Ha agito come se fosse in un videogioco: guidando a zig-zag il suo mezzo alla ricerca degli obiettivi da colpire. I più distratti, i più sprovveduti, i più lenti a mettersi al riparo. Ha colpito in una sera di festa, seminando terrore e morte tra le gente che sulla Promenade des Anglais di Nizza si godeva i fuochi artificiali del “Catorze Juillet”, quando si beve champagne e si fanno le ore piccole in tuta la Francia per ricordare la presa della Bastiglia del 14 luglio del 1789 e la Fête de la Nation inaugurata la’anno dopo nella medesima giornata. Intendeva davvero colpire un simbolo della Libertà dell’Occidente? Può darsi. Se avesse scelto una solennità religiosa, si sarebbe detto che suo scopo era “ferire al cuore” la Cristianità, la “terra dei crociati” come la chiama al-Baghdadi. E avrebbe potuto esser vero anche quello. Ma se da quest’ipotesi si vuol trarre la conseguenza “certa” che lo sciagurato trentunenne francotunisino Muhammad Bouhlel sia davvero lo strumento conscio e diretto di una congiura terroristica, allora si corre troppo. Il che, intendiamoci, non rende affatto l’accaduto meno grave e meno allarmante. Al contrario.

E’ ancora presto per poter dire qualcosa di certo al riguardo. E forse non sarà possibile dirlo mai. Tra qualche giorno accadrà qualcos’altro, di buono (auguriamocelo…) o di cattivo (che Dio non voglia…), e la gente dimenticherà abbastanza rapidamente la strage di Nizza, come ha dimenticato abbastanza rapidamente quella di Dacca e di chissà quant’altre prima. Anche queste sono le regole del gioco. E’ il principio del “chiodo scaccia chiodo”: lo abbiamo già constatato sabato 15 luglio, allorché le incerte notizie relative al tentato golpe militare in Turchia hanno sostituito la tragedia nizzarda al proscenio dei breaknews.

Il che non toglie che penose e allarmanti siano state, una volta di più, l’imprudenza e l’inadeguatezza di troppi fra i politici e i gestori dei media. Fra tutti si è distinto il solito, ineffabile Hollande, maestro nel perdere sistematicamente le occasioni per tacere. Si è immediatamente parlato di “chiara matrice terroristica di stampo islamico”, nonostante molti fossero fin dalle prime battute i dubbi emersi a proposito di Bouhlel, persona ignota ai servizi ma conosciuta invece dalla polizia per ripetuti atti di microcriminalità. Un solitario, un instabile, separato dalla moglie nonostante i tre figli. Anche il suo ultimo tragico atto sembra ispirato, o comunque almeno in parte provocato, da una tossicodipendenza. Che poi vi siano state o possano arrivare delle rivendicazioni, è probabile anzi quasi certo: ma se ne dovrà vagliare con attenzione l’attendibilità. Resta il fatto che ormai, se un criminale commette un’azione particolarmente turpe è un criminale e basta, se proviene da un paese o da una famiglia musulmani viene immediatamente tacciato di jihadismo. Un delinquente occidentale è un delinquente, un delinquente musulmano è un musulmano.

Con tutto ciò l’impressione generale di paura, di disorientamento, di rabbia, resta. L’impressione che siamo tutti minacciati, che ormai il pericolo è in casa e può nascondersi dovunque, che non c’è più un angolo nel quale ci si possa sentire sul serio al sicuro. E’ questo che vogliono i gestori del Terrore e tutti gli interessati, per vari motivi, a soffiare sul fuoco di quella che una volta si sarebbe definita la “strategia della tensione”.
Ormai, gli osservatori più accreditati sono concordi nell’affermare che si è con ogni probabilità dinanzi a un mutamento strategico dei metodi di lotta dei capi del Daesh califfale. Dall’estate del ’14 al-Baghdadi aveva teso, quasi indisturbato, a costituire tra Iraq e Siria un “suo” stato mentre manovrava anche lo strumento delle connessioni terroristiche in Africa e nella stessa Europa, ma dando l’impressione di puntare più al radicamento territoriale nel Vicino Oriente – a ridosso dei confini dell’Iran sciita, principale obiettivo strategico per quanto si avesse paura ad attaccarlo – che non al coinvolgimento di altri stati musulmani o addirittura europei ed occidentali mediante minacce e provocazioni terroristiche. Eppure i nostri servizi e anche i media più attenti avevano rivelato da molti mesi come i portavoce di alcune sezioni della galassia si facessero portatori di una tesi ch’era già affiorata in al-Qaeda ai tempi di Bin Laden: abbandonare la politica della tentata (però mai attuata) gestione centralistica degli attentati, affidarsi alle forze locali, magari spontanee, e alle loro libere e magari disordinate scelte; e seminare così un terrore continuo, capillare, con l’intento di far perdere la testa agli occidentali e indurli a reazioni violente, tanto inconsulte quasi inefficaci. Colpire degli innocenti in Africa e soprattutto in Europa per obbligare i governi occidentali a colpire a loro volta degli innocenti: radicare l’idea che ormai l’Armageddon sia cominciato, che si sia davvero allo scontro “di civiltà” tra Occidente e Islam. I veri nemici dei fondamentalisti fautori di questa strategia non sono affatto i “duri” dell’altra parte, che più o meno vorrebbero forse la stessa cosa: sono la gente in buona fede e di buona volontà, quelli che vorrebbero sviluppare in pace un domani di equilibrio e di convivenza.

