Dopo averla ignorata per decenni l’Africa è diventata per noi improvvisamente un’attrazione fatale. Convincere gli africani a votare l’Italia quando si deciderà a fine giugno l’assegnazione del seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, una sorta di “campionato mondiale della diplomazia”: questo è il senso del vertice di ieri alla Farnesina.
All’incontro ha partecipato un esercito di ministri degli Esteri – quaranta – di un continente che nonostante tutta la retorica sulle opportunità di business e sviluppo rappresenta, con 54 nazioni, meno del due per cento del commercio mondiale e l’uno per cento della produzione globale.
L’Africa è ancora una frazione della nostra bilancia commerciale (circa 7 miliardi di euro nel 2014), la fascia subsahariana pesa solo per l’1,6% dell’export, anche se l’Eni è il maggiore operatore continentale per gas e petrolio. Un aspetto che conta non avendo il Paese altre multinazionali di questa dimensione strategica: ma oggi in Africa ci sono più Ong che aziende italiane.
La realtà è che l’Africa è un sorta di rebus demografico ed economico. Da qui al 2050 la popolazione africana potrebbe raddoppiare raggiungendo i 2,4 miliardi di persone prima di assestarsi nel 2100 intorno ai quattro miliardi. Queste proiezioni dell’Onu sconvolgono le prospettive di sviluppo. Il rapporto dell’African Development Bank prevede che il tasso medio di crescita del Pil quest’anno si manterrà intorno al 4,5 per cento. A prima vista si tratta di una performance notevole se confrontata con l’Eurozona (1,6% secondo la Commissione Ue) ma anche con l’America Latina (1,7%) e di tutto rispetto in rapporto all’Asia (7%). Ma se si guarda al Pil pro capite la crescita della ricchezza scende all’1,6% nell’Africa subsahariana, quella dove oltre alla povertà si sta estendendo la destabilizzazione del terrorismo, dell’integralismo islamico e una violenza urbana diffusa (le feral cities), come sottolineava ieri il vice ministro degli Esteri, Mario Giro.
In poche parole nei prossimi decenni la crescita demografica potrebbe divorare il miglioramento in atto nelle condizioni di vita degli africani. Dove andranno per trovare opportunità di sussistenza è noto: tra il 2010 e il 2015 due milioni di africani sono arrivati in Europa, con un incremento di oltre il 10% rispetto ai cinque anni precedenti. L’Africa fugge dalla povertà ma anche dai conflitti. È in guerra ma cerchiamo di ignorarlo: ci sono più di 13 conflitti, dal Mali alla Nigeria, dalla Somalia al Sudan, dal Congo al Centrafrica, dall’Egitto alla Libia, e la spesa militare ha superato in questa zona i 50 miliardi di dollari nel 2014. Maggiori fornitori? Usa, Russia, Cina, Germania, Francia, Italia.
Per ottenere l’obiettivo di portare gli africani dalla parte dell’Italia il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha annunciato che chiederà al Consiglio europeo del mese di giugno «un piano operativo ad ampio raggio sull’Africa, con progetti pilota da lanciare in tempi brevi». Attraverso il Migration Compact l’Italia ambisce a diventare “un ponte” tra i due continenti. Forse i ministri africani francofoni in cuor loro avranno sorriso: i 14 Paesi dell’area del franco Cfa hanno depositato al Tesoro di Parigi il 70% delle loro riserve e nel 2011 la Francia decise di fare fuori Gheddafi perché minacciava con i suoi capitali di estromettere la valuta franco-africana che resiste dai tempi di Bretton Woods (1945).
Un tema quello delle migrazioni che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, reduce in primavera da un lungo tour africano, ha affrontato nel discorso di apertura. Mattarella, che ha sempre ribadito il suo no alle barriere e la necessità di trovare soluzioni per chi bussa alle porte dell’Unione, ha collocato la gestione dei fenomeni migratori tra le priorità politiche ed economiche internazionali: «L’Italia ha sostenuto l’esigenza di strategie lontane dalla logica semplicistica che vorrebbe rispondere al fenomeno con l’erezione di muri e barriere. Primo dovere è quello di salvare vite umane e di soccorrere chi si trova in condizioni di difficoltà e di sofferenza».
Sulla gestione dei fenomeni migratori gli africani avrebbero di che lamentarsi e infatti lo hanno esplicitamente fatto notare quasi tutte le delegazioni: «Alla Turchia sono stati assegnati tre miliardi di euro (più tre) per assistere i rifugiati siriani. Per tutta l’Africa l’Unione europea ha stanziato al vertice di Valletta, a Malta, poco più della metà, 1,8 miliardi».
Ma come ci vedono gli africani, i nostri vicini distanti che ancora anni fa ci apparivano esotici e lontani? Dall’Africa viene in media l’80% dei profughi che sbarca in Italia, un argomento che il ministro ciadiano degli Esteri ha sintetizzato in una frase che sembra una battuta ma fotografa un’amara realtà: «Per tanti africani Lampedusa è come se fosse una parte dell’Africa», ha dichiarato Moussa Faki Mahamat a proposito nell’avamposto dove negli ultimi due decenni sono sbarcati oltre 300mila africani. «L’Africa non è una minaccia, è un’opportunità», ha assicurato il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ma anche questo fa parte del grande gioco nel campionato mondiale della diplomazia.

Fonte: IlSole24Ore