Si dovrebbe essere fedeli alle amicizie, alla parola data, a se stessi. La vita privata di ciascuno di noi è intrecciata di meschinità e magnificenza, ma dietro di esse c’è sempre un modello, ciò che vorremmo essere, ciò che potremmo essere se le circostanze, la vita, il caso non congiurassero contro, tarpandoci le ali del sogno.

 Nel voler essere c’è un’idea di grandezza che il lasciarsi vivere non contempla, e a quel modello si vorrebbe idealmente restare fedeli, che poi altro non è che le proprie illusioni e il proprio senso dell’onore, una parola, quest’ultima, talmente usurata dal cinismo della contemporaneità che ci circonda, che quasi ci si vergogna a usarla, moneta scaduta nel mercato del successo. Eppure è proprio quella fedeltà a se stessi, che ci consente di invecchiare restando giovani e che fa della giovinezza un’etica e un’estetica e non una condizione anagrafica, la sostanza stessa del nostro essere, uno stato di tensione, una vocazione, o, se si vuole, un mestiere, come altri scelgono quello della guerra o degli affari.

La fedeltà alle amicizie, alla parola data, a se stessi, altro non è che il rifiuto di relegare l’età adulta nel tempo del disincanto, fede nello spirito e nelle idee, volontà di vedere se le proprie passioni incidono sulla realtà. Non c’è grande arte senza la fedeltà a una parte d’infanzia, e forse nemmeno un grande destino.

Quelli che hanno uso di mondo, i disincantati, i navigatori della vita, dicono però che la fedeltà è poco più che un concetto canino, e che comunque, e per esempio, non può essere applicata al vasto campo della politica. La quale ha una sua morale fatta di amoralità e tradimenti, in cui il mantenere la parola data è un nonsense, un infantilismo fuori tempo.

Hanno ragione, solo che confondono la politica politicante, che è comica, con la politica, che è tragica. Ha cioè a che fare con lo spirito di decisione dei grandi progetti collettivi, col senso del momento storico, con la percezione di che cos’è un tema storico, riguarda il destino, insomma, non il Jobs Act. Inoltre ha una sua sacralità, dove la fedeltà ha appunto un senso e una logica, incarna una visione del mondo, rimanda a dei patti sanciti e da osservare. Così il cosiddetto trasformismo della politica politicante non è altro che la caricatura della politica e si capisce benissimo come, non avendo più nulla in cui credere, si possa disinvoltamente cambiare di fede a ogni giro di poltrone.

Fedeltà alle amicizie, alla parola data, a se stessi significa in fondo non mettere il proprio dio nella carriera, rifiutarsi di tutto misurare e tutto valutare in termini di perdita e di profitto, la logica cialtronesca dei costi-benefici. In un Paese come l’Italia, dove l’arte di arrangiarsi e l’elogio della furbizia sono purtroppo tratti nazionali, disegnano il carattere di un popolo, più che desueti quei concetti finiscono purtroppo con il risultare ridicoli, tramutano chi li pratica in un eccentrico da tenere ai margini nel migliore dei casi, in una macchietta nel peggiore. Eppure, sono l’unica sostanza che, come esseri umani, ci tiene a galla, l’unica che nella solitudine delle nostre case, quando ci guardiamo allo specchio e siamo nudi davanti a noi stessi, ci fa capire se quel volto riflesso merita di restare intonso di saliva.

Fonte: Il Giornale