Fino a pochi mesi fa i vertici dello Stato Islamico avevano dato l’impressione di lavorare “in franchising”: non passare né un progetto, né un uomo, né un soldo ai terroristi europei – del resto una costellazione ingovernabile di gruppi e gruppuscoli spesso in lotta fra loro -, ma appropriarsi delle loro azioni violente quando esse risultavano efficaci, lasciando al tempo stesso che anonimi “liberi imprenditori del Terrore”, o addirittura isolati maniaci, inalberassero nei loro proclami e nelle loro azioni le insegne califfali e jihadiste.
Ora però Daesh è alle corde: retrocede e colleziona sconfitte sia in Siria sia in Iraq, mentre anche i suoi più o meno impliciti patrons – da ricercare ad esempio nell’Arabia Saudita o nella Turchia erdoğanista – mostrano di abbandonarlo ora che la sua funzione destabilizzante nel Vicino Oriente si è esaurita. E allora lo jihadismo califfale cambia pelle, tende a guadagnare terreno in Europa sotto forma di propaganda fanatica e di terrore diffuso per compensare le sconfitte territoriali e militari in Oriente, a trasformarsi in una sorta di malattia acuto-cronica dell’Europa e forse, in un futuro prossimo, dell’intero Occidente. A che scopo? A quello di provocare reazioni violenti e indiscriminate, che consentano al califfo di proclamare dinanzi all’intero mondo musulmano sunnita che i “crociati” sono davvero i nemici di Allah.

E’ questa la trappola nella quale non dobbiamo cadere. Ed ha ragione, qui, chi sostiene che non dobbiamo lasciarci né impressionare né intimidire; che dobbiamo mantenere i nostri stili di vita e – aggiungo io – non darci a rappresaglie inconsulte che colpirebbero gli innocenti. D’innocenti ne abbiamo già ammazzati e continuiamo ad ammazzarne anche troppi, tra l’Afghanistan e l’Iraq, da almeno un quindicennio a questa parte.
Ma va purtroppo da sé che l’appello jihadista alla guerra del terrore può essere raccolto da un’immensa “limatura sociale” di scontenti, di disorientati, di disadattati. Uno degli scopi della nostra civiltà occidentale consiste, da oltre due secoli, nella ricerca della felicità alla quale già puntavano filosofi e politici durante l’Illuminismo: ne è testimone la splendida costituzione degli Stati Uniti d’America. Ebbene: la spaventosa crescita della sperequazione in tutto il mondo tra i sempre meno straricchi e i sempre più arcipoveri e il dilagare di effetti tra i quali – oltre al crescere degli schiavi della droga e degli adepti della microcriminalità – vanno considerati anche i foreign fighters e gl’improvvisati convertiti all’Islam dimostrano che, almeno in questo, la nostra civiltà ha fallito.

Il trentunenne pluriassassino della Promenade des Anglais potrebbe appartenere a questa schiera di psicolabili e di disperati tra i quali il jihadismo attinge una parte almeno della sua manovalanza. Non esiste una ricetta sicura per difenderci da questa serie di pericoli selvaggi. Ma forse quattro regole-chiave potrebbero aiutarci se non altro a inquadrare la situazione. Primo: contenere al minimo la preoccupazione, sforzarsi di mantenere le nostre abitudini per dimostrare che il terrorismo è incapace di sconvolgerle; secondo, esigere un aumento del lavoro d’infiltrazione e d’intelligence che è l’unico in grado di contrastare una strategia fatta di attentati (i terroristi non si combattono con i bombardamenti); terzo, intensificare tutte le occasioni d’incontro e di collaborazione con le comunità musulmane presenti fra noi per imparare a conoscerle meglio e per dimostrar loro che chi ci dipinge come eterni e irremissibili nemici mente. Sono tre elementari misure profilattiche per ridurre il pericolo del contagio. Perché il contagio della violenza e della guerra esiste ed è già in atto: è ormai una realtà.

Fonte: Il Blog di Franco Cardini