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Dentro l’amore per l’arte nasce e muore la parabola infelice di una monumentale leggenda della musica. Un bagliore, che già nei primi anni di via, attraversa quello sguardo profondo, alternando malinconia a dispersione. Gli altri si turbano nei suoi occhi, lui si perde dentro se stesso. Una mente troppo angusta per contenere una creatura debordante e priva di sponde: Syd Barrett, il fondatore dei Pink Floyd. Fiabe, leggende e miti si avvicendano attorno alla sua immagine. E ancora oggi, a un palpito da quello che sarebbe dovuto essere, il suo settantesimo compleanno, qualcuno lo va cercando, qualcun altro lo va imitando; tutto nella mancata accettazione di una storia triste.

Il suo spirito disegna quello Dionisiaco, del tutto descritto da Friedrich Nietzsche – sarà un caso – proprio ne La nascita della tragedia dallo spirito della musica. Dioniso, divinità greca, diviene nel filosofo tedesco la forza Dionisiaca: ebbrezza, delirio orgiastico e musica. L’elemento antitetico allo spirito Apollineo. Nel Dionisiaco, Nietzsche assimila la fonte originaria del pessimismo greco non decadente. Ulteriormente l’autore afferma che nella tragedia, la forza si esprime anche nel “lanciare lo sguardo nell’abisso”. Quel baratro che il diamante pazzo, iniziatore dei Pink Floyd, sfida con tanta veemenza, da farne infine la sua infausta dimora. La voragine che il Dioniso di The Madcup Laughs (uno dei suoi due album da solista), non riesce a padroneggiare. Una profondità buia, che si impossessa al contempo del suo corpo e della sua mente. Impietosa segreta che lo espone a molteplici mutamenti nell’aspetto e nel pensiero.

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I Pink Floyd si formarono nel 1965, in questa foto i fondatori Roger Waters, Nick Mason, Richard Wright, e Syd Barrett

Il suo impulso alla vita, di dionisiaca appartenenza, figura in Barrett con la stessa furia in impulso di morte. Presumibilmente proprio la fragilità del diamante pazzo, come ne La Tragedia, rappresenta lo spirito che individua e riconosce la fugacità dell’esistenza umana. E la caducità di Barrett sottolinea il suo poderoso segno di riconoscimento in una concatenazione: la meravigliosa apparizione, la creazione di un forziere musicale straordinario e un allontanamento che non troverà più recupero, poiché il primo è lo strappo da se stesso. Una natura artistica lo muove alla pittura, un’indole fortemente creativa lo dirige verso la musica. A quattordici anni i suoi genitori gli regalano una chitarra, e da quel momento, la sua tragedia inizia pian piano a gettare le proprie fondamenta. Pochi anni dopo sarà lo stesso Barrett a decidere il nome del gruppo: Pink Floyd. Appellativo erroneamente considerato sinonimo di Lisergic Acid Diethylamide, ossia LSD. Al contrario, l’ispirazione è dentro i nomi di due bluesmen: Pink Anderson e Floyd Council. Tra pittura e musica, tra fiori e diamanti allegorici, all’interno del gruppo inizia l’esondazione della sua magica creatività.

Aveva addirittura troppo talento, se è possibile. E anche uno strano carisma. Ma non c’erano avvisaglie in lui di quello che sarebbe successo in seguito. Era incredibilmente dotato per la pittura e sembrava esservi più interessato. Col senno di poi, era quella che non doveva mollare. Il music business è così pieno di imbroglioni e di sfruttatori che un vero artista è sempre vulnerabile

Arnold Layne, Pink Floyd – 1967

Se a una mente particolarmente sensibile ai richiami esterni, nella delusione e nell’eccitazione, si somma l’uso dell’LSD, la tragedia è dietro ogni angolo a strizzare l’occhiolino. All’epoca si ignorano le conseguenze, e l’abuso di Barrett rientra nell’atto dello sperimentare, andare oltre; in quell’altrove dal quale un giorno non tornerà più. I diversi amplificatori che adopera nelle indagini musicali, sono la sconfortante metafora di tutto quel grondante lato oscuro che si dilaterà nei suoi contorti meandri mentali. Nel 1967 i Pink Floyd registrano il loro primo 45 giri con le canzoni di Syd: Arnold Layne e Candy and currant bun. Arnold Layne disegna un successo e decreta fatalmente la dimensione poetica di Barrett. Il testo si ispira a una storia vera, vissuta nelle strade di Cambridge; un tipo con lo strano hobby di collezionare bucato.

