C’era il movente, l’intervento russo in Siria. C’era anche la rivendicazione, un video dove alcuni membri dello Stato Islamico, forse ceceni, minacciavano Mosca in lingua russa inneggiando allo schianto dell’areo. E ora c’è quasi una conferma perché secondo l’intelligence americana sarebbe stata una bomba posizionata dallo Stato Islamico o da suoi affiliati a far esplodere l’aereo russo. E abbiamo pure un’analogia storica. Dagli anni 80 l’unico aereo ad essersi spezzato in volo è stato il Boeing 747 della Pan Am diretto da Londra a New York, esploso il 21 dicembre 1988 sulla cittadina scozzese di Lockerbie per la detonazione di un ordigno al plastico: colpevoli i servizi libici di Gheddafi. Non solo. In un messaggio una cellula egiziana dell’Isil, lo Stato islamico, ribadisce di aver abbattuto l’Airbus russo. Nell’audio un jihadista promette di svelare come è stato abbattuto l’aereo dopo che saranno state controllate le scatole nere.
Le prime coseguenze delle informazioni diffuse dagli americani sono di ordine politico e di sicurezza. Gli inglesi hanno annunciato la sospensione dei voli per il Sinai perché siamo anche alla vigilia della visita in Gran Bretagna del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi. L’ipotesi della bomba, se confermata, smentisce le dichiarazioni rilasciate in precedenza dallo stesso generale, il quale, prima di partire per Londra dove incontra il premier David Cameron, ha affermato che «in Egitto c’è una roadmap autentica per la democrazia». In realtà Al Sisi, che nel 2013 ha destituito il presidente islamico eletto Mohammed Morsi dopo imponenti manifestazioni di piazza, ha messo a tacere nella violenza ogni forma di opposizione, dai sostenitori dei Fratelli Musulmani ai laici, fino agli esponenti della sinistra.
E il generale ora si trova in difficoltà perché deve affrontare tre sfide contemporaneamente: il Califfato nel Sinai, i Fratelli Musulmani nell’Egitto centrale, i ribelli islamici libici alle frontiere occidentali. Sono gruppi diversi, per come agiscono e per le diverse finalità politiche, ma in comune hanno l’ideologia jihadista, che punta a far collassare l’attuale assetto sociale e istituzionale e spaccare l’Egitto trasformandolo in un Paese confessionale.
La situazione in Sinai è bollente, molte aeree sono del tutto fuori controllo delle forze governative: da questo conflitto con i jihadisti emerge un profondo risentimento nei confronti del regime del Cairo, considerato distante dalle esigenze della popolazione locale e in rotta di collisione con le popolazioni beduine. Un sentimento che – come dimostrano diverse altre realtà mediorientali – alla lunga potrebbe favorire il reclutamento e il rafforzamento delle milizie jihadiste, un problema che viste anche le recenti minacce portate dal Califfato nei confronti di Hamas, potrebbe rapidamente estendersi anche nella vicina Striscia di Gaza, complicando ulteriormente il quadro della situazione palestinese.
Ma anche il Cremlino ovviamente è in allarme. La guerriglia e il terrorismo dei ceceni non si sono mai spenti (sono molto attivi anche in Siria) e hanno collegamenti sia con l’Isil che con Al Qaeda: il successore di Osama Bin Laden, Ayman al Zawahiri, di recente ha inaspettatamente lanciato un appello alla collaborazione tra i jihadisti facendo intravedere nuovi pericoli per la sicurezza internazionale e la destabilizzazione di un Medio Oriente dove anche i cieli sono un campo di battaglia.

Fonte: IlSole24Ore