Metti una sera di Ramadan, a Roma. I Pallet – iranian fusion band – in concerto. Sono in sette. Contrabbasso, violoncello, clarinetto, fisarmonica, percussioni, chitarra e voce.
La voce, appunto. Il più frale tra gli strumenti. La conoscete, vero, la storia dell’usignolo e della rosa? E’ quella dell’uccello che arriva in un giardino. Lì lui scorge la rosa e s’incanta. La ama di un amore immediato, le parla e lei – ancora un bocciolo – si fa fiore e si offre in un bacio: “Le mie mani sono per te, piantale, germoglieranno”.
E’ tutto di profumi e spine, il respiro: “Lei mie ali sono per te, tienile, voleranno”. Lei se ne strugge di quel canto, fino a spampanarsi ma, essenza di un’assenza, in una pioggia di petali lascia di sé all’usignolo solo il profumo. Per poi morire.
Metti un giardino – una pagina delle Mille e una Notte – a Roma. E di che piangere suole un poeta si capisce quando, piangendo, Omid Nemati, leader dei Pallet, spegne la sua stessa voce. Svela a tutti – è successo martedì scorso, davanti al pubblico dell’Accademia filarmonica romana – la ninna nanna del prato: “Le mie favole sono per te, posale nel tuo giardino”. Canta “Metà di noi” – una delle canzoni del repertorio – e si commuove. L’usignolo si aggrappa allo stelo della rosa e lui, emozionato, all’asta del microfono.
Che vi siete persi tutti voi che continuate a masticare gli scontri di civiltà immaginando in Iran tutti i medioevi. Se però così è per voi, ecco l’Asse del Male. Pallet Band è un marchio ipnotico in tutto il Medio Oriente, raccoglie successi nel mondo, dopo di che, certo, è ormai una moda, l’Iran, ma quella folla che si raduna nei giardini conferma nel sold out una precisa sensazione – tutta persiana e tutta di bazar – di cui dobbiamo avere contezza: la capacità di essere contemporanei alla propria epoca.
Se solo Federica Mogherini conoscesse il loro canzoniere potrebbe cavarsela con Mohammad Javad Zarif, il ministro degli esteri d’Iran ma il guaio è che ci si perde sempre qualcosa ad annaspare sui sentito dire. Su Rai1 dicono: “A farsi il segno della Croce in Iran si rischia la galera”. Andranik Teynourian, il capitano della nazionale iraniana, a ogni gol fa il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo scatenando la ola di tutto lo stadio. E sempre a favore di telecamera.
Ecco, i Pallet. Pur sempre l’Asse del Male. Famosi per avere capovolto il divieto di suonare strumenti in tivù, mimandone i gesti, nel canale di Stato – invitati per promuovere il loro nuovo album Tehran, Smile!, buffoneggiavano a bella posta la proibizione in vigore dal 1979 – i Pallet non sono degli Inti-Illimani in fuga da un Pinochet versione ayatollah, sono la testimonianza squillante della contraddizione. Ed è quella di una società profondamente religiosa (votata alla poesia) e, al contempo, plurale, polifonica, complicata e non classificabile secondo la dottrina Bush, il famoso “Asse del Male” di cui sopra.
Metti una sera di Ramadan, a Roma. E’ andata così. I ragazzi e le ragazze, nell’imbrunire del giardino, sono travolti dalla musica. Cantano a loro volta e poi danzano. Ora, però, se volete sapere che cosa vi siete persi, fatevi una ricerca su You-Tube e cliccate i video dei Pallet Band. Canterete con la rosa. E spegnerete la voce con l’usignolo.

Fonte: Il Fatto Quotidiano