Dopo i tragici equivoci delle primavere arabe è arrivato l’autunno di un generale sempre più nervoso perché l’assassinio di Giulio Regeni sta diventando per lui un minaccioso caso internazionale e interno, non soltanto una questione bilaterale con l’Italia. Ma il generale-presidente Al Sisi a quanto pare conosce soltanto copioni usurati estratti dai manuali dei raìs che lo hanno preceduto e sono stati sbalzati dal potere.
Tutti colpevoli e nessuno responsabile, è questa la linea di Al Sisi sul caso Regeni quando accusa oscure forze “malvage” e cospiratrici: ma come ogni autocrate in seria difficoltà rivolge la sua ira contro i media egiziani, accusati di avere creato il problema imputando agli apparati di sicurezza egiziani la tortura e l’uccisione del giovane ricercatore italiano.
I media sbagliano e a volte emettono sentenze anticipate ma qualcuno dovrebbe informare il generale-presidente, amante della divisa e degli occhiali scuri, che ci sono dei precedenti gravi per sospettare i servizi egiziani. In meno di un anno ci sono state 500 sparizioni forzate, alcuni degli scomparsi sono stati ritrovati morti e torturati. E mai la polizia ha ammesso di essere implicata anche quando c’erano testimonianze evidenti del suo coinvolgimento. Il generale dice di volere giustizia ma ama soprattutto la “sua” giustizia: i tribunali militari, di cui lui stesso ha ampliato le competenze con decreto presidenziale, mettono alla sbarra migliaia di cittadini egiziani anche se non hanno commesso reati contro le Forze armate. Si celebrano processi con 300 accusati: un numero francamente esorbitante.
I media egiziani sono certamente colpevoli di fare il loro lavoro, nonostante Al Sisi. Secondo il giornale Almasry Alyoum il procuratore generale Nabil Sadeq, durante il colloquio con il suo vice Mostafa Soliman, di ritorno dall’incontro con i pm italiani a Roma, ha detto che il caso non è più di sua competenza: è ormai una questione diplomatica. Insomma gli investigatori incrociano le braccia e si rimettono al potere politico, cioè al generale: deve decidere lui se presentare davvero le prove agli inquirenti italiani.
Al Sisi se la prende con i social network le cui notizie non sono oro colato ma rappresentano la novità all’alba del millennio, l’unico mezzo rimasto a una società civile imbavagliata per esprimersi: è comprensibile che a un uomo d’ordine come lui non piacciano la pluralità di opinioni e questo “disordine” mediatico che sfugge la censura. Tanto più quando sono gli stessi giornali ritenuti filogovernativi ad avanzare dubbi sulle versioni ufficiali del regime, come ha fatto Al Arham criticando l’opacità del ministero degli Interni.
Nonostante l’ostinazione del generale e l’omertà, il caso Regeni continua a mettere in difficoltà il regime. In particolare agli occhi dell’opinione pubblica egiziana. Anche i media che lo hanno sostenuto durante il colpo di stato del 2013 ora discutono la sua strategia: comincia a farsi sentire il peso dell’eventuale rottura totale con l’Italia, il Paese che per primo in Europa lo aveva sdoganato. Persino moderati come il magnate Naguib Sawiris, che ha incontrato il presidente della Commissione esteri della Camera Fabrizio Cicchitto, ha affermato che sul caso Regeni «l’Italia ha ragione al 100 per cento».
Le pressioni sul governo egiziano non sono soltanto dell’Italia. Il caso è arrivato a Strasburgo con un incontro tra eurodeputati e una delegazione di parlamentari egiziani mentre il Foreign Office britannico ha chiesto verità e giustizia per il ricercatore italiano che lavorava per l’Università di Cambridge. Anche Al Sisi forse si rende conto, giorno dopo giorno, che non basta abbracciare il re saudita Salman e intascare qualche decina di miliardi di dollari per sentirsi al sicuro.
La verità su Regeni non è solo un caso giudiziario e di onore dell’Italia. È una questione politica internazionale: tocca problemi come la tortura, le sparizioni dei dissidenti, il ruolo del diritto internazionale, il senso dei rapporti economici con nazioni che hanno una forte contesa politica interna, la libertà della ricerca universitaria, l’importanza dell’informazione libera, la tutela dei diritti e molto altro ancora. Ma nel manuale dei raìs queste fastidiose faccende non sono contemplate: o si aggiorna il manuale o si aggiorna anche il generale.

Fonte: IlSole24Ore