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Pier Paolo Pasolini, “Alla mia Nazione”

                                                                           Alla mia Nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare,

libera il mondo.

 

Italia 1922. La poesia è la primogenita artistica del genio pasoliniano ,attraverso la quale il poeta visiona e rappresenta le contraddizioni, il decadentismo, il “genocidio culturale” di un’intera nazione. Nella poesia di Pasolini vi è una conservazione della forma ed un’aspirazione alla lirica, che ben presto egli stessi abbandona, per sprigionare la sua vitalità esuberante ed eccedente, il suo desiderio di libertà, superarando i canoni poetici pur conservando la tradizione.

Il suo primo esperimento poetico è dunque costituito da una raccolta “ La meglio gioventù”, prevalentemente lirica, nella quale sceglie consapevolmente di esprimersi nel dialetto materno, il friulano, che resuscita e ricompone le radici di un popolo. Il dialetto difatti,essendo la lingua primordiale, riporta alle origini pure ed incontaminate.

« …Jo i sarài ‘ ciamò zòvin/ cu na blusa clara/ e i dols ciavièj ch’a plòvin/ tal pòlvar amàr./Sarài ‘ ciamò cialt/ e un frut curìnt pal sfalt/ clìpit dal viàl/ mi pojarà na man/ tal grin di cristàl. »

“.Io sarò ancora giovane,/con una camicia chiara /e coi dolci capelli che piovono/ sull’amara polvere./ Sarò ancora caldo/ e un fanciullo correndo per l’asfalto/ tiepido del viale, /mi poserà una mano/ sul grembo di cristallo. “ 

Disgustato, frastornato, aberrato da una società sepolta dalla corruzione e dal degrado egli rifugia nei versi salvifici della poesia, con la quale tenta di ritrovare la vita, quella vergine e immacolata, oramai perduta. La vita di Pasolini è così in continua contesa fra la volontà di perseguire l’attivismo e l’impegno culturale al fine di attuare l’ideologia marxista, nel contesto della lotta di classe, e la ricerca di una realtà connaturata nella vita più semplice, più grezza, pre-ideologica.Il dramma di Pasolini si accende dal momento in cui osserva lo sgretolamento repentino della cultura, dei costumi, della moralità italiana. La depravazione, l’abbrutimento, il decadimento di un’intera società sono il cappio che strangola l’animo de poeta, affamato di semplicità e di spontaneità. Il suo verso, dunque, rilutta la bugia, la finzione, il costruttivismo finalizzati all’immolazione della perfezione estetica, ma ricerca la bellezza nell’autenticità e nella purezza della vita. La poesia,intrisa di ossimori, è difatti il riflesso della lacerazione profonda dell’animo pasoliniano, estremamente tormentato.

A causa delle incriminazioni per “corruzioni di minorenni e atti osceni in luogo pubblico” egli è costretto ad allontanarsi dai luoghi dello scandalo. Così il poeta scopre la città Roma. Qui egli, intravede, nuovamente, il vizio, il torbido peccato, la violenza che si insinuano , tra i vicoli trasteverini e le borgate, oscurando il bagliore della tanta desiderata innocenza. Roma, però, affascinante e spaventosa, intrigante e peccaminosa , rapisce Pasolini, che la dipingerà con le sue opere più belle.

La collisione fra le contraddizioni intime del poeta implode dolcemente nei versi della poesia “Ceneri di Gramsci”,nella quale si intravede un equilibrio, grazie al linguaggio frutto del passato e alla storia propria del presente. Questo perché le divaricazioni, pur essendo ancora presenti, vengono sapientemente levigate ed armonizzate attraverso l’invisibile legame del tutto: la poesia.

Nelle raccolte successive,come “ La religione del mio tempo” o “ La poesia in forma di rosa”, il poeta non riflette più i suoi tormenti interiori, ma affronta tematiche civili e politiche, evidenziando ancor di più la decadenza del suo tempo. La poesia diventa diario, in cui vi confluiscono, non ancora in forma saggistica,pensieri, appunti, riflessioni, L’ultima raccolta poetica di Pasolini è “Transumar e organizzar “, con la quale esprime la difficoltà di evadere dalla propria condizione umana, avendo come scenario la degradazione più totale di un mondo atroce e crudele.

Così egli termina la sua produzione poetica e confessa:

“Smetto di essere un poeta originale che costa mancanza / di libertà: un sistema stilistico è troppo esclusivo. / Adotto schemi letterari collaudati, per essere più libero”

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  • Claudio

    Che bella la poesia in friulano! E dire che di Pasolini mi piaceva di più il pensiero. L’ultima che riporti, quella rivela forse meglio di altre la semplicità inafferrabile alla quale aspirò per tutta la vita. C’è un libro uscito anni fa da Adelphi, “Incontri con uomini straordinari”, nel quale uno strano tipo di nome Gurdjieff, greco di origine ma nato a un crocevia fra Russia e Persia, e apparso negli anni 20 a Parigi con una piccola corte di seguaci, fa apparentemente ingenue osservazioni sulla lingua e sullo stile. E conclude che gli europei, preoccupati del bello scrivere, della forma originale che però manca di dire l’essenziale, non sanno, in realtà, cosa sia la letteratura. Cosa ne avrebbe pensato PPP, non so. Ma sembra che entrambi, pensando alla letteratura o meglio alla poesia, in realtà pensassero alla vita.