Il rap, almeno in passato, si è alimentato di due insanabili forze: l’emarginazione sociale e la disillusione nei confronti della vita. Non sono fattori che vanno separati; gli anni Ottanta e Novanta, nelle zone marginali delle nostre città, sono trascorsi tra colate di cemento e vuoto esistenziale. Una spinta, va ammesso, è venuta dalla inemendabile legge delle subculture giovanili, il riflesso condizionato, la passione del conformismo, l’eguaglianza nell’indecenza. Ciò spiega perché, a dispetto di quel che si crede, rap e droga non sono figlio e spirito di un unico padre, non sono un’unica sostanza, ma condividono le medesime fonti. L’esistenza come il nulla, la graduale distruzione dei legami familiari, il monopolio a-culturale della televisione, l’onnipresenza della forma-intrattenimento. Ragazzi convinti di esistere solo perché c’è posto. Alcuni dei giovani coinvolti nei recenti atti di terrorismo appartenevano al mondo del rap, che nell’ultima decade del secolo è stato terribile testimonianza di vite insensate. Nel 2004, in un album che per primo ha portato il genere all’attenzione del grande pubblico, una strofa illustrava in rima quanto basta per capire: «Io quando parlo con mio padre sento il gelo dentro me / perché non parla con mia madre e lei non parla più con me» (Momenti no). Se seguissimo come filo rosso la storia musicale di un monumento del rap italiano, Fabri Fibra (limiteremo a lui i nostri pochi riferimenti), da Turbe Giovanili fino a Squallor, avremmo un diorama di ciò che il rap ha rappresentato in Italia. E di strada ne ha fatta, dalle serate buie nel vicoletto ai palchi più grandi d’Italia.

Tuttavia, parlarne con in mano la bacchetta da vecchio maestro elementare o – cosa ben peggiore! – col piglio del sociologo, il rimprovero del prete, il disgusto del borghese, non renderebbe giustizia a una musica che nel nostro paese conquista dischi di platino. Il rap è stata una rivoluzione musicale, ma non solo. È il genere che emancipa la musica da se stessa, distrugge il suono e libera la parola. Da una  semplice e poco elaborata strumentale, base elettronica che accompagna il cantato, si può tirare fuori un pezzo da manuale, perché la specificità del rap rispetto a ogni altra convenzione musicale sta nel primato del linguaggio. Ed è con l’elemento linguistico che è uscito dal ghetto: quando Mr. Simpatia conquistò il grande pubblico, fioccarono le critiche sul linguaggio intemperante, aggressivo e sessista, e chi praticava il genere capì che su quel muro si era aperta una breccia. Non scomodiamo Walter Benjamin, per rispetto, ma non ce ne vogliano i filosofi se diciamo che il rap è a suo modo l’esito in musica di una filosofia. Ciò da cui il rap ha avuto origine è l’onnipervasivo individualismo malsano, spinto fino al solipsismo, alle crisi di personalità, talvolta alle tendenze suicide. Ridotto il singolo a soggetto slegato dal mondo, quello stesso mondo – amici e affetti compresi – diventa oggetto di dominio: «Entro in casa mia arrampicandomi dal terrazzo / punto un lanciafiamme sulla mia famiglia e la ammazzo / così voglio vedere quando vado all’inferno / se il demonio c’ha la faccia di Erica o del suo ragazzo» (Venerdì diciassette). Dove i rapporti familiari diventano convivenza forzata, il lavoro dipendente è ridotto al pietoso stato di schiavitù legalizzata e la vita altro non è che frustazione, lì il terreno per una musica dimessa è fecondo. Pochi sanno che, oltre al terrorismo, il rap ha accompagnato le Primavere arabe.