Arnold Layne had a strange hobby

collecting clothes, moonshine washing lines

they suit him fine

Un testo che marca finanche una speculare profezia degli anni dell’oblio, trascorsi a Cambridge tra ossessioni e silenzio.

syd_barrett

Il 1970 è l’anno dei due Lp di Barrett, ma anche il momento nel quale lo spirito Dionisiaco, nel solo verso di “gettare lo sguardo nell’abisso”, si rende l’unica dimensione. In quello sguardo fatto di grandi occhi infossati, la luce si estingue e la direzione è quella dell’assenza. Mancanza che lo porta a rompere con il gruppo, all’interno del quale non farà mai più ritorno. All’opposto, il crescendo della fama dei Pink Floyd coincide con la discesa negli inferi della testa di Syd. I testi delle canzoni del suo lavoro più importante, The Madcup Laughs, vivono una strana atmosfera, tra l’inquietudine e la ballata triste, intrisi dentro una dicotomia malinconica in una timbrica unica. La dimensione fantastica di Terrapin o l’anomalo jazz di Here I go o ancora la congerie stralunata di Octopus; il perpetuo strizzare l’occhio al sogno in Feel o in Long Gone.

Octopus, Syd Barrett – 1970
Il successo di critica e di pubblico non impediscono al diamante pazzo di tornare e infine restare a Cambridge, in un primo momento nella cantina della sua casa e in seguito in un altro domicilio, sempre in compagnia della madre. Londra resta un posto dove tornare di tanto in tanto, ingrassare sino a rendersi irriconoscibile, rasarsi i capelli ed errare per le strade. Ma il posto privilegiato dove guardare l’abisso, con uno sguardo oltremodo altrove, rimane nel tempo il suo luogo natio. Questo mentre intorno nascono leggende di ogni sorta: morte, scomparsa e fuga nell’anonimato. Syd Barrett è a casa propria; coltiva isolamento nell’abbandono definitivo della sua musa: la musica. La vita dell’artista è nelle trame di una tragedia musicale, poco incline alla fama e troppo disposta a sconfinare quel flebile limite tra lucidità e follia. Syd Barrett viene ricoverato diverse volte per disturbi psichici.

Sto percorrendo la strada all’indietro. Non faccio altro che perdere tempo. Cammino otto miglia al giorno. Scommetto che si vede. Ma non so come ci riesca. Non riesco a esprimermi in modo molto coerente, ma mi sento completamente tranquillo o almeno credo di esserlo. Sono pieno di polvere e chitarre.

Il Diamante pazzo dei Pink Floyd è nel ricordo di un giorno di giugno, nello studio tre di Abbey Road, dove il gruppo, che non lo vede da anni, nota un tizio in sala di registrazione, in sovrappeso e con la testa rasata; non lo riconosce: è Syd. Barrett è nelle pieghe di Wish you were here e in quelle di Shine On You Crazy Diamond.

Terrapin, Syd Barrett – 1970
Syd è nei ricordi indelebili di chi lo ha vissuto, nella mestizia di chi lo ha perso molto prima che morisse, nella storia della musica e negli annali di una tragedia, dove lo spirito Dionisiaco scavalla se stesso per dirigersi in un precipizio privo di echi.

La bellezza, l’artista, una mente sin troppo pulsante, cadono nella perdita e nell’oblio della propria esistenza

Lontano dalle scene dal 1970, muore a Cambridge il 7 luglio del 2006. Roger Keith Barrett è nel caos, incastrato nell’animo di un pittore, in un No Man’s Land; tutto all’interno di un diamante che continua a brillare.