Sul ponte delle spie della nuova guerra fredda e ibrida non ci sono agenti con la pistola ma hacker che si chiamano Fancy Bear, Cozy Bear e Guccifer 2.0. È la guerra dei byte. L’accusa americana è pesante: dietro a questi nomi di infiltrati nei sistemi di voto elettronico e nelle mail del candidato democratico Hillary Clinton si staglia l’ombra del Cremlino. La Cia fa sapere di avere ricevuto l’ordine da Obama di preparare un cyber-attacco «senza precedenti» contro Mosca in risposta alle interferenze russe. Il Cremlino annuncia di essere pronto a replicare. In realtà le avvisaglie del confronto Est-Ovest e di un altro nel Pacifico tra Washington e Pechino, erano già nel bilancio da 590 miliardi di dollari annunciato dal ministro della Difesa Ashton Carter, di cui oltre 70 dedicati allo sviluppo di armi non convenzionali e alla cyberwarfare. Se si guarda alle cifre il match è impari: la Russia (dati Sipri) dichiara una spesa militare di 66,5 miliardi di dollari, inferiore a quella cinese, 215 miliardi, e persino saudita (87). Il parallelo economico è improponibile, con un Pil russo simile a quello italiano. Eppure la pace sembra sia diventata impossibile perché in questo scontro ciascuno pensa che l’altro sia all’offensiva, con tutti i mezzi.

L’arma informatica russa, secondo gli Usa, sarebbe entrata in azione nel partito democratico con due gruppi di hacker, Cozy Bear e Fancy Bear, il primo collegato all’Fsb, il servizio segreto civile, il secondo ai servizi militari (Gru). Il caso, reso noto a giugno, era stato preceduto da intrusioni nelle mail non classificate di Pentagono, dipartimento di Stato e Casa Bianca. Le mail private della Clinton contenenti informazioni confidenziali, in violazione delle leggi federali (l’accusa rivoltale da Trump), sono state pubblicate da Guccifer 2.0 e diffuse da Wikileaks. Guccifer 2.0 afferma di agire sulla scia di un primo Guccifer, al secolo Marcel Lazar Lahel, tassista rumeno che aveva rivelato le mail della Clinton sulla Libia, arrestato da Bucarest ed estradato negli Usa. L’ultimo capitolo della guerra cibernetica affiora quando gli hacker prendono di mira il sito elettorale di Illinois e Arizona. Secondo il Washington Post, per screditare la Clinton Putin potrebbe manipolare documenti sottratti alle Fondazioni Soros e Clinton per dimostrare che Hillary finanziava l’Isis e aveva contatti con Gulen, l’imam accusato da Erdogan di avere ispirato il fallito golpe del 15 luglio.

La guerra ibrida è questa: pirateria elettronica, disinformazione sul web, tensioni diplomatiche (Kerry e Lavrov si sono incontrati ieri a Losanna), pressioni militari, ma anche guerra vera e propria come in Siria, dove i duellanti spargono il sangue di migliaia di civili cercando di manovrare sia le potenze regionali che attori incontrollabili come guerriglieri e terroristi. L’escalation tra Russia e Stati Uniti può sembrare improvvisa ma è il risultato di molte conflittualità maturate in questi anni in cui sono cadute le barriere tra armi vere e proprie e altre armi che non sono tali ma lo diventano nella competizione tra stati. Le famose “rivoluzioni colorate”, dall’Ucraina alla Siria, secondo Mosca sono la prova di come le rivolte di piazza si trasformano in guerre civili e non convenzionali. Ed è caduto contemporaneamente anche il confine netto tra guerra e pace perché la concorrenza tra potenze, economica, militare e geopolitica, non dorme mai.

Fonte: IlSole24Ore