Eppure non basta, c’è un di più. Non lo si può considerare unilateralmente. Nel rap si (ri)crea il proprio mondo, attraverso una rete di sentimenti e oggetti che popolano i vissuti esperienziali. Si smonta l’orizzonte della realtà, si mischiano gli elementi, si produce un mondo artificiale; è l’inganno del montaggio, la costante della rappresentazione, è ciò da cui il pregiudizio contro le arti mette in guardia. Sul testo il cantante è un dio che dà vita alle cose, un demiurgo ordinatore, e il cantato a cui sottopone la propria azione acquista senso regolatore in virtù delle figure retoriche. La parola è performativa. Dio crea nominando le cose, dice «luce» e così chiama la luce a essere (Gen. 1); dicere Dei est facere (S. Tommaso). Adamo dà nome agli animali, li fa essere qualcosa per sé (Gen. 2). Allo stesso modo è nominandoli, cioè dando loro un nome proprio, che i genitori consacrano i figli a Dio nel momento del battesimo. Ancora più che in altri generi, nel rap la parola non è accessoria, ma essenziale: nominando l’oggetto lo si chiama, lo si avvicina, lo si rappresenta, come avviene nella poesia e nella letteratura. (Giova ricordare che rap è l’acronimo di rhythm and poetry.)

Ogni verso è un vortice di significati, una trama di vissuti, la traccia di una donazione di senso all’esperienza umana. Le figure retoriche, che nel rap abbondano, hanno una funzione regolatrice, per cui la vocale preponderante nella strofa batte il terreno che sarà esplorato, indicando una direzione generale,  mentre l’allitterazione intreccia i dati e innalza ponti tra le parole, l’iperbato introduce il suono che disturba il flusso, le rime (insieme ad assonanze e consonanze) istituiscono il ritmo della creazione, e così via. «Rime brucio, ho la metrica precisa / Mi chiamano il sarto, taglio le parole e poi le ricucio», riassume Fabrizio Tarducci nel brano Trainspotting. La parola evoca un regno delle cose che è accessibile solo a chi le pronuncia. Il rapper non parla mai in terza persona o con distanza, ma è calato senza mediazioni in ciò che crea. È in questo senso che il teatro è tutto all’interno dell’individuo. Sebbene sia solamente una regola non scritta, nel rap non esistono le cover, perché non si può proporre il rifacimento dei brani musicali costruiti sui vissuti di un altro individuo. Il cantante crea un regno e invita ad esplorarlo. La lingua diventa un gioco di riferimenti, rimandi, omofonie. Eppure, la forza del rap è rimasta finora incompresa. Da una parte, i detrattori sono troppo impegnati in pose chic per provare a capire. Dall’altra, chi lo segue o lo pratica è incapace di raccontarlo, non solo per mediocrità culturale, bensì per rispondere principalmente all’istanza dell’arte, la quale appare inesprimibile se non nella forma che le è propria.

Il rap si racconta unicamente attraverso il rap, motivo per cui ogni disco richiede un esercizio esegetico che appare grossolano, dacché dedicato a un genere in apparenza povero: non si esagera affatto se si afferma che il rap, nei suoi rappresentanti più maturi, ha istituito una propria dimensione esoterica, un meta-rap, costituito da allusioni e metafore. Nonostante le potenzialità, rimane un approccio musicale che si è talvolta accontentato di rappresentarsi in immagini misere – ghettoblaster, berretti da baseball, catene d’oro, puttane, droga, delinquenza. Ha approfittato subito della possibilità, offerta dal mercato, di istituzionalizzarsi e di farsi narrazione, e ciò vale anche per chi predica l’opposto. «Questa musica va contro un sistema intero / in Italia è l’esatto opposto» (Amnesia). Unica, tra le declinazioni musicali attualmente di peso, ad avere la possibilità di raccontare il paese senza reticenze, fa fatica a tenere viva una via italiana al rap, plasmata dai luoghi abitati, dai dialetti usati, dai vizi e dalle virtù del nostro paese. Il rap merita un rimprovero per ciò che è, ma un elogio per ciò che potrebbe essere. «Dieci in comunicazione, non uso mai l’inglese / Ora faccio un’eccezione: fuck Fedez» (Il rap nel mio paese).