Intervista a cura di Sputnik Italia

Lei ritiene che tra le attuali forze politiche ci sia l’opportunità di aprire un dibattito sull’adesione dell’Italia alla Nato, a fronte del protratto silenzio degli scorsi decenni?

Nell’ambiente politico non è assolutamente in discussione che la Nato serva a proteggere la nostra democrazia, come non è in dubbio che la più grande democrazia del mondo sia quella degli Stati Uniti d’America. La cosa ancora peggiore è che queste idee, in una sorta di rovesciamento di fronte, hanno trovato molto più spazio in quella che noi abbiamo finora definito la sinistra, che non nella destra. Ricordiamo che quando si preparava la guerra alla Libia, Berlusconi cercava di frenare e poi fu sicuramente posto sotto pressione anche attraverso minacce a Mediaset. Berlusconi frenava sulla base non di uomo pacifista, ma di uomo d’affari che comprendeva che sarebbe stato un danno per il nostro paese rompere il patto d’amicizia e non aggressione con Gheddafi. Non dimentichiamoci che i portabandiera dell’attacco alla Libia furono Bersani e il PD, sotto l’egida del presidente Napolitano. Bersani, addirittura, accolse la partenza dei cacciabombardieri con la storica frase: “Alla buon’ora”. Porteremo avanti questa battaglia trasversale, però senza scoraggiamenti né facili ottimismi, perché agiamo all’interno di un vuoto politico, comprendente anche i vertici del M5S. Invece, tra gli aderenti e i militanti del Movimento potrebbe esserci spazio per creare una coalizione trasversale.

– Negli anni ’60 e ’70 era in corso un dibattito sull’Alleanza Atlantica nell’opinione pubblica e nel parlamento. Berlinguer disse che l’ombrello difensivo della Nato era più importante dell’ex Patto di Varsavia. Lei considera che questa dichiarazione possa aver in qualche modo bloccato il dibattito politico?

Sì, sicuramente, anche se qualcuno dei berlingueriani odierni nega che dovesse avere quel significato. Da un partito, il PCI, che aveva guidato una grande mobilitazione contro la NATO si passava a un partito che accettava la NATO come forma di ombrello di protezione. Fu sicuramente un tornante. La direzione del PCI allora era ancora nella fase di transizione, mantenendo ancora qualcosa delle sue radici. Ora quel filone storico non esiste più, ora abbiamo Renzi. In ogni caso, nella prima guerra del golfo, milioni e milioni d’italiani scesero in piazza. Ci fu una ribellione, e non fu guidata da nessun partito. Da allora a oggi noi abbiamo visto purtroppo una decrescita della capacità di mobilitazione e d’indignazione. Quando vedo i bombardamenti nello Yemen, donne e bambini che stanno morendo, oppure quando vedo foto del NYT di ieri, con la foto dell’inaugurazione del corso di tre battaglioni della guardia nazionale ucraina, da parte dei parà della 173esima brigata giunta da Vicenza con armi ed equipaggiamenti, e vedo la bandiera statunitense e ucraina sfilare davanti alle truppe col volto mascherato, elemento di chiara fede nazista perché destinati – una volta addestrati – a compiere stragi, io mi indigno davanti a tutto questo. Purtroppo questa capacità si è persa nel nostro paese. Noi ci troviamo a dover ricostruire livelli estremamente bassi e addirittura in un ambiente fondamentalmente ostile, e non solo del governo.

– Secondo lei gli italiani sono informati sulle politiche della Nato?

Questo è il problema dei problemi: l’informazione. Argomenti come la spesa militare italiana sono tabù, così come la più grande esercitazione Nato, che si terrà in autunno proprio sul suolo italiano, sarà oscurata dai grandi media. Tuttalpiù se ne parlerà per rassicurare gli italiani sul fatto che si tratta di operazioni atte a garantire la nostra sicurezza, quando invece queste esercitazioni sono prove di forza di reazione della Nato, e soprattutto di una sua parte, chiamata “Forza di Punta”, mobilitabile in 48 ore. Intervenire pri che la crisi avvenga, è questo il concetto esplicitato dagli stessi portavoce Nato. E questo è pericolosissimo, perché vuol dire sparare a qualcuno perché ti ha guardato male.

– Ci può spiegare il nuovo concetto strategico della Nato?

Nel 1992, un anno dopo la Guerra del Golfo, ritrovammo i documenti di riorientamento strategico degli Stati Uniti. Si tratta di un documento della Casa Bianca dell’agosto 1991, intitolato la “Strategia della sicurezza nazionale”, e di una guida alla difesa cosiddetta nazionale del Pentagono. Qual era il pensiero a Washington? “Il mondo sta cambiando, usciamo vincitori, restiamo l’unica superpotenza ma, attenzione, dobbiamo impedire che si crei domani una potenza o un blocco di potenze in grado di sfidarci nuovamente sul piano globale.

Pericoli di questo tipo – cito tra virgolette dalla documentazione – possono sorgere in Europa Occidentale, nell’area dell’ex Unione Sovietica, in Asia Orientale e Sudoccidentale”. Si doveva aiutare l’Europa a unificarsi ma doveva essere sempre un’Europa dominata dagli USA. Questo è il nuovo concetto strategico statunitense che si trasferisce immediatamente alla NATO. La prima riunione del consiglio atlantico atta a ridefinire il nuovo concetto strategico si svolge proprio a Roma. Lì viene enunciato il criterio che la sicurezza dell’alleanza non è circoscritta all’area geografica dell’alleanza. Ed è qui che si delinea la grande NATO che inizia una demolizione sistematica degli stati che non possono essere controllati.

Questa campagna sui morti del Mediterraneo che ha coperto pagine e pagine dei nostri quotidiani che ha citato ogni particolare ne ha sempre dimenticato uno: questa tragedia quando ha avuto l’impulso catastrofico che sta ormai assumendo? Dal momento in cui si è demolito lo stato libico. E ci sono le prove del New York Times che ha fatto un’inchiesta su come USA e NATO hanno preparato l’operazione contro la Libia infiltrando agenti e guadagnandosi dalla loro parte gruppi tribali che avevano ostilità con Tripoli e soprattutto armando e addestrando gruppo islamici che fino a poco tempo prima erano nella lista ufficiale dei gruppi terroristici. Tra cui i primi nuclei di quello che sarà il futuro ISIS.

Fonte: SputnikNews