Un’esperienza insolita quella di Adotta uno scrittore. E sono stato io l’adottato. Ho vissuto, in attesa del Salone Internazionale del Libro, tre incontri da febbraio a maggio con un terzo anno di Liceo Classico (ovvero un “primo liceo”, dopo il biennio ginnasiale) all’Istituto Sociale di Torino. E’ un’iniziativa – giunta alla quattordicesima edizione, la cerimonia conclusiva è oggi – per la promozione della lettura e della scrittura fra i giovani.
Un confronto generazionale, questo, da cui – ascoltando ragazze e ragazzi per i quali la letteratura è materia viva, non un obbligo scolastico – ne ho però ricavato una prova di maturità tutta per me.
Io, di mio, un tempo sono stato anche insegnante. E non potevo certo immaginare di tornare dentro un’aula in una veste, quella dell’ospite, che completasse tutta una fatica consumata in parallelo a ciò che ero stato: professore di filosofia, e poi abusivo in una redazione di giornale. Non potevo pensare che in quel Salone, dove nel tempo ci sono arrivato da libraio, da editore, da conferenziere, da inviato, da autore, da visitatore, potessi tornarci – avendo avuto tutte quelle parti in commedia – nell’inedito ruolo di spettatore.
L’odore di scuola è quello, tipico, di preziosa promessa. Altro che test Invalsi. C’è, nei ragazzi, quella commovente bellezza propria di chi abita l’unico atto di verità degno di poesia, la giovinezza. E trovare, per tramite dei libri – della scrittura e della lettura – la vita vera conferma quel vincolo tra l’ethos e il pathos del quale Enea, con alle spalle il padre Anchise, dà attestazione di continuità nel segno dello spirito.
E’ quello che da Ilio porta a Roma, lo stesso che dal pomeriggio dei compiti porta alla mattina della lezione nuova e la parola – protagonista, forgiata al meglio dal loro insegnante, Luigi Marfè – in quella classe terza, primo liceo classico, diventa vena ricca di fantasia e di vissuto.
Altro che test Invalsi. Sopporta una felicità sempre più pesante, la scuola. Accompagna l’uscita nel mondo dei figli. Il primo esercizio di trasfigurazione immaginifica è con l’addetto alle seggiovie – così racconta un’alunna – è grande e grosso, perfetto per farne un gigante bonario che accompagna una colonia di bimbi in tenuta da neve direttamente sulle cime delle Alpi con la propria mano per poi farli sciare al modo di un girotondo tutto di colori, trombette e tamburi.
Altro che test Invalsi. Unica poesia di un unico poeta è la scuola. Ogni parola diventa pagina, anzi, scena: la custodia di un convento – così nella descrizione di un’altra liceale – è pioggia, gioia e preghiera. Scrivendo alla lavagna la ragazza scava dal proprio diario uno spaccato lirico tutto da brivido.
Altro che test Invalsi. Come Mnemosine, suscitatrice dei ricordi, questa ragazza dal gessetto spiegante, versa nelle righe l’anima segretamente al lavoro verso la sorgente prima: la primavera che rincorre questo maggio. Nelle prime ore di lezione in quell’aula ogni sguardo è casa ed è mondo. Si offrono al modo dell’immagine, le ragazze e i ragazzi. Appartengono gli uni agli altri. Verso ciò-che-è stato – verso ciò-che-viene – come Antigone. L’anima è sempre segretamente al lavoro: è la santa possibilità vivente. E non è un test Invalsi.

Fonte: Il Fatto Quotidiano