della forza lavoro, ai poveri non resta che diventare essi stessi macchine, affittando o vendendo il proprio corpo, parti di quel corpo o i suoi prodotti derivati. La prostituzione diventa così « locazione di orifizi », la donazione di sangue o di sperma « vendita di sangue o di sperma ». Allo stesso modo, la donazione di organi che persone ridotte a questo grado di miseria potrebbero presto vendere (anzi: già lo fanno) diventano oggetto di affari commerciali sempre più su larga scale. In India, la gente già vende reni o cornee, mentre non sono pochi gli Stati dove è in vigore la pena di morte che commerciano gli organi dei condannati. Anzi, programmano l’esecuzione proprio in tal senso. Pare sia il caso della Cina o, almeno, così si dice.

Tutto è possibile, d’altronde, in un mondo dove tutto è mercificato e dove la sinistra – o il brand che ne rimane – è talmente succube di questa mercificazione da essere totalmente cieca rispetto alla questione della maternità surrogata
Non è stupefacente il fatto che la destra liberale sia favorevole al fatto che tutto possa essere messo in vendita. Ma ciò che si presenta come la «sinistra» voglia questo è puramente, semplicemente abietto.

Tanto più abietto, quanto più la questione della maternità surrogata in sé condensa tutti i grandi nodi del nostro tempo: la disparità economica, che diventa disparità biomedica, biopolitica, le nuove – e antiche schiavitù. E la questione di una medicina e di una tecnica che stanno mutando radicalmente e rischiano di travolgere – là dove non l’hanno già fatto – ciò che rimane del mutualismo e delle istituzioni di welfare…
Partiamo dal fatto che questa tecnica medica è estremamente complessa. Di conseguenza è estremamente costosa. La medicina liberale, che permette ai ricchi di comprare tutto ciò che vogliono a prezzi esorbitanti, tra notevoli benefici e guadagni da questo mercato. Sul pianeta, avremo così cliniche per miliardari dove si realizzerà tutto ciò che è tecnicamente fattibile, anche se umanamente mostruoso. Dicono che è un processo inevitabile : chi potrà impedirlo ? E come ? La medicina che non è dichiaratamente liberale non avrà i mezzi per esistere su questo mercato. Non ci sarà più una medicina a due velocità, ma una medicina per coloro che hanno i mezzi per concedersela e farmacie per i moribondi per tutti gli altri – è questa la strada su cui si è messa la Francia. Poiché non abbiamo più i mezzi per curare i cittadini, poiché non possiamo più curare patologie cardiache, tumori, traumi, fratture attraverso la medicina di base, allora puntiamo tutto su una medicina di alto profilo non più per curare, ma per rispondere ai capricci soggettivi e alle patologie individuali.

Torniamo insomma alla logica del capriccio anaffettivo che, in un contesto di mercificazione totale, sorregge l’ideologia della maternità surrogata e una logica che potremmo chiamare dei diritti del disumano…
«Io voglio un bambino, ne ho diritto!». Lo esige il ricco ottantenne che si annoia nel suo ospizio di lusso. «Voglio essere inseminata con lo sperma di mio figlio in stato di morte cerebrale», dirà la madre che ha appena perso il figlio durante un incidente. «Voglio clonare le cellule del cadavere di mio marito morto e sepolto, poi farmi inseminare, perché sento la sua mancanza » dirà la vedova inconsolabile, incapace di comporsi nel proprio lutto…

Il «diritto al bambino» è suscettibile di essere accolto a condizione di accettare battersi per il «dovere nei confronti del bambino», quindi?
Che cosa ci immaginiamo, che il bambino potrà vivere una vita serena, equilibrata, armoniosa, mentalmente soddisfacente per lui, per gli altri, per chi gli sta accanto e per la sua discendenza, quando saprà che è stato comprato, venduto, che è frutto di un incesto o tra sua nonna e suo padre morti o che è il prodotto in un cadavere decomposto ?

