In Irak una gara d’appalto, vinta da una ditta privata, venduta come un disegno politico-strategico.

In Libia la rincorsa alla Francia spacciata per successo diplomatico. Il premier Matteo Renzi ha ragioni da vendere quando sottolinea che un impegno militare deve seguire un disegno politico strategico. Nella realtà, però, il «ritorno dell’Italia sulla scena internazionale» annunciato ieri sembra solo una rincorsa degli eventi. Una rincorsa dettata dalla necessità di stare al passo con alleati come la Francia e di difendere quegli interessi strategici minacciati dalla frantumazione di una Libia dove l’Isis avanza mentre noi tardiamo a definire scelte strategiche. Ma partiamo dall’Irak. Qui l’invio di 450 nostri militari, annunciato da Renzi a Porta a Porta, ha poco a spartire con la strategia militare o la politica internazionale. L’iniziativa è la conseguenza del successo della Trevi di Cesena, ditta vincitrice di una gara lanciata dal «Corpo del Genio dei Marines» per il consolidamento della diga di Mosul compromesse da gravi problemi strutturali. Caduta nelle mani dell’Isis nell’estate 2014 e riconquistata dai curdi, la diga rischia di trasformarsi, come sottolinea l’appalto, in un «autentica arma di distruzione di massa».

I lavori sono fondamentali per evitare un cedimento delle fondamenta che, oltre a spazzare via Mosul e mezzo milione di persone, sommergerebbe Bagdad. In questo contesto l’accesso della Trevi alla gara d’appalto è stato «facilitato» dalla presenza nel Nord Irak dei militari italiani già impegnati nell’addestramento delle milizie curde. Spacciare l’invio di 450 militari incaricati di proteggere una commessa come la concretizzazione di un disegno politico strategico è azzardato. E varrebbe forse la pena chiedersi se sia legittimo utilizzare i nostri militari alla stregua di «contractor» mandandoli a rischiare, non in base ad un disegno concordato con gli alleati, ma per difendere una gara d’appalto da 500 milioni di dollari.Se in Irak il disegno politico appare labile in Libia – dove il premier sottolineava di «non voler rincorrere i bombardamenti degli altri» ci siamo ridotti, invece ad inseguire la Francia. All’origine di tutto c’è il riavvicinamento di Francois Hollande e Vladimir Putin concordi, dopo le stragi di Parigi, nel perseguire il contenimento dell’Isis.

In quest’ottica – come ha compreso, in ritardo, il governo italiano – la Libia è il primo scenario su cui francesi e russi potrebbero agire insieme. Non a caso i ricognitori francesi già sorvolano le postazioni del Califfato intorno a Sirte e Derna mentre il ministro della difesa russo Sergei Shoigu, in visita al Cairo a novembre, non ha mancato di discutere le modalità d’attacco allo Stato Islamico. Per rispondere all’attivismo franco russo e all’invito del ministro degli esteri Serghei Lavrov – che ripete all’Italia di non volerla escludere – Renzi ha dovuto prima rimettere in discussione le sanzioni della Ue alla Russia e poi organizzare la conferenza di Roma sulla Libia. Una conferenza utile soltanto per regalare una copertura politico-diplomatica ad un intervento militare già deciso, nei fatti, da Parigi e Mosca. Un intervento che avrà come alleato «libico» della Russia il discusso generale Khalifa Haftar già volato più volte a Mosca per discutere forniture di armi e munizioni. In questo scenario anche l’eventuale nascita, prevista oggi, di un governo d’intesa nazionale tenuto a battesimo dall’inviato dell’Onu Martin Kobler servirà solo a fornire la copertura legale per l’intervento prossimo venturo. Basterà infatti che il neonato governo chieda l’aiuto di qualche migliaio di militari occidentali per difenderlo dalle milizie e permetterne l’insediamento a Tripoli perché l’intervento d’Italia, Francia ed altri volenterosi sia cosa fatta.

 

Fonte: Il Giornale