Lo scontro in atto fra Occidente e Jihadisti, come spesso si dice, è di tipo asimmetrico, perché è combattuto fra Stati e formazioni clandestine, fra eserciti pensati per la guerra regolare e soggetti che conducono una guerra irregolare. Questo è noto; quello che invece, quasi sempre, sfugge è la principale asimmetria dello scontro che, prima ancora che militare o politica, è di carattere psicologico, e dalla quale discende tutto il resto. Ed è il diverso atteggiamento di fronte alla morte dei due schieramenti combattenti.

Una delle chiavi interpretative della modernità può essere il suo rapporto con la morte. A lungo l’Europa ha condiviso con tutti gli altri modelli di civiltà il carattere prevalentemente religioso e, come tale, ha risolto il suo rapporto con la morte dentro un rapporto di fede, che assicurava un oltre dopo la morte; quel che, in qualche modo, conciliava l’uomo con l’idea della sua fine personale. Man mano che si è proceduto sul sentiero della secolarizzazione, questa conciliazione è andata via via evaporando ed oggi, giunti all’età dell’ateismo e dell’agnosticismo di massa, è praticamente svanita. Oggi anche una parte dei credenti (peraltro minoranza, nella società europea) non è più tanto sicura della vita ultraterrena. Finita anche la breve stagione romantica della “morte eroica” (per la patria o per la classe, poco importa) ed approdati all’epoca dell’iper individualismo, l’uomo europeo (ma diciamo meglio: occidentale) si scopre solo e del tutto impotente davanti alla morte.

La modernità si è costruita intorno all’idea di un dominio totale dell’uomo sulla natura e, con esso, il sogno inconfessato della vittoria sulla morte, supremo punto di arrivo di quel dominio. Tutto l’Ottocento ha esorcizzato la morte, con strategie che decostruivano l’idea stessa della mortalità, attraverso la promessa di progressi scientifici che annullassero, se non il fenomeno stesso della mortalità, ogni singola ragione specifica di morte degradata da “destino dell’uomo” a incidente. Si muore per una malattia, per un sinistro o perché uccisi, dunque per una qualche causa efficiente accidentale. Dunque, occorre cercare di neutralizzare ogni singola causa e la scienza prometteva di farlo. Ma con il sopraggiungere del disincanto della modernità, segnato dal “nuovo senso di disperazione”, l’uomo “moderno” ha scoperto sempre più limiti al suo sogno di onnipotenza. Il progresso non è più infinito e senza effetti imprevisti e non auspicabili.

Freud dice che ciascuno, nel suo subconscio, si ritiene immortale e l’angoscia di morte è solo il senso di colpa per un desiderio rimosso. In qualche modo, l’illusione della vita ultraterrena, coltivata dalla fede prima, e con la fede nell’onnipotenza della scienza, rendeva in qualche modo plausibile quella convinzione profonda. Ma essa ha iniziato a vacillare con la crisi della modernità, e, nel subconscio ha iniziato a manifestarsi il molesto senso di una fine individuale, senza riparo e senza speranza. Incapace di elaborare il lutto del senso di immortalità personale, l’uomo occidentale ha decostruito l’idea della morte, lasciandola “disadorna, nuda, priva di significato. La morte non è che uno scarto di produzione della vita; un residuo inutile, lo straniero totale nel mondo semioticamente ricco, affaccendato e fiducioso abitato da abili e ingegnosi attori”. Qualcosa di indicibile, da rimuovere e nascondere.

Esaurita la strategia della modernità, affidata all’onnipotenza della scienza (anche se qualche equipe medica continua a coltivarlo dedicandosi, in tutta serietà, al delirante “progetto immortalità”) è subentrata una nuova strategia di aggiramento: la decostruzione dell’immortalità, affidata alla negazione del tempo, alla riduzione della vita ad un eterno presente, che abolisce ogni futuro e, con esso, la prospettiva di un mondo senza di noi individualmente presi. Si vive in un presente eternizzato, che teme il confronto con la storia, che abolisce ogni previsione di lungo periodo, che rimuove il passato. E’ intollerabile l’idea del tempo in cui non ci saremo come quello del tempo in cui non eravamo. La morte è horror vacui e l’uomo occidentale è sempre più cenofobico, detesta l’assenza di suoni, di attività, la meditazione, la solitudine, il silenzio, ha bisogno di “fare”.

Negli ultimi venti anni le foto da satellite dimostrano l’aumento esponenziale, in tutto il pianeta, delle lucanie in orari notturni. Nello stesso tempo è in vertiginoso aumento anche il rumore: non c’è attimo della giornata in cui non siamo raggiunti da un rumore di fondo crescente. Silenzio e buio –qualità proprie della notte- sono troppo simili al “vuoto” del “dopo esistenza”, per poter essere sopportati ed anche la notte è bandita. Ma il resto del mondo, e quello islamico in particolare, è restato estraneo a questo percorso psicologico, non ha rimosso il suo credo religioso, che resta largamente presente e creduto non tiepidamente.

Nella complessa rivolta contro la modernità segnata dal fondamentalismo, il richiamo alla fede fonda quel senso di superiorità dell’Islam rispetto alla “decadente” civiltà occidentale, che caratterizza proprio la rivalsa jihadista, documentata dallo sprezzo della vita dei suoi combattenti e dalla loro ricerca del martirio. E qui si annida il punto critico della resistenza psicologica dell’uomo occidentale rispetto all’offensiva islamista.

Gli jihadisti terrorizzano l’uomo europeo secolarizzato sia per il carattere volutamente cruento delle proprie azioni, che gli “sbattono la morte in faccia” sia, e molto di più, con la loro disponibilità al martirio, che li rende esseri “mostruosi” agli occhi della nostra società iper individualista. Che deterrenza puoi avere nei confronti di qualcuno che non teme la morte e che esibisce questa sua fede cieca? Di qui l’idea dell’impossibilità di un confronto politico –anche il più aspro- e la riduzione del tutto a scontro militare che deve estirpare questa presenza demoniaca. E di qui anche il tipo di comunicazione adottato dagli jihadisti che sottolineano a più non posso la morte inflitta e cercata.

Di fatto, questo fenomeno è alla base dell’ideologia sicuritaria che si è diffusa nelle nostre società rendendole fragilissime. Ed allora, chiediamoci con Marc Augè: “Non sarà che, oggi, la paura della vita abbia rimpiazzato la paura della morte?”

Fonte: aldogiannuli.it