Fusioni & direzioni. Due popoli, una guerra, ops: due giornali, un unico direttore. Comincia, da par suo, Stampubblica. La Repubblica, appunto, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, è diventato La Stampa. E viceversa. Ma con Mario Calabresi e Maurizio Molinari non s’è fatta un’addizione, piuttosto una sottrazione e direttore – oplà – è risultato Gianni & Riotto detto Johnny.

Fusioni & direzioni. Due giornali, un unico direttore. Anche la casa editrice Rizzoli è diventata Mondadori e così, invertendo l’ordine dei fattori, si è arrivati alla stessa somma: Mondazzoli. Se però nell’addizione dei libri s’è avuta polemica, di quella capitata tra i giornali si scatena una vera guerra e contro la nomina del direttore unico si muove il predestinato dei predestinati, Anthony Polito che si asserraglia sul tavolo della Sala Albertini accompagnato da Genny ’a Carogna.

Fusioni & direzioni. Due giornali, un unico direttore. Il mitico Cdr del Corriere fa notare al furioso Polito che nulla c’entra via Solferino con la fusione tra La Stampa-Itedi e il Gruppo Editoriale l’Espresso ma l’editorialista più britannico del giornalismo più albionico non se la fa dare a bere: “Qui si fa la fusione o si muore!”. Genny ’a Carogna lo incoraggia: “Antonio, e diglielo che ce li fumiamo nella pipa i Johnny e puramente i Joe…”.

Fusioni & direzioni. Due giornali, un unico direttore. Joe, appunto, il Servegnini, approfitta della confusione di Anthony tra Torino e Roma, ma a Largo Fochetti, sede del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, l’ansia si taglia a fette. Servegnini, infatti, vestito da tartaruga Ninja, con tanto di scucchia ferrata e ciuffo brizzolato da suora laica, si mette in marcia alla testa di decespugliatori lungo la via Cristoforo Colombo e si lancia all’assalto con un solo obiettivo: ridurre il numero dei giornalisti. Quattrocento giornalisti sul gruppone Espresso-Itedi sono troppi.

Fusioni & direzioni. Due giornali, un unico direttore. E’ Johnny che traccia il solco ma è Joè che lo difende. I primi a essere licenziati sono i due direttori: Maurizio Molinari e Mario Calabresei. Molinari viene destinato a vendere nei mercati di Algeri un carico di Fiat Duna da modernariato. Erano – le splendide vetture, erroneamente considerate brutte – rimaste invendute in una transazione a suo tempo fallita tra Susanna Agnelli e Bouteflika. Mario Calabresi, invece, automunito da par suo, viene spedito a fare il correttore di bozze così impara dopo tutte le didascalie sbagliate, gli editoriali pubblicati due volte e i titoli di Repubblica ormai tutti “a fallo caninide”.

Fusioni & direzioni. Due giornali, un unico direttore, anzi no: un quadrumvirato. Unica testata anche tra Libero, il giornale diretto da Maurizio Belpietro, e Il Giornale, il quotidiano alla cui guida c’è Alessandro Sallusti. Non ha pià senso disperdere le energie dello sfolgorante esercito della destra e però la marcia sulle rotative impone di far quadrare le legioni. A Belpietro e a Sallusti, quindi, si affiancano – nella guida del giornale unico delle destre unite – due delicati moderati al cui confronto Genny ‘a Carogna può andare a fare il guardiamacchine a Disneyland: Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

Fusioni & direzioni. Due giornali, un unico direttore, anzi, meglio: due matite. E sono Vauro e Vincino a realizzare il più impossibile dei matrimoni, quello tra Il Foglio e Il Fatto. Con geometrica precisione satirica i due supremi vignettisti stabiliscono la diarchia di comando e di un foglio ne fanno un solo fatto chiamandolo semplicemente “Quotidiano”.

Fusioni & direzioni. Due giornali, un unico direttore, anzi, meglio: la diarchia. Tutto si realizza in coppia: Mariarosa Mancuso scrive a quattro mani con Malcom Pagani, Silvia Truzzi con Peppino Sottile, Andrea Scanzi si scambia la rubrica con Andrea Marcenaro, Marco Travaglio si commuove e regala a Silvio Berlusconi un magnifico paio di Ray-Ban modello “Carminati”. Fusioni & confusioni. E così via, fino a estremi sacrifici: Antonio Ingroia smette di suonare nei matrimoni e passa direttamente alle prime comunioni dove, a distribuire confetti, trova il famoso cuoco Michele, ingiustamente licenziato da Francesca Pascale.

Fonte: Il Foglio