«Godere e far godere, senza far del male né a te né a nessuno, ecco la morale»- Così scrive nel suo Manifesto Edonista. La nascita di un bambino è quella dell’essere più vulnerabile, perché il bambino non ha mai chiesto di nascere e proprio su questo – come già osservava Immanuel Kant nella sua Metafisica dei costumi – si fonda il suo diritto. Questa posizione è in contraddizione con l’individualismo liberista, assoluto, oramai prevalente che considera il bambino proprio e altrui come un artefatto… Eppure, anche i liberisti amano chiamarsi “libertari”
Il libertario che sono non va confuso con un liberale o un liberista, cose che non sono. Il libertario vuole che il regno della libertà sia il più esteso possibile. Ma la libertà non è la licenza. La libertà, per me, resta banalmente la possibilità di fare ciò che non nuoce agli altri, nella misura in cui gli altri non abbiano però deciso che io nuoccio loro per il semplice fatto di esistere. La licenza è il fatto di fare ciò che vogliamo, quando vogliamo, come vogliamo. La licenza è liberticida.

E il liberale?
Il liberale pretende che il mercato detti legge per tutti. La libertà interessa al liberare solo quando la considera un modo per arricchirsi. Il libertario pensa che il liberale ha ragione su tutto, ma che dovrebbe andare più in là e rinunciare a ciò che ostacola il libero esercizio della sua pura soggettività: lo Stato, l’esercito, la polizia, la moneta, la difesa. Deve rinunciarvi per lasciare che l’individuo si esprima. Ma un libertario – e io sono un libertario – rifiuta la mercificazione del corpo. I liberali e i liberisti no, non la rifiutano. Anzi, la mettono nel loro programma.

Crede quindi che la critica alla maternità surrogata sia una battaglia in cui laici, atei, done e uomini di sinistra si possano fieramente e sinceramente impegnare, senza timore di venir tacciati di – cosa che capita spesso in Italia – essere “cripto-cattolici”?
Per opporsi ci sono molte ragioni e molto diverse tra loro. I cristiani lo fanno lo fanno in nome di altri valori rispetto ai miei: difendono la famiglia tradizionale e il matrimonio eterosessuale, la famiglia monogamica e la sessualità improntata sulla procreazione, il rifiuto della contraccezione e la proibizione dell’aborto. Io no. D’altronde, l’omosessualità, il matrimonio omosessuale, l’adozione da parte di omosessuali (che io difendo) vengono spesso condannati con il pretesto che sarebbero contro natura. Non posso sottoscrivere questa posizione, ovviamente. Ma poi, ci sono cristiani che dicono il giusto e lottano per il rifiuto della mercificazione del corpo. Che cosa dovrei dire di loro? Che sbagliano? Che mentono? No, questo manicheismo produce molti danni al pensiero: gli amici dei nostri amici non sono sempre nostri amici e i nemici dei nostri nemici non sono per forza nostri amici. Questa logica binaria obbliga molti a difendere un errore con il pretesto che la verità è difesa da quelli che consideriamo nostri nemici! Quando da destra si criticavano i gulag sovietici, l’uomo di sinistra che mi sento di essere diceva: ha ragione! Quando i cattolici dicono che un bambino non può essere comprato o venduto e che non si può iniziare un percorso esistenziale sereno in questa configurazione, allora l’ateo che mi sento di essere dice che i cattolici hanno ragione. Dire che sono nel torno solo perché sono cattolici sarebbe un crimine ideologico. La verità, la la giustezza giustizia sono talvolta di destra, talvolta di sinistra, talvolta cristiane e talvolta atee. Questo non impedisce di essere, come lo sono io, ateo e di sinistra, poiché è la grandezza della sinistra e l’onore dell’ateismo evitare – nella prima – l’intolleranza e – nel secondo – il settarismo. Intolleranza e settarismo: ecco due vizi contro i quali alcuni lottano quando se li trovano davanti, ben disposti nel campo nemico, ma che troppi finiscono per amare, quando se li ritrovano dentro casa propria.

Intervista di Marco Dotti

Fonte: vita.it