Che cosa resterà della crisi greca, considerato che l’epilogo sembra ormai segnato, salvo sorprese dell’ultimo minuto ? Di positivo la capacità di reazione di un popolo. Il no degli elettori, lo scorso week-end, è stato un no a un’idea di Europa basata sull’austerity, sui vincoli assurdi della moneta unica, su un concetto non democratico e verticistico dell’Unione. Il fatto che oltre il 60% di un popolo si sia espresso con tanta convinzione rappresenta un segnale di malcontento profondo e non eludibile ; significa che la coscienza critica dei popoli europei non è sopita e che il Dna democratico è ancora vigoroso e può essere contagioso. Da oggi, come già osservato, la Lega, il Movimento 5 Stelle, Podemos, la Le Pen e, fuori dalla zona euro, lo Ukip di Farage e altri movimenti poco noti, ricevono una spinta propulsiva e vitalizzante i cui effetti si manifesteranno nei mesi a venire.

Purtroppo l’epilogo della splendida rivolta greca non è all’altezza delle aspettative. L’accordo che si sta perfezionando non è molto diverso da quello che è stato respinto alle urne. Tsipras può vantare nuovi aiuti e la verosimile ristrutturazione di una parte del debito, ma i nodi restano intatti e, come ha giustamente osservato Alberto Bagnai, riesploderanno nei prossimi mesi. Atene ha preso soltanto tempo.

E allora perché quest’esito gattopardesco ? Le ragioni sono due.

La prima : a imporre la « pax greca » sono stati gli Stati Uniti, che dapprima hanno manovrato sotto traccia poi hanno fatto sentire la propria voce tramite il segretario al Tesoro. Gli Usa non possono permettere il grexit per le sue implicazioni strategiche ; spingere la Grecia fuori dall’euro avrebbe significato consegnarla nelle braccia di Putin (vedi post), un’eventualità catastrofica per Washington tanto più in un periodo di forti tensioni in Ucraina. Ma Obama non può permettere il grexit perché il progetto dell’euro è fondamentale per la Casa Bianca, che lo ha sempre sostenuto dietro le quinte. Anzi, come è emerso dalla pubblicazione di alcuni documenti desecretati della Cia e del Dipartimento di Stato lo ha ispirato e guidato sin dall’inizio per il tramite dei padri fondatori del progetto europeo.

L’America ha picchiato i pugni sul tavolo sia con il governo greco che con gli europei. E le tensioni si sono sciolte nell’arco di poche ore.

La seconda ragione riguarda le illusioni di Tsipras, che è uno splendido capopopolo, un emozionante condottiero delle piazze e ha dato prova di notevole coraggio, ma non è uno statista. Si illudeva, Tsipras, di poter costringere l’Unione europea a rinnegare se stessa ovvero a gettare a mare 15 anni di politica economica repressiva e ad ascoltare improvvisamente le istanze di un popolo su base autenticamente democratica, come dovrebbe essere, ma come non è quasi mai stato in un’Unione Europea costruita dall’alto verso il basso e terrorizzata dal suffragio universale espresso tramite referendum.

Ora c’è la prova oltre ogni ragionevole dubbio : chi resta nell’euro deve continuare a prendere ordini dall’Unione europea e dalla Banca Centrale ; deve sottomettersi all’austerity predicata dal Fondo monetario internazionale ; dunque deve continuare a indebitarsi e a sprofondare nel circolo vizioso di una recessione senza fine e senza speranza.

Tsipras non aveva un piano B e non ha mai contemplato l’uscita dall’euro. L’esperienza dimostra, invece, che chi vuole davvero far ripartire l’economia del proprio Paese e sottrarsi al giogo della Troika non può illudersi e deve prepararsi, per tempo, all’unica soluzione realistica : l’uscita programmata – e non imposta – dalla moneta unica. Altre soluzioni non ce ne sono.

Fonte: Il Giornale