Si scopron le tombe, si levano i morti. Ma le sacre salme disconoscono i loro allievi. Gianni & Riotto detto Johnny umilia ogni volta la misera fantasia di questa povera rubrica. Salman Rushdie ricorda Umberto Eco all’Istituto italiano di cultura a New York e non cita Gianni Riotta come “allievo di Eco”.

Si scopron le tombe, si levano i morti. Il fantasma di Eco appare all’Istituto italiano di cultura, rinnova l’appello a non consentire convegni sulla sua opera dopo di che, chiamando a raccolta i rappresentati della stampa internazionale, disconosce Riotto: “Ma quale allievo? Io non l’ho mai visto. Al più cotonava i capelli a Gianni Agnelli”.

Si scopron le tombe, si levano i morti. Indro Montanelli da par suo risorge e disconosce il sedicente figlioccio Joe Servegnini: “Piuttosto Roberto Gervaso”, tuona Cilindro, “lui sì che può considerarsi erede ma Servegnini proprio no”. Adirato come il Commendatore del Don Giovanni, Montanelli rincara contro Joe: “Mi avete mai visto con una frezza bianca da suora laica?”.

Si scopron le tombe, si levano i morti. Ed è tutto un disconoscere allievi. Torquato Accetto, autore del trattato sulla dissimulazione, disconosce Marione Calabresi: “Altro che dissimulare, questo sa solo aspettare. Attende di sapere chi vince per schierarsi. E’ solo un Johnny di successo. Succede a lui quello che a Riotto non capita mai.

Si scopron le tombe, si levano i morti. L’ombra di Eco, intanto, aleggia su Riotto. Come Samuele su Saul. Anche lo spirito di Sciascia si appalesa: “Siamo nati in Sicilia, come altri milioni di cristiani, ma non abbiamo punti di contatto”. Luigi Pintor si associa: “Già al Manifesto lo chiamavamo Johnny”. Si aprono le cataratte del cielo e piovono su Riotto tutti i disconoscimenti.

Si scopron le tombe, si levano i morti. Anche Antonio Gramsci deve risorgere per disconoscere Johnny che per farsi dare la direzione dell’Unità, del sardo si proclama allievo non senza mettere in cattiva luce i concorrenti sulla strada dell’attesa promozione. Nel dubbio possa esserci tra i candidati MaryMely – peggio di Jago – versa all’orecchio dello spettro un pettegolezzo: “S’è fatta promettere da Maria Elena Boschi il Tg3”.

Si scopron le tombe, si levano i morti. Johnny va al rilancio su tutto. Suo è il motto: vantaggio manco agli sciancati. Convinto che anche Moiro Orfeo detto Orfei, prossimo a essere giubilato dal Tg1, possa essere interessato al giornale che fu di Walter Veltroni e Massimo D’Alema, gli si scaglia contro dicendo a Gramsci quanto segue: “Moiro sta facendo votare per Mara Carfagna, capito spettro? Per la Car-fa-gna! Non è un sincero democratico”.

Si scopron le tombe, si levano i morti. “Chiamalo fesso!”, dice di rimando Gramsci infastidito del comportamento doppio di Johnny pronto a sacrificare i giornalisti più fedeli al renzismo pur di accaparrarsi lui i galloni di direttore e quando Johnny crede di avere calato l’asso: “Io posso dire di aver militato nel comunismo rivoluzionario!”, ecco che accanto a Gramsci discendono dal cielo – o ascendono dalle tenebre, non è chiaro – la Kulisciov, la Balabanov e Margherita Sarfatti.

Si scopron le tombe, si levano i morti. Le tre Grazie del Paradiso dei lavoratori, non disconoscono, anzi: riconoscono un’unica erede. Si decidono dunque di reclamare per Lucy, ossia Lucia Annunziata, la direzione dell’Unità. Gramsci sembra acconsentire, con la capoccia fa segno che sì, si può fare ma Lucy, saputa la lieta novella, non la prende bene: “Ma per chi mi avete preso, per Riotto? Mettete lui!”

Si scopron le tombe, si levano i morti. Musica per le orecchie di Johnny, finalmente si vede alla guida del giornale caro al cuore del pur più caro leader; sogna di commissionare interviste a Lapo Pistelli, reportage a Laterina, inchieste sulla felicità dei correntisti di Banca Etruria.

Si scopron le tombe, si levano i morti. Sogna qualcosa di più della pur beata stagione veltroniana delle videocassette in omaggio, lui farà recapitare agli abbonati bustine con la forfora di Luca Lotti; sempre di più osa e immagina di indire un concorso presso i lettori sulla più bella riforma della vita; immagina anche di prendersi la giusta rivincita anche sul suo potente cognato, Michele Anzaldi, ma ecco, si scopron le tombe, si levano i morti e Gramsci dice no: “Il mio erede è solo uno, è Fabrizio Rondolino. Lui sì che è nazionalpopolare. Per te, Johnny, patate!”.

Fonte: Il Foglio