La compagnia Airbus francese, che ha prodotto il Metrojet Airbus A321 caduto sul Sinai una settimana fa mentre volava da Sharm el-Sheikh a San Pietroburgo, ha confermato che dalle registrazioni provenienti dalla scatola nera si presume che l’aereo sia caduto a causa di un’esplosione. Una bomba? E’ quanto gli inglesi ed anche i russi temono. Naturalmente il governo egiziano nega che sia stato possibile caricare a bordo un esplosivo. E con molta probabilità continuerà a farlo perché questa è la sua politica.

Ancora irrisolta è infatti la disputa tra l’Egitto ed il resto del mondo riguardo alla causa di un’altra tragedia aerea. Nel 1999 il volo EgyptAir 990 si è schiantato a largo dell’isola di Nuntachet, a nord di New York. Sebbene dalle indagini condotte dagli americani responsabile della sciagura è il pilota, il governo egiziano continua a sostenere che la causa sia legata ad un problema tecnico dell’aviogetto.

Quello che è certo è che lo spazio aereo internazionale continua a ridursi, prima l’Ucraina adesso l’Egitto, e che forse è meglio starsene a casa con tutti questi missili che sfrecciano nel cielo (il Daily Mail inglese ha riportato che lo scorso agosto un aereo inglese per poco non è stato abbattuto per errore da un missile egiziano). Altra certezza è la presenza in Egitto di gruppi che si ispirano allo Stato Islamico, primo fra tutti quello che si fa chiamare la Provincia del Sinai e che ha rivendicato l’attacco all’Airbus A321. Negli ultimi mesi il Sinai è stato teatro di vari attacchi, ad esempio, ad agosto un ingegnere croato rapito al Cairo è stato imprigionato e poi decapitato proprio nel Sinai. Anche gli obiettivi dei seguaci del Califfato in Egitto seguono una strategia ben sperimentata in Siria ed in Iraq: destabilizzare il paese ed incunearsi nel vuoto creato dall’anarchia politica.

Il primo passo è colpire la struttura economica. Il turismo in Egitto rappresenta quasi il 13 per cento del Pil e Sharm el-Sheikh è una delle mete più popolari. Nel 2014 9,8 milioni di turisti sono andati in vacanza in Egitto, generando entrate per 36 miliardi di dollari, pari al 12,8 per cento dell’economia nazionale. L’11,6 per cento della popolazione lavora nel settore del turismo e cioè 2,9 milioni di posti lavoro. Particolarmente importante è il turismo russo. Sempre nel 2014 1,9 milioni di russi hanno trascorso le vacanze in Egitto. Dopo la Turchia, l’Egitto è infatti la meta più gettonata dal turismo russo. In declino è invece quello britannico, nel 2014 soltanto 296 mila inglesi hanno scelto di andare in vacanza in Egitto contro i 671 mila del 2010. La causa è attribuibile alla primavera araba del 2011 ed alla comparsa del jihadismo, gli europei insomma non si sentono sicuri.

A prescindere dalle vere cause dell’esplosione, questa ultima sciagura aerea rischia di mettere in ginocchio l’industria del turismo egiziano, proprio ora che inizia l’inverno e le spiagge del mar Rosso si dovrebbero riempire di turisti in cerca di sole e mare. In fondo ai ribelli jihadisti persino l’incertezza sulle cause della tragedia fa comodo perché tiene lontani dal paese i turisti ed i loro ricchi portafogli!

Senza le entrate del turismo il governo di Sisi farà fatica a tenere a bada una popolazione sempre più povera che nel 2011 è riuscita a cacciare il suo predecessore Mubarak e subito dopo ha votato al potere Morsi. Oggi colui che è stato democraticamente eletto è in prigione mentre tutto l’entourage di Mubarak è fuori. L’Ancient regime è ancora al potere, dunque, dato che Sisi ed i suoi ministri ne facevano parte.

In fondo la responsabilità di quanto sta accadendo in Egitto è anche di noi europei. I nostri governi hanno voltato le spalle a Morsi ed a chi lo ha eletto ed incoraggiato Sisi a prendere il potere, quindi se quest’anno non potremo goderci il sole del mar Rosso o le spiagge della Tunisia la colpa è certamente anche nostra.

Fonte: Il Fatto Quotidiano