Se l’arte contemporanea deve trovare un senso in se stessa, nel suo valore estetico, l’opera di Ai Weiwei intitolata Reframe (Nuova cornice) è perdente, perché brutta. Se lo deve trovare nel suo valore etico, si può dire che l’opera di Ai Weiwei è perdente, perché poco originale. Se l’arte contemporanea vuole trovare un senso (ma non è detto sia così) nel confronto con l’arte antica, Ai Weiwei è perdente due volte: l’installazione dell’artista cinese è brutta e imbruttisce la bellissima facciata quattrocentesca in bugnato di Palazzo Strozzi a Firenze. Se invece l’arte contemporanea vuole dividere le coscienze – anche se a noi, che abbiamo fatto liceo e Università tra gli anni Ottanta e Novanta, hanno insegnato che l’arte vera unisce i popoli e i gusti… – allora Ai Weiwei è vincente su tutta la linea. L’opera di Ai Weiwei di cui parliamo – ventidue grandi gommoni di salvataggio arancioni, ancorati alle finestre di Palazzo Strozzi, prologo della grande mostra Ai Weiwei Libero che aprirà il 23 settembre – sta infatti facendo discutere e litigare da giorni l’intera città, e non solo (via web, l’intero mondo).

L’installazione, che nelle intenzioni dell’artista-attivista cinese, in arrivo nei prossimi giorni a Firenze, vuole portare l’attenzione sul dramma dei profughi, ha scatenato la stampa (il Fatto Quotidiano con Tommaso Montanari l’ha difesa, il Foglio con Camillo Langone l’ha stroncata) e messo in subbuglio la politica: la Lega Nord in consiglio regionale ha attaccato l’operazione «buonista» e «strumentale» e il sindaco renziano di Firenze Dario Nardella è stato massacrato sul suo profilo Facebook. Mentre il sito di Palazzo Strozzi è stato inondato da un diluvio di commenti, più di 8000, la stragrande maggioranza negativi: «uno scempio», «orrore», «vandalismo e deturpazione», «l’arte vera è un’altra cosa», «un attacco ideologico a uno dei più bei palazzi del mondo», «un pugno in un occhio», «un’ode agli scafisti», «un affronto all’estetica», «propaganda di sinistra», «una svendita della nostra cultura»…

Dall’altra parte, Arturo Galansino, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi e curatore della mostra di Ai Weiwei, è trionfante. «Quello che volevamo era far discutere le persone di arte contemporanea, come non succedeva da molto tempo ». Aggiungendo: «La vera mostra aprirà settimana prossima. La facciata è solo l’inizio». Appunto. La sensazione, comunque, è che tutta l’operazione, non solo i ventidue gommoni appesi al palazzo, sia troppo gonfiata. E più per amor di polemica, che dell’arte.

Fonte: Il Giornale