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Discorrere di un album, specie quando il suddetto ha rivoluzionato la storia della musica, e provare a realizzare qualcosa di nuovo (un diverso punto di vista diremmo), non è mai facile, soprattutto se parliamo di un capolavoro come Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band. L’ottava fatica in studio dei Beatles, a distanza di cinquant’anni tondi tondi, è di quelle che fanno scrivere decine e decine di libri e studi dedicati – nonché nuove ristampe e bootleg – proprio perché l’esigenza di penetrare ogni volta dentro l’opera che i quattro ragazzi di Liverpool ebbero modo di creare è, ancora oggi, uno dei viaggi musicali più magici e affascinanti.

Forse, ancora oggi non comprendiamo la grandezza di questo album: non bastano le dichiarazioni degli stessi Beatles o di George Martin (lo storico produttore) a spiegarci fino in fondo la rivoluzione che da lì in poi si innescò; e nemmeno notare (nei video arrivati fino a noi) la presenza di band come Rolling Stones, Pink Floyd e King Crimson, che da bravi scolaretti, restavano seduti negli studi di Abbey Road a vedere cosa significasse il genio.

sgt-pepper_1

I lavori per il disco erano già iniziati da qualche mese quando Sgt. Pepper iniziò a conformarsi all’album che poi diventò: il brano omonimo che apre il disco fu tutta farina del sacco di McCartney (vero papà dell’album), il quale mise all’interno del brano tutta la sua passione per le brass band che amava ascoltare in gioventù. Sarebbe lunghissimo discorrere di come nacque l’ispirazione per l’album del Sergente Pepper, ma basta ricordare anche qui l’ingegno di Paul, che giocò sul nome della bevanda preferita del road manager Mal Evans (la leggendaria Dr. Pepper), aggiungendo Lonely Hearts Club Band: sorta di incrocio tra le influenze psichedeliche e il vecchio mondo delle orchestre britanniche.

Musicalmente, il brano iniziale è costruito sul classico schema rock’n’roll, con l’aggiunta di organo e fiati. We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, we hope you will enjoy the show, e subito siamo proiettati all’interno del mondo musicale che spalanca le sue porte. Tocca poi a Ringo (alias Billy Shears), continuare ad illustrarci le tappe del viaggio. With a little help from my friends nacque come un divertissement tra Paul e John davanti a un piano, che pensarono ad una sorta di filastrocca da affidare alla bonarietà di Ringo. Piano e batteria costruiscono la base ritmica della canzone, che vede una marginale presenza della chitarra di Harrison con Lennon impegnato quasi esclusivamente nei cori. Sebbene fosse una delle tracce meno considerate, alla lunga fu tra quelle più ricordate, grazie anche alle numerose cover, tra cui spicca quella di Joe Cocker.

The Beatles – With a little help from my friends

Altro brano, altro mondo che si apre. Lucy in the sky with diamonds è il simbolo lennoniano del periodo, in continuo equilibrio tra la vita terrena fatta di pesante vita familiare e l’universo fantastico e immaginario delle droghe in cui John si rifugia. L’lsd, per tutti acronimo del titolo, è in realtà una curiosa coincidenza, sebbene sia impossibile negare la sua influenza. Lennon disegna il suo mondo psichedelico, concedendo qualche piccola aggiunta a Paul, dai cellophane flowers of yellow and green ai newspaper taxis.

Al già contorto mondo lennoniano individuabile nel testo, musicalmente il brano aggiunge mistero, sfruttando la voce raddoppiata dello stesso John, giocata su un intro in ¾ e un ritornello che ha un incidere più deciso in 4/4. In studio, McCartney è il più attivo dei quattro, e lo dimostrano le numerose proposte fatte per l’album (da cui verrà scartata una canzone che qualche mese dopo diventerà Fool on the Hill). Da Getting better a Fixing a hole, Paul sembra essere il one man band dei Beatles: scrive, canta, suona, incide e sovraincide, facendosi guidare dall’ispirazione momentanea e i ricordi di eventi passati, fino alle chiacchiere di quartiere. Tra le composizioni di questa fase, spicca She’s leaving home, che Paul decide di registrare con l’aiuto del solo Lennon (raddoppiando le voci per creare un coro), sfruttando le sonorità di arpe, contrabbasso e doppi quartetti di archi. L’ispirazione per il brano venne a McCartney leggendo sul Daily mail la storia di una ragazza che scappava di casa in contrasto con i genitori, confermando la nuova pratica di scrittura adottata per l’album. John, che non voleva essere da meno, chiese di aggiungere alcuni versi:

le abbiamo dedicato quasi tutta la vita, sacrificato la vita;

un chiaro rimando alle famose ramanzine della zia Mimì negli anni giovanili. Ad un manifesto capitato un po’ per caso invece tocca l’ispirazione per un’altra puntata del magico mondo di Lennon, che in Being for the benefit of Mr.Kite spalanca le porte all’arte circense vestita da vecchia composizione vittoriana. La registrazione del brano fu tra le più difficili dell’intero album, dato che Lennon non riusciva a far comprendere agli altri tre cosa volesse fare. Neppure George Martin venne risparmiato da John, che cambiava ripetutamente velocità d’esecuzione e ritmica nella speranza di recuperare su nastro quella sorta d’imprevedibilità che il circo riserva sempre ai suoi spettatori.

