E’ forse il caso di raccontare di nuovo la storia medievale di un vecchio ebreo spagnolo al quale era capitato di andare a Roma e di entrare in contatto con la Curia pontificia. Al suo ritorno, fece sapere ai suoi correligionari di essersi convertito al cattolicesimo: e, alle attonite richieste di chiarimenti, spiegò di aver visto fra i prelati romani una tale corruzione, una tanto perfida condotta di vita, che se la Chiesa restava ancora in piedi nonostante ciò, significava davvero che essa godeva di una privilegiata assistenza divina.

Dei segreti, anzi dei riprovevoli segreti, della Chiesa di Roma e della Città del Vaticano hanno parlato in troppi, da Roger Peyrefitte fino a Corrado Augias ed oltre. Qui non alludiamo agli antichi errori e alle vecchie colpe delle quali più volte Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno chiesto più volte scusa: delle crociate, dell’inquisizione, del processo a Galileo eccetera. Qui c’è qualcosa di differente: e viene spontaneo pensare a quel “fumo di Satana” insinuato nella casa di Dio del quale una volta parlò papa Montini.

Nella domenica di Ognissanti, papa Francesco ha più volte alluso alla “zizzania” sparsa nella Chiesa da gente che “non è felice”; ha richiamato i pesci della pesca miracolosa del lago di Galilea di cui parla il Vangelo, con i “pesci cattivi” che dovettero esser gettati di nuovo in acqua; ha denunziato la malevolenza, anche interna, che obbliga la Chiesa a remare talvolta controcorrente. Molti hanno pensato, dinanzi a questo che è quasi sembrato uno sfogo, alla “scia” del sinodo sulla famiglia. Qualcun altro ha rammentato le indiscrezioni e le recriminazioni di alcuni mesi or sono a proposito di vere o supposte lobbies pedofile. Poi sono arrivate le notizie sugli arresti in Vaticano e ci siamo sentiti ricacciati indietro fino a tre anni fa circa, alla faccenda spinosa e per tanti versi dolorosa delle carte trafugate dalla scrivania di papa Ratzinger con la complicità dell’”aiutante di camera” Paolo Gabriele e a tutte le questioni a suo tempo squadernate dal libro Sua Santità di Gianluigi Nuzzi.

Il quelle circostanze i maestri di Vigevano e le casalinghe di Voghera appresero con patetica meraviglia che anche in Vaticano c’erano non solo i magistrati (e fin lì…), bensì e soprattutto poliziotti e perfino carceri, sia pure in sedicesimo.

Ironie della storia. Una volta, le carceri pontificie erano famose: si diceva che in tanti le avevano assaggiate, e si citavano i casi di Galileo, di Giordano Bruno, magari perfino del cavalier Cavaradossi immortalato dalla musica di Giacomo Puccini. Ci avevano fantasticato in tanti, su quelle misteriose prigioni: d’altronde, non erano stati forse carcerati, sia pure per poco, anche Gesù e san Pietro?

Ma confessiamocelo: il vero motivo di stupore e di scandalo è la constatazione, dopo quasi un secolo, che quello della Città del Vaticano non è affatto una fictio iuris, non è un principato di Curlandia, o di Grand Fenwick, o di Seborga pensato da e per un po’ di preti. E’ uno stato come tutti gli altri, con i suoi “segreti” (di stato anch’essi) e i suoi aspetti riservati, le sue “suocere” e i suoi “corvi”.

Sapevamo dai tempi dello IOR e dell’a suo modo leggendario monsignor Marcinkus (un nome da film di quelli di OO7), che attraverso gli istituti di credito vaticani passavano grossi interessi economico-finanziari, magari non tutti limpidi e irreprensibili. Il mondo è fatto così: i criminali non hanno tutti obbligatoriamente tuta e tatuaggi, ce ne sono anche in doppiopetto e – perché no? – in clergyman e perfino in talare.

Ora ci sentiamo ricacciati di nuovo ai tempi del libro Sua Santità di Gianluigi Nuzzi e ai documenti riservati che sarebbero stati trafugati si può dire dalla scrivanìa stessa del Santo Padre con la complicità dell’”aiutante di camera” Paolo Gabriele, e il déjà vu è tanto più sconvolgente perché gli arresti di fresco eseguiti da magistratura e gendarmeria pontificie sembrano coinvolgere anche una vedremo entro qualche giorno quanto misteriosa presenza femminile: per quanto le ultime notizie diano la signora, esperta impiegata in un istituto vaticano deputato proprio a far piena luce su passati scandali finanziari e coinvolta nella vicenda della fuga di notizie riservate a ciò relative, già scagionata o comunque trattata con un riguardo corrispettivo della sua collaborazione con gli inquirenti.

Ora, delle storie di Marcinkus, dello IOR, di quelle che avevano interessato anche uno studioso come il cattolico liberale Ettore Gotti Tedeschi siamo fin troppo edotti, anche se dopo qualche mese molti se ne saranno dimenticati.

Ma oggi c’è qualcosa di nuovo. Ed è lo stile, oseremmo dire la zampata, di papa Bergoglio: che di zizzanie e di pesci cattivi non ne vuol sapere, che non è disposto a nessuna forma di nemmeno implicita complicità. Il Vaticano sembra ben deciso ad andare in fondo alla faccenda, incriminando anche i giornalisti che, per redigere un libro-scandalo, erano ricorsi – a quel che pare con iniziale successo – alla “collaborazione” di due funzionari che sarebbero stati legati al riserbo, un sacerdote spagnolo e una signora. Papa Ratzinger, forse, si lasciò abbattere dalla vicenda del suo “aiutante di camera” Gabriele al punto che qualcuno si è chiesto in che misura quel “pasticciaccio bbrutto” influì sulla celebre abdicazione dell’11 febbraio 2013. Papa Bergoglio è fatto di un’altra pasta. Certe cose prostravano profondamente il fine teologo che amava il pianoforte e i suoi gatti gentili; al gesuita-gaucho abituato a lottare nelle periferie sembrano quasi che facciano bene. Se qualcuno pensa di scoraggiarlo a colpi di scandalo, sta sbagliando tattica.

Fonte: francocardini.net