In tutti i grandi drammi e alla vigilia di tragedie forse anche maggiori, circola sempre una buona dose di propaganda. Il presidente siriano Bashar Assad in un’intervista alla tv russa afferma che la colpa delle ondate dei migranti è dei Paesi occidentali che hanno sostenuto il terrorismo insieme ai loro partner arabi e musulmani. È sicuramente vero: la Turchia ha fatto passare qualche cosa come 30mila jihadisti dai confini per fare la guerra a Damasco. Quello che omette Assad è che alla marea dei profughi ha dato un contributo decisivo con una repressione sanguinosa. Se oggi non c’è un’opposizione moderata in Siria per bilanciare gli estremisti islamici lo si deve soprattutto al clan che ha tenuto in pugno il Paese. Per questo, come detta l’esperienza in Iraq, in Libia e altrove, la caduta di questi regimi difficilmente apre la via a processi democratici. A parte la Tunisia, che infatti è un’eccezione nel mirino del terrorismo jihadista.

Detto questo, che gli Stati Uniti alzino adesso il sopracciglio sul coinvolgimento della Russia e dell’Iran nel sostegno al regime appare quanto meno singolare. A Washington sanno benissimo che nel 2011 in Siria è cominciata una guerra per procura tra le potenze regionali cui hanno contribuito attivamente anche gli americani. È stato il segretario di Stato Hillary Clinton ad accreditare alle riunioni internazionali la presenza sul terreno di un’opposizione moderata che non esisteva, ben sapendo che la Turchia e le monarchie del Golfo sostenevano i gruppi jihadisti, combattenti ben addestrati che provenivano dalla Cecenia e da tutti i fronti mediorientali e del Maghreb. Ma come al solito, americani, francesi, turchi e monarchie del Golfo hanno fatto male i conti. Tra l’altro è inutile adesso chiedere agli Stati del Golfo di prendersi anche loro dei rifugiati: ci “pagano” in termini di commesse, partecipazioni finanziare e investimenti perché ce li teniamo noi europei.

La verità è che gli Stati Uniti, non diversamente da Assad o dalla Russia, tentano di coprire i propri fallimenti. Vertici dello Us Central Command (Centcom), che coordina le operazioni militari americane contro l’Isis in Iraq e in Siria, avrebbero manipolato i rapporti preparati dagli uomini dei servizi, dando alla Casa Bianca, al Pentagono e al Congresso informazioni distorte sulla guerra. L’obiettivo secondo quanto riportato dal New York Times sarebbe stato quello di mostrare un quadro più roseo della lotta ai militanti dello Stato islamico.  In realtà non c’è stata alcuna manipolazione. Gli Stati Uniti non avevano nessuna intenzione di fare la guerra al Califfato e dare così una mano ad Assad che volevano già bombardare nel 2013. Esperti come l’ex capo di stato maggiore Vincenzo Camporini avevano già da tempo messo in evidenza che gran parte delle missione aeree americane non raggiungevano il bersaglio. Circa il 60-70% dei raid si concludevano con un nulla di fatto. In due giorni a Kobane nell’ottobre dell’anno scorso chi scrive non ha mai sentito sorvolare un aereo, eppure le agenzie battevano freneticamente che erano in corso raid della “coalizione internazionale”. E la situazione non era molto diversa qualche mese prima nel Kurdistan iracheno dove il Califfato si è fermato a Makmour, a mezz’ora d’auto da Erbil, soltanto perché non era interessato a impegnare le sue forze in quell’area ma a rafforzare la sua presenza nelle regioni sunnite. A Makmour a difendere il Kurdistan sono arrivati i peshmerga del Pkk, oggi nel mirino di Erdogan, non le truppe occidentali o l’esercito iracheno, che si era sciolto di fronte all’avanzata dei jihadisti. Non è necessario essere degli strateghi per capire che se il Califfato tiene ancora città irachene importanti come Mosul significa che la lotta all’Isis segna il passo. Assad non ha niente a che fare con l’Iraq, qui dovrebbe essere il governo con il sostegno americano a reagire e se non lo fa è perché non ne ha né i mezzi né le forze. Lo stesso premier Abadi ha detto chiaramente che senza le milizie sciite e i Pasdaran iraniani le cose andrebbero anche peggio.

Qui non si tratta di stabilire se Assad o i russi hanno ragione ma di esaminare la situazione per quella che è, non attraverso le lenti della propaganda. Finora gli Usa non hanno avuto intenzione né di eliminare il Califfato né Assad: Washington è interessata a contenere le forze in campo, non ad assegnare una vittoria a sciiti o sunniti. Si tratta di una riedizione della vecchia tattica del doppio contenimento attuato nei confronti di Iran e Iraq negli anni 80. Una tattica che però non è una strategia e non risolve la situazione. Ma siamo ormai abituati al deragliamento dei piani americani in Medio Oriente e quindi aspettiamoci altre ondate di profughi dal Levante.

Fonte: Il Sole 24 Ore