di Enrico Nadai

Possiamo ridurre la definizione di “musica leggera” ad una produzione musicale che si presenta attraverso suoni organizzati in una struttura semplice ed immediata, destinata al mero consumo? No, sarebbe certamente una maniera di rendere parziale e grossolana la sua denotazione. E’ infatti necessario chiarire quale sia il rapporto che l’uomo ha con la musica nella nostra epoca, poiché essa – come numerosi altri fenomeni che ci circondano in modo invasivo – fa parte di un mondo ben poco approfondito. Quando si parla di “musica leggera”, il riferimento alla musica pop è immediato; tale nozione è nata negli Anni ’50 in Gran Bretagna in contrapposizione all’elitarismo tradizionale della “cultura superiore”; la figura di riferimento dagli Anni ‘60, nonché l’anello di congiunzione tra pop art e panorama musicale, fu indubitabilmente Andy Warhol con il contributo che dette alla conoscenza dei Velvet Underground. Per chiarificare la definizione di “popular music” dobbiamo contemporaneamente affermare che essa tendenzialmente è finalizzata al raggiungimento di un vasto pubblico ed è da questo ampiamente apprezzata; a sua volta – compiendo delle considerazioni propriamente di mercato – sostenere che è volta alla commercializzazione in svariati contesti mediatici; in conclusione, concentrandoci sulle costanti che la riguardano, ravvisare sovente l’anonimità dei suoi compositori oltreché i processi di distribuzione e archiviazione su supporti fonografici. La musica pop – scrive Gianni Sibilla – è un macrogenere musicale contemporaneo che ricomprende tutti i sottogeneri specifici della canzone popolare sviluppatisi a partire dall’avvento del rock’n’roll, contraddistinti dalla diffusione intermediale su supporti fonografici e mezzi di comunicazione.

Essa presenta fino ai giorni nostri una rivoluzione musicale iniziata con l’avvento del Rock’n’roll negli Anni ’50, diffusa dall’industria discografica e da un vasto apparato comunicativo a cui presero parte fin dagli albori gli interpreti (musicisti, cantanti), che costruirono la loro identità di personaggi pubblici attraverso una confluenza di intrecci mediatici. E’ chiaro quindi che questo genere si sia da sempre caratterizzato per una unione tra ciò che è “cultura” e ciò che è “industria”. E’ noto infatti che l’ultimo tentativo di indipendenza dall’industria musicale, dopo il fallimento del rock, fu il punk alla fine degli Anni ’70. Il fatto che la musica pop avesse un corrispettivo in termini di audience composta di giovani, portò questo stile a definirsi come un’autentica cultura generazionale, trattante un coacervo di tematiche e linguaggi aventi come comune denominatore la trasgressione. Le varianti del pop divennero quindi il nucleo fondante di un caleidoscopio di sottoculture che avevano, come simbolo di appartenenza, un preciso riferimento ad una specifica musica. In breve: ad ogni gruppo la sua musica e con essa i suoi valori, il suo stile di vita, i suoi costumi e i suoi luoghi.
Questo fece di un genere musicale così eterogeneo un fenomeno sociale, mediatico e ovviamente testuale. La  canzone fu ed è tutt’ora essenzialmente il mezzo attraverso il quale l’esecutore comunica i suoi messaggi; essa, insieme alle azioni dell’interprete e ai contesti in cui è trasmessa, tende a costruire il suo fruitore. Negli Anni ’20 dominò negli Stati Uniti il “modello compositivo” detto Tin Pan Alley (dal nome dell’industria musicale di New York), basato su un metodo di scrittura del brano musicale ai fini del consumo: affinché potesse contare sul maggior numero di ascoltatori, l’argomento preponderante dei testi musicali divenne l’amore. Con l’avvento del Rock, la canzone si trasformò in metafora di proteste e trasgressioni che esulavano dall’universalità pretesa dallo stile Tin Pan Alley.

Più tardi e fino ai giorni nostri, la canzone pop subì le influenze e le pressioni dell’industria discografica che la orientò verso uno standard preciso per favorirne la commercializzazione. Il canale che ebbe modo di consolidarsi massicciamente fu senza dubbio la radio: essa mantenne per lungo tempo un primato indiscusso per ciò che riguardò il monopolio della diffusione musicale, almeno fino all’arrivo delle televisioni videomusicali e di Internet. Lo stradominio radiofonico – ad oggi 2/3 degli italiani la ascoltano – fu ab origine frutto del primo broadcast a base di canzoni, trasmesso nel 1921 dalla stazione KDKA di Pittsburgh: in quello stesso anno le vendite di dischi decollarono a ben 100.000.000 di unità negli Stati Uniti. L’humus oltremodo fecondo di questo mercato divenne quello rappresentato dalla fascia dei teenager, tant’è vero che i format radiofonici si orientarono fin dagli Anni ’60 verso una ricerca di bacini d’utenza appassionati di generi specifici e mirati al coinvolgimento di persone giovani. A questo rapporto tra radio e musica pop va aggiunta la continua interferenza dell’industria discografica, nel suo costante tentativo di gestire la programmazione radiofonica. La frequenza con cui una canzone viene trasmessa sui canali mediatici e radiofonici è esposta al pubblico dominio attraverso ciò che viene definito in gergo airplay, determinante per l’esito delle vendite. E’ banale per la sua ovvietà affermare che più un brano viene “passato” all’interno della rotazione radiofonica, più possibilità avrà di essere acquistato. Dopo l’arrivo del Rock’n’roll, il ruolo fondamentale nelle trasmissioni radiofoniche fu quello del Dj, capace di costruire intorno a sé una credibilità tale da decretare la popolarità di alcune canzoni, diversamente da quanto accade oggi, tempo in cui anche i più celebri conduttori detengono un potere decisionale pressoché nullo.

Tra i linguaggi del genere pop emerge ai giorni nostri fino all’inverosimile il ruolo dell’immagine: la capacità espansiva di una qualsiasi comunicazione visiva, risulta talvolta più efficace di un qualsivoglia messaggio musicale. Per ciò stesso nel suo progetto di mitizzazione e creazione di idoli, l’iconografia pop si serve nel tempo presente, così come in quelli passati, dei suoi protagonisti enfatizzando anche quei caratteri distintivi dell’immaginario rappresentato dall’artista o dal suo genere. Tutto ciò e molto altro è leggibile in un libro del 2002 del precedentemente citato Gianni Sibilla, I linguaggi della musica pop, che mantiene la sua attualità nonostante la velocità con cui i processi dei new-media stanno stravolgendo il pianeta musicale, attraverso una quasi definitiva smaterializzazione dei formati tradizionali (Cd Audio, Cd-rom, Dvd audio/video) in file digitali o nei fenomeni di “liberalizzazione” della musica pop offerti da Internet. Lo stesso testo può essere un riferimento per elaborare un successivo approccio critico nei confronti del fenomeno della pop music, che vada oltre i sommari cenni di questo articolo e che apra un confronto serio sul rapporto uomo/musica nella nostra epoca.