La Guida e i capi delle Guardie, pur affrontando le contestazioni dei falchi del regime, hanno sostenuto il negoziato sul nucleare con il Cinque più Uno e il governo del presidente Hassan Rohani perché ci guadagneranno in termini di profitti e potere. 
La Guida Suprema, di cui per altro non si mette in dubbio l’immagine sobria, quasi ascetica, controlla direttamente la Setad, una fondazione con 95 miliardi di dollari di asset presente in tutti i comparti dell’economia. Nell’agosto scorso la Fata, azienda della Finmeccanica poi ceduta a Danieli, ha firmato un contratto per impianti industriali da 500 milioni di dollari con la Ghadir che fa parte della Setad. La più grande acciaieria del Medio Oriente, a Mobarakeh, non lontano da Isfahan, è stata costruita proprio dalla Danieli grazie ad Hashemi Rasfanjani, da 35 anni il “padrino” della repubblica islamica e grande sostenitore di Rohani. Non sono eccezioni, è la regola. 
Per questo l’apertura in Iran sarà in stile “cinese”: congelamento dell’apparato istituzionale e grandi affari con l’estero. La realtà è che il sistema è il più stabile di una regione disastrata, conta su un apparato di sicurezza e intelligence oliatissimo – basti ricordare come ha represso la rivolta popolare dell’Onda Verde del 2009 – e non ha paura dell’estremismo islamico come gli altri Paesi della regione: una rivoluzione islamica è già stata fatta e nessuno vuole ripeterla, neppure chi ne è stato protagonista, dalla Guida Suprema ad Hassan Rohani.

La Setad di Khamenei, ovvero “Setad Ejraiye Farmane Hazrate Emam”, “Sede per l’esecuzione degli ordini dell’Imam”, fu costituita nel 1989 dall’Imam Khomeini, con il compito di gestire le proprietà sequestrate negli anni caotici post rivoluzionari per poter aiutare i poveri e i veterani della guerra durata otto anni contro l’Iraq (un milione tra morti e invalidi). All’epoca dello Shah 100 famiglie introdotte alla corte dei Palhevi controllavano l’80% dell’economia che oggi è passata nelle mani dell’élite al potere. 
Doveva rimanere in vita solo un paio d’anni ma nel corso del tempo si è trasformata in un colosso immobiliare – 52 miliardi di asset – che ha acquistato partecipazioni in decine di aziende in quasi tutti i settori: finanza, petrolio, telecomunicazioni, dalla produzione di pillole anticoncezionali all’allevamento degli struzzi. Tra portafoglio immobiliare (52 miliardi di dollari) e quote societarie, 43 miliardi, la Setad ha un valore nettamente superiore alle esportazioni petrolifere iraniane dello scorso anno.
Le Bonyad, le Fondazioni esentasse, sono il cuore dell’economia: detengono almeno il 30-40% del Pil e hanno sottratto spazio ai privati favorendo soltanto alcuni di loro, quelli vicini alla cerchia del potere che ricordiamolo è comunque sempre a geometria variabile, a seconda delle stagioni politiche.
Anche i Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione, impegnati in battaglia in Iraq e in Siria, e che appoggiano gli Hezbollah libanesi, hanno la loro fetta importante di potere economico da preservare e sviluppare, così come gli ayatollah. È con loro che si fa affari in Iran: ministri e potere politico distribuiscono appalti e commesse. Negli otto anni di presidenza di Mahamoud Ahmadinejad, le Guardie hanno ottenuto lo sfruttamento di alcuni giacimenti di gas a South Pars, la più grande riserva del mondo, e attraverso le loro Fondazioni hanno incamerato attività industriali e commerciali per un valore stimato di 120 miliardi di dollari, racconta l’economista Said Leylaz. Tra queste la compagnia telefonica statale (8 miliardi di dollari) e si sono accaparrati commesse pubbliche importanti come la metro di Teheran con la società di costruzioni Khatam Al Anbia. 
“L’Ayatollah e la Pasdaran Economy” delle Fondazioni è la spina dorsale del potere, una rete clientelare e di welfare state dove le Bonyad e la Fondazione delle cooperative dei Basiji (le forze paramilitari) hanno fini istituzionali caritatevoli e di assistenza ma non rinunciano ai profitti, coinvolgendo più o meno direttamente milioni di iraniani: sono quindi essenziali nella fabbrica del consenso.
La domanda di fondo è questa: è possibile riformare un’economia rivoluzionaria, per di più islamica? L’impresa è ardua. In Iran ci sono circa 80mila tra moschee, templi e istituzioni religiose che amministrano terre e imprese come facevano i monasteri nel Medioevo europeo, quando la Chiesa faceva concorrenza in tutti i campi al potere temporale. 

A Mashad la Fondazione Reza, sorta intorno al famoso santuario dell’Ottavo Imam, fattura il 7% del Pil iraniano e tiene in pugno l’economia del Khorassan; la Bonyad degli Oppressi (Mostazafan Foundation), da dove viene anche l’attuale capo della Setad, ha un volume d’affari stimato oltre 12 miliardi di dollari l’anno, la Bonyad Shaid (Fondazione dei Martiri) controlla un centinaio di società e alla Borsa di Teheran il 60% della capitalizzazione è costituito da compagnie che ruotano intorno all’ayatollah economy. 
Correggere il sistema, che ha larghe sacche di inefficienza, è la vera sfida per il governo di Hassan Rohani, che aveva raccolto un successo elettorale travolgente promettendo di far uscire l’Iran dall’isolamento. Ha fatto il primo grande passo con l’accordo sul nucleare ma riformare dall’interno la repubblica islamica è assai più complicato: in fondo anche lui è un mullah e, come dicono a Teheran, per cambiare dovrebbe tagliare il ramo dell’albero dove è seduto.

Fonte: Il Sole 24 Ore