Quello che mi accingo a scrivere non è un articolo di politica in senso stretto e neppure largo: trattasi semplicemente di un resoconto inquietante di quanto è accaduto e continua ad accadere nel Palazzo, dal quale si evince – con rispetto parlando – che la sfiga di certi uomini pesa maggiormente delle loro capacità. Prendiamo Angelino Alfano, già delfino di Silvio Berlusconi e ora demiurgo (esagero) dell’Ncd, che non è la marca di un elettrodomestico, bensì un partito piccolo e deficiente, tant’è che Matteo Renzi, nato grande e avviato a diventare nano, lo considera più o meno come il Cavaliere giudica Dudù, un animale politico domestico.

Angelino non è una cattiva persona: abbaia molto, però non morde, al massimo ringhia quando qualcuno minaccia di sottrargli la pappa. A un certo punto della carriera, rapida e invisibile come un sommergibile, Angelino viene nominato caporale, pardon, capo di Forza Italia. Era un momento particolare: Silvio cominciava a non poterne più di ricevere ad Arcore e a Palazzo Grazioli file e file di questuanti in cerca di poltrone, raccomandazioni, soldi, patacche, incarichi eccetera. Cosicché decise di promuovere a segretario, suo personale e del partito (per finta), l’avvocato Angelino e gli scaricò addosso tutte le scocciature che lo ammorbavano, rendendolo nervoso.

Una scelta di cui Berlusconi si pentì quasi subito. Lo confessò egli stesso lasciandosi sfuggire una frase significativa: ad Alfano manca il quid. In realtà, oltre al quid, gli mancava qualcosa d’altro: ad esempio, la gratitudine ossia il sentimento tipico della vigilia. Prova ne è che l’attuale ministro dell’Interno, allorché il suo benefattore si trovò in difficoltà, abbandonò la casa del «padre» e, con un nutrito gruppo di fedifraghi, infilò la testa in una greppia più allettante, fondando un nuovo movimento, Ncd, del quale si collocò al vertice. Perché? Elementare. Per non rinunciare agli scranni governativi, ricchi di benefit. Angelino e la sua orchestrina stonata sono ancora lì nelle stanze del potere. Un potere più virtuale che sostanziale, ma potere.

La mossa di Alfano non è stata elegante. Non solo. È stata anche causa di sputtanamento e guai. Il signore del Viminale oggi nuota in acque torbide. Il suo braccio destro, Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura, è immischiato nell’ultimo scandalo stagionale, quello di Mafia capitale, di cui il Giornale ha ampiamente riferito. Speculare sugli immigrati è pratica disgustosa, d’accordo. Ma non metterei la questione sul piano morale. Mi accontento di segnalare che chiunque abbia voltato le spalle in modo volgare a Berlusconi è stato colpito da una sorta di maledizione. Nessuno si è sottratto alla sfiga che si è attirato andandosene per conto proprio. Non è superstizione la mia, ma cronaca.

Il primo a staccarsi dal carro di Forza Italia fu Pier Ferdinando Casini, adesso impegnato nel ruolo di bambinaio in servizio permanente effettivo presso la famiglia Caltagirone. Per carità, un posto fisso, ma inferiore a quello di presidente della Camera che gli garantì il Cavaliere. Il secondo fu Gianfranco Fini, ex divo della politica, sparito dalla circolazione dal dì che, illudendosi di soffiare la cadrega a Silvio, abortì un partitino dal nome che nemmeno rammento. Dicono che pure il vecchio leader di An si dedichi nella presente congiuntura alla cura e alla sorveglianza della prole. Non è un brutto mestiere, ripeto, ma poca roba per uno che ricoprì la terza carica dello Stato.

Di Alfano abbiamo detto, è sull’orlo del burrone. Aggiungiamo che alle urne ha ottenuto consensi di dimensione numeriche condominiali. Si prepari al trasloco che, per stress, è inferiore soltanto al divorzio e al funerale. Altri nomi di desaparecidos? Schifani, ex presidente del Senato. Sacconi, ex ministro. Formigoni ex governatore della Lombardia. Raffaele Fitto, immagino stia facendo gli scongiuri: comunque, uomo avvisato, mezzo salvato. Un avviso anche al navigante Verdini: occhio ad allontanarsi dalla nave scuola, visti i precedenti.

L’unica che l’ha fatta franca è l’ottima Giorgia Meloni, ma l’eccezione non è la regola funesta che abbiamo descritto con oggettività, cioè sulla base dei fatti, anzi dei fattacci. Per concludere questa carrellata di sciagure, ricordo il patto del Nazareno. Da quando è stato archiviato, sono iniziate le disgrazie di Matteo Renzi, la cui popolarità cala vertiginosamente. Non sarà che il premier fiorentino è stato sfiorato dalla stessa sfiga che ha fatto tante vittime tra chi ha infilato il coltello tra le scapole di Berlusconi? Vada a farsi benedire.

Fonte: Il Giornale