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Pochi mesi fa il mondo dell’arte aveva pianto all’addio di David Bowie: alla notizia, il mondo colorato e sgargiante del Duca Bianco ha riempito di colori e della sua straripante personalità le bacheche di Facebook, le prime pagine dei giornali, monopolizzando inoltre radio e tv. È stato un estremo saluto scenografico, anticipato da un album, Black star che può essere considerato il suo testamento artistico. In una anonima mattina di novembre, invece, se ne va Leonard Cohen, uno dei più grandi poeti-cantautori del nostro tempo. La colonna sonora, che accompagna i titoli di coda della sua vita è You Want It Darker, il suo ultimo album. “Hineni, hineni, I’m ready my Lord”, così sussurrava rauco nella traccia di apertura dell’album. Hineni è una parola ebraica, significa “eccomi”.

Eccomi al tuo cospetto Signore, sono pronto

A differenza di Bowie, la morte di Cohen ha qualcosa di più intimo, di meno spettacolare. Il commiato dalle scene è un saluto appena sussurrato dal fondo della sala, mentre il coro della sinagoga di Montreal accompagna la voce dorata del poeta canadese. La versatilità nell’arte non è obbligatoria, non è una patente di circolazione. Ma quando un artista unisce al talento la duttilità delle forme, la poliedricità dei contenuti, la trasversalità del suo messaggio, corre il rischio di passare alla storia, di essere annoverato tra i “grandi”. Lo era David Bowie, lo è stato certamente Leonard Cohen. Entrambi, quest’anno, hanno mestamente riposto nella custodia i loro strumenti musicali.

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Agl albori. Insieme a Dylan, Leonard Cohen è stato l’ispiratore fondamentale di generazioni di cantautori, tra i primi a sdoganare arrangiamenti essenziali e sonorità acustiche scarne, chitarra e voce

Cohen è stato un vero e proprio poeta della musica. Ha celebrato la malinconia, l’emarginazione, gli amori persi. Ha fatto sognare intere generazioni degli anni Sessanta e Settanta, sin dal primissimo Songs of Leonard Cohen. È quest’album forse lo scrigno che racchiude i temi più cari al Maestro. Protagonista assoluta della sua poetica è l’umanità con tutte le sue debolezze, i suoi segreti, le deviazioni, i bivi esistenziali. La sua musica ha gli stessi colori di una tela di Hopper: la tristezza e la solitudine sono le sue note preferite.Tanti influssi sembrano influenzare indelebilmente lo spartito dell’artista: dalla chanson francese di Jacques Brel e George Brassens, al folk americano, a quell’attrazione per i temi biblici, che gli deriva delle sue radici ebraiche. Poeta, scrittore, romanziere, musicista, Cohen ha lasciato un’impronta permanente nella storia della musica, come le impronte delle mani delle star sulla walk of fame a Los Angeles. Qualcosa che resterà per sempre.

Nel suo lungo percorso artistico, ha sfiorato inoltre tutti i più delicati temi sociali: religione, politica, guerra, e sessualità, ogni volta toccando le corde più profonde dell’animo umano. Voce di rasoio arrugginito è riuscito così a mettere insieme, forse tra i primi nella storia della musica, la figura del cantautore con quella del poeta. E con la calda tonalità di quel suo canto, ci ha parlato di guerra, in Lover Lover Lover, prendendone le distanze, pur offrendosi di essere, con la sua musica,  “uno scudo contro il nemico”. In The Partisan, e in The Old Revolution, ha affermato fortemente le sue simpatie per gli oppressi e la refrattarietà a salire sul carro del vincitore. Il cantautore è stato, a un tempo, il poeta della vita e della morte. Ci ha parlato del suicidio in Songs of Leonard Cohen  ed ha celebrato la vita, in Diamond in the Mine (così come in The Future e in  Story of the Street)  scagliandosi  contro l’aborto che definisce “la rivoluzione dell’orgoglio” e che “ha addestrato un centinaio di donne, pronte a uccidere un bambino non ancora nato”.

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La copertina del celebre LP “Songs of Leonard Cohen”

Non era un estroverso Cohen. La leggenda vuole che gli operatori di regia, quando il maestro doveva registrare una canzone, ricreassero esattamente nello studio di registrazione la sua stanza da letto, in modo da recuperare l’intimità che gli occorreva per liberare la sua arte.Sono continue, nel percorso artistico di Cohen, le sperimentazioni musicali, la ricerca di nuove frontiere. Si ispira dapprima alla musica popolare europea. Poi, a partire dal 1970, approda alle sonorità pop, cabaret e musica world; quindi, dal 1980,  si affaccia al mondo dei sintetizzatori elettronici. Un vero pioniere della sperimentazione musicale. In Italia, il noto cantautore di Montréal è stato reinterpretato e tradotto da Fabrizio De André, Ornella Vanoni, Francesco De Gregori, Francesco Baccini. Uno dei primi capolavori del cantautore romano, Alice, è grandemente influenzato dalle atmosfere e dai suoni dell’artista canadese, del resto citato in quasi ogni canzone del quasi omonimo album del 1973 Alice non lo sa (Marianna al bivio, Irene, La casa di Hilde). Anche Roberto Vecchioni, nel suo album Milady, ha inserito una canzone- Leonard Cohen– che si ispira profondamente, nella sua melodia,  a Suzanne.

Forse Cohen non è stato uno dei più grandi cantautori-poeti del nostro tempo, forse è stato il più grande… un’ulteriore stella che va ad aggiungersi a un firmamento di insostituibili mancanze.