di Simone Cosimelli

La musica in Italia la fanno i Talent Show. E questo è un fatto. Un gioco sadico, uno strumento (illegittimo) di selezione, una pantomima sdoganata che offre in pasto alla massa un prodotto: l’arte spettacolarizzata. Sotto le coreografie appariscenti, i giudici caratterizzati e cristallizzati e quel tocco intimista tra chi guarda e chi canta, si nasconde un sistema antidemocratico. Diventato paradigma. Un frenetico scoutismo di talenti. Si sceglie: chi sa cantare, chi assomiglia di più a un artista, quale sarà il fenomeno del momento.

Non passa il più bravo; perché il più bravo, in un contest televisivo, non è presente. A decretare chi avrà il privilegio di incidere un disco, farsi ascoltare in radio e Tv e mettere la propria faccia nelle pubblicità della stessa rete generalista che lo consacrerà, non è il talento. Vince, e trionfa, chi riesce a crearsi – o lascia che si crei per lui – un’immagine teatrale, affine alla moda e alle richieste del mercato. Perché la moda fa la musica e mai il contrario. Questi baracconi autoreferenziali puntano e hanno come fine ultimo l’audience, e quindi la possibilità di tornare in onda la stagione successiva. Dunque il vincitore dovrà produrre un disco, dovrà riscuotere successo, e sarà presentato come un nuovo enfant prodige su cui possono riversarsi le aspirazioni, i sogni e le paure di chi non ce l’ha fatta, perché non all’altezza. Se questo non succedesse sarebbe un problema. Se chi uscisse da un talent non riuscisse, così legittimandosi, allora a cosa sarebbe servita la selezione? A quale scopo i voti da casa, le messe in scena e gli incantati giudizi? Eccola l’antidemocraticità: il talento scovato è un talento che va giustificato. Di qui la Tv regala la notorietà, pubblicizza le canzonette, offre un piedistallo a gente che non sa comporre, non sa suonare e ha l’ingenua convinzione di non alimentare un circolo vizioso quanto venale.

Ci sono due importanti conseguenze. L’impoverimento sempre repentino e sempre costante della cultura musicale; La liberalizzazione del diktat endemico secondo cui i Talent, di fatto, sono necessari. Bisogna crederlo: dai giovani aspiranti, alle case discografiche, fino al pubblico scalpitante. Criticare l’anima dei Talent si può, a patto di riconoscere che non esiste, o meglio non c’è spazio, per una valida alternativa. Cantanti cioè si diventa andando per tempo in televisione a farsi osannare e riempire di messaggi, non cantando. Le altre sono strade sbarrate. O stai al gioco, o muori. Così per ogni Lorenzo Fragola, Valerio Scanu, Emma Marrone e Marco Carta, altri dieci – caparbi, testardi, originali e pure bravi – restano a casa. Incapaci di capire che chi non si piega, può solo spezzarsi. E rinunciare.