Napoli non è un posto come un altro. Napoli è Napoli. Con i suoi vicoli, la sua lingua, il suo cibo, la sua gente. Napoli è Napoli. Con il fascino da capitale mancata, il mare a fare da sfondo ad ogni immagine da cartolina e la “puzza di fame”, fragranza stonata d’una donna bellissima con un profondo sfregio in viso.
Napoli è Napoli. Fonte d’un’arte inesauribile, che abita i teatri, le case, le strade, avvolgendo la città in un abbraccio unico ed irripetibile. Napoli è Napoli. E come ogni madre del Sud, segna alla nascita i suoi figli con un bacio, imprimendovi il suo profumo per sempre. Ed è di uno dei figli di questa grande Madre Vesuviana, che vogliamo parlare oggi. Un figlio che per molti è scomparso, è andato via, prendendo la salita verso il cielo, che lo nega a Napoli, per sempre. Ma per noi, questo figlio di Napoli, per gli amici Pinuccio, non è mai andato via. Perché noi come altri lo sentiamo parlare, lo ascoltiamo cantare, corriamo ancora da lui quando abbiamo bisogno d’una parola, d’una risata.

Da figlio che si rispetti, Pinuccio ha onorato la mamma, rifiutando per molto tempo la lingua degli altri. Quella degli a me senza mi, quella dei ma senza però. Per una lingua diversa, una lingua “Mmiscata”, figlia a sua volta d’un italiano antico e d’uno spagnolo da forestieri, nipote diretta della fantasia di un intero popolo. È con questa lingua che Pinuccio nemmeno ventenne, ha detto tutto.
Nelle meravigliose tracce del suo Album d’esordio, Terra Mia, non manca nulla. C’è l’amore, c’è la terra, c’è il lavoro, c’è la morte. E non in fila, uno per uno, ma anche loro MMISCATI, nei testi di Cammina Cammina o di Chi po Dicere. C’è il profumo di Napoli, dentro Terra mia, nella storia di Furtunato O Tarallaro, figura del passato alle prese con un mondo che cambia. E c’è “Napul’è”, dentro Terra mia, che non necessita né d’elogi né tanto meno di descrizioni.
Negli altri lavori di Pinuccio, la lingua di “Mammà” resiste, “Mmiscandosi” a sua volta con l’inglese, anzi con l’americano dei Blues Man che tanto lo appassionano. Tanto da MMISCARE oltre alla lingua, la musica tradizionale napoletana, con le sonorità nere del Blues d’oltreoceano, creando così uno stile e un sound inconfondibili. Sono gli anni di Nero a Metà, di Bella Mbriana, di Vai mo’. Anni incredibili, in cui Pinuccio, accompagnato da qualche altro Figlio di Napoli, come Tullio De Piscopo, formidabile batterista e, James Senese, scugnizzo perfetto da Tammuriata nera,  incanta l’Italia e il mondo, con la sua chitarra in mano. Sono gli anni del Taramblù e del Neapolitan Power. Je sto vicino a te, Putesse essere Allero, Tutt’nata storia, sono solo pochissimi dei titoli delle poesie di Pino, accompagnate sempre dall’estro musicale di un gruppo di Musicisti Napoletani, che assieme a lui, saranno gli ambasciatori più fieri della napoletanità.

Il tempo passa e sono anni importanti per mamma Napoli. Gli anni in cui un figlio adottivo, di provenienza argentina, fa impazzire la città. Sono gli anni degli scudetti del Napoli di Diego Armando Maradona, del 3 a 2 alla Juventus di Platini e Agnelli, della Coppa Uefa vinta contro lo Stoccarda. E i napoletani, ancor oggi pazzi per quel figlio adottato, gli dedicarono una canzone, un capolavoro, che non poteva che essere di Pinuccio: Je so Pazzo.
E c’è un amico, un amico con cui Pino ha un legame speciale, Massimo (Troisi). Anche Massimo è un’artista, attore e regista, e chiede a Pino di scrivere le musiche per i suoi film. Da qui, nascerà la splendida colonna sonora di: Ricomincio da Tre, ed i successi O Ssaje comme fa o core e Quando, inseriti nel Film Pensavo fosse amore invece era un calesse. Molto simili, Massimo e Pino. Entrambi figli di Napoli, entrambi Artisti, entrambi dal cuore debole.

Passano altri anni, e Pino però cambia un po’ la voce e  pare scordarsi della lingua di “Mammà”. Quella lingua che anche a cavallo degli anni Ottanta e Novanta gli aveva regalato pezzi preziosi, come Occhi Grigi o FerryBoat. E ora Pino pare non esserci. Pare che di lui possa rimanere solo il ricordo. Ma questo non è esatto, perché si sa, gli artisti, non muoiono.
Oggi, in un giorno qualunque lo abbiamo voluto ricordare così, con il Dialetto e la sua chitarra, con i suoi amici e la sua voce bassa.

La vita passa per tutti, il ricordo rimane di pochi, l’arte permane per sempre. Ecco perché non ti scorderemo mai, Pinù.