Ancora oggi va su e giù per il Medio Oriente il vecchio capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Bassam Abu Sharif. Tu sai che è a Beirut, arrivi lì ma lui parte. Poi vai a Gerico, dove abita, ma lui scappa in un’altra delle città infuocate di questo pezzo di terra devastato: però alla fine accetta, grazie agli auspici di un comune amico, alto dirigente del Comitato nazionale per il Diritto al ritorno, e risponde alle domande di ilfattoquotidiano.it in una lunga conversazione telefonica che si snoda in varie tappe per un mesetto circa. Gli spiego che voglio riportarlo indietro nel tempo, quando lui era uomo chiave dei rapporti internazionali dei palestinesi, e che qui da noi il dibattito sull’amicizia dell’Italia per il suo Paese è sempre aperto e ruota attorno a una figura chiave, quella di Aldo Moro. “Eh sì … ovvio …”, mi dice interrompendomi, “Moro è stato un vero patriota”.

Dunque, per favore, ci aiuta a capire meglio cosa accadde tra l’uomo del compromesso storico e i dirigenti palestinesi? “Lo faccio volentieri” dice, ma subito premette: “Non insista troppo sulle date… ah le date! Sapesse quante carte sono andate perdute a Beirut durante la guerra civile, e poi i nostri spostamenti. Tutto è successo troppo tempo fa e i segni della guerra sul mio corpo sono ben chiari”. Mr Sharif è incappato in un pacco bomba che gli fu recapitato nel 1972 a Beirut e gli sfigurò il volto, portandogli via la mano destra. “Moro – mi spiega – voleva rendere l’Italia più forte economicamente, politicamente e anche, in un certo senso, tecnologicamente. Voleva rendere l’Italia libera dalla subdola dominazione statunitense. Era consapevole che nel vostro paese venivano fatte azioni illegali alle spalle degli stessi ufficiali italiani. Era perfettamente informato di cosa accedeva nelle basi aeree e navali della Nato e degli Usa che voi ospitavate. Gli americani arrivarono al punto di avere le loro prigioni segrete in Italia. Mi pare che recentemente la cosa è diventata pubblica, non è così?”. Solo in parte, gli dico, pregandolo di ritornare indietro nel tempo: “Sì, sì ha ragione, Aldo Moro. Era un italiano orgoglioso, provò a rafforzare i servizi segreti che considerava una istituzione fondamentale per sostenere l’azione dei governi: credeva che le scelte dell’Italia, nel rispetto degli interessi nazionali degli italiani, spettassero solo ai suoi governi. E noi lo rispettavamo moltissimo per questo suo temperamento”.

I vostri rapporti con Moro passavano solo attraverso il colonnello Giovannone (dal 1972 referente dei Servizi, o almeno di una parte di essi, in Libano)?
“E’ noto che il ruolo di Stefano Giovannone fu centrale ma l’approccio di Moro alla questione palestinese fu il risultato di una serie d’iniziative coraggiose prese da alcuni ufficiali della vostra intelligence che conoscevano molto bene Beirut negli anni ’70. All’inizio erano contatti tesi a realizzare iniziative di carattere umanitario: l’invio di aiuti sanitari, di medici volontari o di farmaci. Poi si stabilirono relazioni politiche più complesse. Ci furono moltissimi incontri tra esponenti palestinesi e rappresentati dell’Italia, a Beirut e nella vostra capitale Roma. L’Olp, per rafforzare la collaborazione, inviò in modo permanente un nostro uomo a Roma, Abu Iyad (il suo nome era Salah Khalaf), il capo dei servizi segreti dell’Olp e una delle figure preminenti della dirigenza palestinese, anche se Moro …” – Bassam Sharif non tradisce l’orgoglio della sua vecchia appartenenza – “si rese conto rapidamente che era necessario intrecciare rapporti con il Fronte popolare di George Habash per rafforzare la sicurezza italiana. Abu Iyad incontrò diversi ufficiali e gli diede la sua parola d’onore. Una sola volta anche Aldo Moro incontrò i vertici dei nostri servizi, insieme a Abu Iyad, per mettere a punto l’accordo (Lodo Moro) che firmò George Habash. Moro sapeva che la strada migliore e più breve per evitare il coinvolgimento dell’Italia in fatti che non la riguardavano passava attraverso il Fronte popolare. Così nacque quell’accordo senza precedenti con il quale noi ci impegnavamo a evitare operazioni militari in Italia. Infatti, da allora nessuna azione da parte nostra fu condotta sul suolo italiano. L’accordo guardava anche al futuro”.