The Beatles – Lucy in the sky with diamonds

Toccò a Harrison inaugurare il lato B del disco, e nessuno aveva dubbi sulle radici che avrebbero portato al suo contributo per l’album del Sergente: When you’ve seen beyond yourself, then you may find peace of mind is waiting there. Harrison ebbe l’idea del brano di ritorno da una cena con amici, immaginando le parole che fuoriuscivano dalla mente come le note del sitar. George Martin decise di aggiungere la classica sezione d’archi per occidentalizzare il brano, che non vide nessuno degli altri beatle partecipare. Lennon si dichiarò subito entusiasta del brano:

George è limpido in questa canzone, limpida la mente e limpido il cuore.

È ancora Paul a ritagliarsi lo spazio maggiore, con due composizioni come When i’m sixty four (brano giocoso/satirico verso suo padre e omaggio alle jazz band dilettanti degli anni ’20) e Lovely Rita, prima di lasciare ancora spazio a Lennon e al suo inno alla pigrizia di Good morning, good morning.  Quando il progetto Sgt. Pepper era nelle fasi di lavoro più intenso, Neil Aspinall (collaboratore dei Fab Four) aveva suggerito di aprire e chiudere il disco con il brano omonimo. L’idea della chiusura fu accantonata, ma Paul pensò che non fosse totalmente campata in aria, cosi in poche ore i Beatles registrarono una brevissima reprise che avrebbe lasciato il campo alla chiusura perfetta. A day in the life rappresenta la fine più epica dell’album che avrebbe spalancato il mondo a qualcosa di nuovo. I read the news today oh boy, about a lucky man who made the grade. Lennon rimase colpito da alcune notizie lette sul giornale, in un curioso gioco di opposizioni: una drammatica (la morte di un ereditiere per un incidente); l’altra dal tono più frivolo, il conteggio delle buche per le strade di Blackburn (quattromila). John lavorò sul testo appena terminate le riprese del film con Richard Lester How i won the war, unendo le vicende in una sorta di colloquio surreale con forti allusioni ai viaggi degli allucinogeni.

The Beatles – When I’m sixty four

Già questo avrebbe spiazzato e non solo gli ascoltatori, ma i Beatles decisero di cambiare ancora le carte in tavola: la ballad di Lennon venne divisa in due parti, così da realizzare un intramezzo composto da Paul. L’idea dei due premeva su una crescente impetuosità dell’orchestra sul finale, così che aiutasse la composizione ad esasperare il distacco e la follia del brano dopo la parentesi giocosa dei ricordi di Paul, figurati nelle immagini proposte dai suoi versi:

Mi sono svegliato, buttato giù dal letto, sono riuscito a scendere per bere un caffè […] Ho preso l’autobus al volo, sono andato sopra, cominciato a fumare e qualcuno parlava e sono entrato in un sogno.

Dopo un’ardua lotta con George Martin, i due riuscirono ad ottenere quello che volevano: l’orchestra avrebbe suonato 24 battute stabilite, mentre le restanti 15 sarebbero rimaste scoperte a metà tra una breve indicazione e l’improvvisazione totale. Come se non bastasse, i musicisti dovevano salire dalla nota più bassa del loro registro alla più alta, con gli archi che non avrebbero dovuto pizzicare le corde ma glissare da una nota all’altra. Quella che venne fuori fu una composizione volutamente caotica, con Paul che urlava di suonare fuori tempo senza risparmiare le stonature, e John che urlava per ricreare una voce il più simile all’Elvis di Heartbreak Hotel.

The Beatles (1964)

The Beatles (1964)

Il finalissimo, fu ancora un’intuizione a metà tra Lennon e McCartney/Martin, con i tre (a cui si aggiunsero George, Ringo e Mal Evans) che su un pianoforte suonavano violentemente un’unica nota sul pianoforte in modo violento per ricreare un Mi maggiore. La sforzo prodotto per creare un capolavoro d’inestimabile bellezza non convinsero del tutto John, che qualche tempo dopo si lasciò sfuggire parole come mi piace, ma non è bella neanche la metà di quanto pensavo mentre la stavamo facendo, a riprova (semmai ce ne fosse bisogno), dell’impareggiabile genio della band di Liverpool. Sono passati cinquant’anni dal 1° giugno 1967. Ancora oggi, non abbiamo compreso davvero cosa sia Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band, un monolite unico e irripetibile nello sconfinato universo musicale.