Non è finta, anzi, la storia del coinvolgimento del governo saudita nell’attentato terroristico contro le Twin Towers e il Pentagono. Da 15 anni questa storia ha diviso il mondo tra sostenitori della tesi ufficiale (quella contenuta nel “9/11 Commission Report”) e la miriade di critici che l’hanno smontata pezzo per pezzo. Inutile dire che il confronto è stato impari: da una parte tutto il mainstream, compatto. Dall’altra singoli, più o meno isolati e fatti passare per matti, bollati con la qualifica di “complottisti” e rinchiusi nel recinto del silenzio. Le ipotesi alternative non hanno potuto raggiungere il grande pubblico.

Ma adesso emerge, sempre più forte, l’evidenza: il governo saudita, alleato e amico dell’America, tirò le fila dell’attentato. Come vedremo tra poco, a prescindere da ogni disputa tecnica e spionistica, se questa ipotesi sarà resa pubblica e desegretata, da sola potrà demolire l’intera indagine ufficiale in cui quasi tutti ancora credono. Apparirebbe in tutta la sua grandezza l’inganno, che fu perpetrato ai danni del pubblico americano e mondiale, e che condusse alla morte milioni di persone in una serie di guerre, ben oltre le quasi 3000 vittime innocenti, insanguinando la storia di questi ultimi 15 anni.

Per questo è in corso una furibonda battaglia politica, a Washington e a Ryhjad, per impedire che la verità emerga. Ultimo atto in ordine di tempo è la declassificazione, da parte del Governo Usa, di un rapporto denominato “File 17”, compilato da Lana Lesemann e Michael Jacobson, dove sono elencati circa 40 nomi di complici sauditi dei cosiddetti “dirottatori”. Sapere chi sono i due autori di questo “file” è importante. Mike Jakobson fu nello staff della “9/11 Commission”, ma prima era stato anche nella Commissione del Congresso presieduta dal senatore democratico Bob Graham. Lana Lesemann lavorava con lui nello staff. Lavorava troppo bene, tanto che fu licenziata dal presidente della “Commissione 9/11″, Philip Zelikow.

Jacobson conosceva bene il contenuto del voluminoso rapporto che la Commissione di Graham produsse per i deputati. E dunque conosceva anche cosa c’era nelle 28 pagine che il Presidente George Bush Jr ordinò fossero segretate. Di quelle pagine la “9/11 Commission” non tenne minimamente conto. Ma la cosa curiosa è che, a sostenere apertamente la tesi del “File 17”, è anche l’ex senatore della Florida , insieme ad altri senatori di quella commissione. Graham ha detto ripetutamente a diverse tv americane (e recentemente all’agenzia AP) che gran parte del “File 17” deriva da quelle 28 pagine e che la ”9/11 Commission”, la Cia, l’Fbi non hanno fatto nulla, in questi 15 anni, per cercare risposte a quei capi d’imputazione.

Tuttavia Bob Graham, per primo, dovrebbe dire come e perché anche lui ha taciuto in tutti questi anni. Tanto più che quel rapporto, e quelle 28 pagine, lui le conosceva bene, essendone uno degli autori. Si capisce dunque che la faccenda è molto grossa. Qualcosa è accaduto nel frattempo, che ha costretto qualcuno ad aprire il vaso di Pandora. Dal “File 17” emergono, ad esempio, due nomi: Fahad Al-Thumairy e Omar Al-Bayoumi. Il primo era, a quel tempo, l’imam della moschea di Culver City, California, e ci sono documenti che attestano il suo ruolo di copertura di almeno due dei 19 terroristi. I due in questione, Nawaf Al-Hazmi e Khalid Al-Mihdhar, erano arrivati a San Diego fin dal febbraio 2000. L’indagine accertò che erano stati abbondantemente finanziati e aiutati dalla coppia Al-Thumairy e Al-Bayoumi. Il “File 17” indica “rapporti molto stretti con il governo saudita”. Di Al-Bayoumi si pensa che fosse un agente dei servizi segreti sauditi. Ma non fu mai interrogato (sebbene fosse sotto sorveglianza) e riuscì a uscire dagli Usa prima dell’attentato. Idem per Al-Thumairy.

Tuttavia lo stesso “File 17” risulta essere un segreto di Pulcinella. Infatti tutta la vicenda, con grande dettaglio, era già stata raccontata del giornalista americano Philip Shenon, reporter del New York Times, nel suo libro “The Commission” (pubblicato in italiano da Piemme con il titolo “Omissis-Tutto ciò che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre”, 2009). Proprio tutto non si direbbe, ma su questo punto conteneva l’essenziale. Da quel racconto emergeva che attraverso Al-Bayoumi erano transitati migliaia di dollari, provenienti dalla principessa Haifa, moglie dell’ambasciatore saudita a Washington. Dollari che arrivarono ai terroristi.

Jacobson, a più riprese, riferiva che l’Fbi aveva frapposto ostacoli alla ricerca dei documenti su Al-Bayoumi, al punto da farlo sospettare che costui fosse un doppio agente, anche per conto dell’Fbi. Dunque l’Fbi — si deduce — sapeva molto della preparazione dell’attentato. Ma c’è di più. Shenon scrisse che la Cia stessa sapeva che Al-Mihdahr era in California dall’inizio del 2000, ma “non lo comunicò all’Fbi per più d’un anno”. Eppure la Cia sapeva trattarsi di un grosso calibro, poiché lo aveva seguito passo passo dalla famosa riunione di Kuala Lumpur in cui Khaled Sheikh Mohammed aveva riunito il gruppo esecutivo dell’attentato del secolo. Nonostante tutto questo Al-Mihdhar non era stato inserito nella lista speciale dei potenziali terroristi.

Gli sviluppi degli ultimi mesi confermano l’importanza cruciale di questi documenti. Nel 2014 Obama decide la declassificazione di quelle 28 pagine. Escludiamo non sapesse quello che stava facendo. I neocon reagiscono e fanno intervenire il loro uomo, George Bush il Minore. Il quale fa sapere che non si devono turbare le buone relazioni con la famiglia saudita. Il prode Obama si ferma. Ma la maggioranza del Senato approva, lo scorso maggio, la “legge contro gli sponsor del terrorismo”, che autorizza le famiglie delle vittime a chiamare in causa anche uno Stato canaglia. L’Arabia Saudita è in testa nell’elenco. Obama cuor di leone minaccia il suo veto alla legge. A giugno John Brennan, capo della Cia, dice che le 28 pagine saranno pubblicate, ma che esse non contengono prove di coinvolgimento dell’Arabia Saudita nell’attentato terroristico. Naturalmente senza spiegare perché quelle pagine furono segretate.

Il tutto ci dice che l’elenco delle complicità tracima e diventa alluvionale: sapeva il governo saudita, ma c’era chi sapeva anche all’interno dell’Fbi e della Cia. Resta da capire chi e perché ha messo in movimento la storia, che potrebbe riaprire tutta l’inchiesta e tutta la narrazione mondiale degli ultimi 15 anni.

Fonte: Il Fatto Quotidiano