In che senso?
“Prevedeva una fase 2, un’evoluzione dei nostri rapporti; in pratica erano state programmate iniziative per il rafforzamento della cooperazione sulla base del sostegno italiano al diritto di autodeterminazione del popolo palestinese. Si pensava a un futuro nuovo per il Mediterraneo. Fu una vittoria di Moro che gli americani e gli israeliani non gradirono affatto. Anzi, erano davvero molto arrabbiati, per loro l’accordo con i palestinesi era un sostegno ai ‘terroristi’. Gli israeliani volevano usare l’Europa per la loro caccia ai palestinesi: figuratevi se potevano accettare la politica di Aldo Moro. Di fatto avviarono una guerra contro di lui e contro l’Italia”.

Lei cosa sa delle trattative condotte per salvare la vita di Aldo Moro? Qualcuno vi chiese di mediare?
“Di certo so che le Brigate rosse volevano trattare e liberarlo. Quando Moro fu rapito noi fummo davvero sorpresi. E lo fummo ancora di più quando apprendemmo della rivendicazione delle Brigate rosse. Eravamo increduli, davvero le Brigate rosse? Non potevamo crederci. Nessuno ufficialmente ci chiese qualcosa. Noi ci sentimmo obbligati a fare ogni tentativo per salvare la vita di Moro, cercammo di fare quanto era in nostro potere, lo abbiamo sempre detto pubblicamente. La prima telefonata arrivò nel mio ufficio di Beirut. Qualcuno ci chiese di intervenire e trattare. Non so chi fosse la persona dall’altra parte, ci diede un numero per tenere i contatti che fino ad allora non avevamo mai usato. Non so francamente a chi appartenesse quell’utenza, non so se dall’altra parte ci fosse un agente dei servizi o un funzionario del ministero, non posso davvero dirlo perché non lo so. Certamente l’argomento delle nostre conversazioni era la salvezza di Aldo Moro. Per noi liberare Moro era fondamentale, avevamo di lui un’altissima opinione come uomo e come politico ed era a favore della nostra autodeterminazione, disapprovava la politica di Israele ed era molto simile a uno dei leader europei che sentì il dovere di condannare l’occupazione della Palestina, penso a De Gaulle”.

Quante telefonate ci furono?
“Diverse, l’uomo che chiamò l’ultima volta ci disse espressamente che i rapitori di Moro lo volevano liberare, aveva una gran fretta, si sentiva che era sotto pressione, che era in uno stato di grande ansia, ‘hurry up, we don’t know what to do’, disse, sbrigatevi, non sappiamo più che fare”.

E’ vero che all’aeroporto di Beirut era pronto un aereo? Anche Carlos lo ‘Sciacallo’, il famoso terrorista di nome Ilich Ramirez Sanchez, reclutato e poi ripudiato da Sharif, parlò di un estremo tentativo di salvare Aldo Moro che ebbe come scenario la pista dell’aeroporto di Beirut dove un executive dei servizi segreti italiani attese invano, l’8 e il 9 maggio del 1978, che a Roma si sbloccasse qualcosa: brigatisti liberi contro la vita di Moro.
“Certamente, l’aereo a Beirut era pronto. Le Brigate rosse chiesero un accordo che comprendesse l’uso dell’aereo. Ma tutto fu improvvisamente interrotto nonostante la loro volontà di rilasciare Moro. Una terza parte, fortemente contraria, anzi intenzionata a liberarsi di Aldo Moro e della sua politica d’indipendenza, riuscì ad impedire le trattative. Per questo quel telefono non squillò più”.

Lei sostiene che qualcuno si mise in mezzo, dunque che c’erano interferenze dirette, infiltrati o contatti in grado di avere notizie su quanto si stava muovendo?
“La situazione era perfetta per la penetrazione di un gruppo come le Brigate rosse. In giro per l’Europa c’erano militanti brigatisti legati a Carlos che stavano cercando di organizzare un suo gruppo autonomo, dopo la famosa azione di Vienna (l’incredibile assalto al quartiere generale dell’Opec organizzato da Carlos nel 1975) e la spaccatura con Wadi Haddad (un attivista espulso dall’Olp nel 1973). La situazione di quei gruppi era porosa e offriva l’opportunità di forti, fortissime infiltrazioni. La Cia giocò un ruolo eccezionale nella penetrazione di questi gruppi in Europa, era una partita che giocava in proprio, senza avvisare i governi europei, ovviamente. Insisto: ordinarono la morte di Moro. Intervennero per interrompere le trattative che erano ancora in corso, erano quasi fatte. Certamente chi ha ammazzato Moro non era amico della nostra lotta di liberazione. Ed ora mi scusi, devo salutarla, ho troppo da fare, qui siamo dentro una nuova Intifada. Gli israeliani stanno diventando selvaggi: sparano direttamente sui bambini, qui da noi c’è l’orrore”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano