Giulio Andreotti ha incarnato la Prima Repubblica. L’ha incarnata sotto il profilo geopolitico, perchè solo lui riusciva contemporaneamente a garantire sovietici, americani e preti. Francesco Cossiga lo chiamava infatti il segretario di Stato della Santa Sede. Andreotti era uomo della Prima Repubblica anche perché ne condivideva la sovranità limitata. Egli sapeva di non poter eccedere i vincoli internazionali che limitavano l’autonomia di un paese che aveva inventato il fascismo e contribuito a scatenare, salvo perderla, la seconda guerra mondiale. Sotto questo profilo possiamo meglio comprendere la sua celebre battuta “amo talmente la Germania che vorrei ve ne fossero sempre due” (settembre 1984). Egli si considerava infatti un gestore dello status quo, un amministratore intelligente del potere, non un politico visionario.

Il suo stesso stile di governo era marcato dal gusto del dettaglio, del cavillo, dell’interpretazione subdola e dell’espressione sibillina. Era perfettamente in grado di accordarsi con i comunisti come con i fascisti per la maggior gloria della repubblica dimidiata. In cuor suo, coltivava certamente passioni, tra cui la principale: la fede romanista. Non aveva invece speciale interesse per le passioni altrui, specie se civili. Negli ultimi anni, quelli successivi all’improvviso crollo dell’architettura che lui aveva contribuito a costruire – quella della Prima Repubblica incardinata nel sistema bipolare – sembrava spaesato di fronte alle novità. Pareva stupirsi del fatto che formule sperimentate per decenni con ottimo successo non funzionassero più.

Nessuno più di Andreotti è stato sospettato di complotti e macchinazioni. Probabilmente, a ben vedere, era soprattutto il suo fondamentale pessimismo a portarlo a considerare negoziabile tutto, a cominciare dagli stessi princìpi. Questo spiega anche il suo ambiguo rapporto con la mafia, con la quale trattava nella consapevolezza che dal suo punto di vista egli rappresentava la parte più debole: lo Stato. Da quando aveva smesso di apparire sulla scena pubblica le cronache si erano quasi dimenticate di lui. È presto per dire quale posto gli spetterà nella storia. Ma più che avere un ruolo storico in quanto personalità politica, egli passerà probabilmente alla memoria pubblica come l’espressione di uno stile raffinatamente amministrativo della gestione dello Stato che non avrebbe probabilmente resistito alla prova dei nuovi media. Una prova che la storia gli ha risparmiato.

Fonte: Limes