L’Italia è in guerra contro il Califfato? È una questione di ottimismo, soprattutto quando la campagna elettorale americana entra nel vivo e serve una nuova narrativa perché gli Usa comunque gli stivali sul terreno non ce li metteranno. Ai jihadisti, secondo il segretario di stato John Kerry, adesso dovrebbero tremare le gambe dalla paura. La coalizione «sta facendo la differenza», ha sottolineato a Roma ricordando che con l’ingresso dell’Afghanistan sono ormai 66 i Paesi impegnati nell’alleanza contro lo Stato Islamico.

Si vede che siamo male informati su chi combatte davvero sul campo l’Isis. A parte che le labili forze armate del disgraziato Afghanistan già barcollano davanti agli attacchi dei talebani, chi si batte contro i jihadisti sono i curdi siriani, i curdi iracheni, le forze di Assad, i pasdaran iraniani, gli Hezbollah libanesi, tutti sostenuti dai russi. Esiste un’aviazione ma non una fanteria occidentale contro i jihadisti e tanto meno c’è poco da fidarsi dei turchi che ne sono stati complici.

Kerry ha ricordato il successo della riconquista di Ramadi da parte degli iracheni ma evita di dire che se non ci fossero stati i pasdaran iraniani i jihadisti sarebbero già entrati a Baghdad: sono stati loro che hanno ricacciato indietro l’Isis. Per non parlare del fronte siriano dove le carte in tavola sono cambiate soltanto con la discesa in campo della Russia. Ma siamo costretti a dare credito al segretario di Stato perché nell’occasione del vertice sul terrorismo ha lanciato all’Italia lo zuccherino: siamo stati noi, ha detto, a spingere per assegnare l’appalto della riparazione della diga di Mosul alla società italiana Trevi. Tutto pur di scrivere il nome dell’Italia tra i combattenti anti-Isis. Ma lo zuccherino costa caro, perché l’Italia dovrà inviare 450 soldati a garantire i lavori in un’area vulnerabile alle incursioni dell’Isis. Se ci mandiamo i militari significa che su quelli iracheni e i peshmerga curdi di Massud Barzani non si può fare affidamento: del resto nel 2014 si sfaldarono e se la diedero a gambe davanti all’avanzata del Califfato.

All’epoca gli americani non fecero una piega davanti alla caduta di Mosul perché ritenevano che i sunniti avevano diritto a un “risarcimento” per l’ascesa della mezzaluna sciita e il crollo del regime di Saddam Hussein provocato dall’invasione disastrosa del 2003. Il regime sanguinario di Assad, come dice Kerry, attira i jihadisti ma la vera calamita del radicalismo islamico e del qaedismo in tutta la regione è stata proprio la guerra americana di 13 anni fa. Ma ognuno si racconta la storia come vuole, anche un uomo probo e un eroe di guerra come Kerry, e si spera che con il tempo la gente perda anche la memoria dei peggiori errori della politica estera di Washington.
Kerry comunque ieri era deciso a indorare la pillola, che per l’Italia si chiama Libia. Mentre la Francia e gli Usa si consultano con scambi di piani e informazioni nel “Gruppo La Fayette”, intitolato al generale protagonista sia della rivoluzione americana che di quella francese, l’Italia è rimasta i margini di una vicenda dove il ruolo di mediazione dell’Onu è stato affidato prima a uno spagnolo e poi a un tedesco.

Sembra che ormai si avvicini, si dice entro un mese o due, un intervento militare ma della guida di questa coalizione non si parla ancora, almeno esplicitamente, anche se la candidatura italiana appare più consistente e per un semplice motivo: gli Usa non vogliono mettere truppe sul terreno né in Libia né in Siria. Né si discute degli obiettivi – a parte contenere il Califfato nella Sirte – né dei costi né dei rischi.
Questi dati assai controversi non li cambierà neppure l’effetto taumaturgico di un nuovo governo libico di unità nazionale. E qualche dubbio sui reali obiettivi degli Stati Uniti persiste: secondo l’Istituto israeliano di Studi Strategici,la posizione Usa rimarrà fluida almeno fino alle prossime presidenziali. Se non ci sarà un impegno completo degli americani è meglio pensarci bene prima di intervenire.

Fonte: Il Sole 24 Ore