Negli ultimi anni il panorama editoriale italiano ha dimostrato un crescente livello nella qualità delle pubblicazioni musicali. Pensiamo al settore biografico nel campo del Jazz, all’analisi delle ramificazioni punk-metal dall’Hardcore al Black Metal alla storicizzazione delle Hausmusik contemporanee (dall’Hip-hop alla dance, dalle culture rave all’IDM). E’ emersa nel corso degli anni la necessità di indagare e dare testimonianza anche ad alcune sottoculture musicali che in altri tempi non sarebbero mai riuscite ad avere uno spazio adeguato per essere rappresentate. Un fenomeno quest’ultimo difficile da analizzare, vista la profonda crisi del mercato discografico, la cui diffusione è in parte attribuibile alla pressante richiesta dei cultori delle nicchie culturali nel web, le cosìdette fandom. Queste hanno spesso svolto un ruolo importante nella ridefinizione, per quanto minima, delle politiche editoriali anteponendo alle esigenze della cultura mainstream approfondimenti su argomenti specifici. Al di fuori del mercato editoriale tradizionale, in particolare nel settore dei periodici, sono emerse anche delle punte di eccellenza che, lontane dalle esigenze seriali del mercato si sono concesse il lusso di fare quello che vogliono e di farlo con una competenza e cognizione di causa che è difficile ritrovare altrove. E’ il caso di OCCIDENTAL CONGRESS rivista di “attitudini e tensioni”. Sarebbe limitante definire OCCIDENTAL CONGRESS come una rivista di cultura musicale Industrial e Neo-folk. Questi trovatori dell’apocalisse nell’era post industriale (secondo una felice definizione dell’anarco-nazionalista Troy Southgate) non si limitano all’analisi dell’aspetto propriamente musicale del genere ma forniscono al lettore una rappresentazione dell’immaginario di cui queste culture si nutrono. Ne abbiamo parlato con Davide Maspero, art editor, e Max Ribaric, editor in chief di OCCIDENTAL CONGRESS al quale abbiamo chiesto prima di tutto di raccontarci la storia di questa rivista:

Max Ribaric: Tutto ha avuto inizio sul finire degli anni Novanta. Le prime manovre hanno preso forma attorno al 1996/97 per poi concretizzarsi in una ‘zine pubblicata in forma cartacea nella primavera del 1998. Fu un esordio davvero appagante, proseguito all’insegna di una visione del mondo e delle cose che reputo tutt’ora vitale. Necessaria. L’idea originaria era quella di colmare un vuoto, o almeno, quello che all’epoca reputavo tale. Gli ultimi anni del secolo passato erano ancora testimoni di una vivacità editoriale che oggi come oggi, tenuto conto di un certo squallore offertoci dalla Rete, difficilmente potrebbe essere compresa appieno da nuovi nativi digitali. Per i più attenti e devoti il Do It Yourself del periodo applicato alla carta stampata poteva offrire enormi soddisfazioni ma, nonostante ciò, nessuno – almeno in Italia – era ancora approdato ad una sintesi tra “musica”, “idee”, “spirito” e “identità” in grado di appagare la mia fame di conoscenza. C’erano già gli argomenti, i richiami, ma le coordinate erano in parte confuse e in parte disattese. Quello che mancava era una sintesi e, in qualche modo, un punto d’incontro e di riferimento per tutti quei cercatori di buona volontà spinti dalla mia/nostra medesima passione. In fondo, con il passare delle stagioni e con l’evolversi del progetto editoriale, OCCIDENTAL CONGRESS ha saputo debitamente trasformarsi proprio in quel punto d’incontro per anime affini. Un think tank per “devoti cercatori” appunto. La cerchia di persone creatasi nel corso degli anni attorno al Congresso ha dimostrato sulla lunga distanza l’importanza della qualità a dispetto della quantità. Una soddisfazione enorme, che si perpetua nel tempo, motivandoci giorno dopo giorno nel proseguire lungo questa strada maestra.

 A prima vista la si potrebbe definire una rivista che, a partire da un certo tipo di musica ne delinea il relativo universo culturale. Poi invece si evidenziano degli accostamenti musicali particolari, ad esempio una recensione dei Bolt Thrower a fianco a una dei Sottofasciasemplice e uno speciale sulla christian rock band, le BarlowGirl. Per non parlare dello spazio dato a personaggi come Ragnar Redbeard, Savitri Devi, le sorelle Mitford. E’ chiaro che c’è qualcosa di più; probabilmente il processo è inverso, da un universo culturale si vuole arrivare alla musica: ci vuoi delineare un po’ quali ambiti culturali sono cari alla redazione di OCCIDENTAL CONGRESS?

Max Ribaric: Mettiamola in questi termini: per noi la musica è un medium. Un tramite. Lo abbiamo scelto come strumento d’eccellenza per trattare argomenti a noi particolarmente cari (storia, politica, religione, esoterismo…) ma con il passare del tempo – pur riservandogli sempre il dovuto posto d’onore – si è deciso di non limitare la nostra ricerca entro i confini di questo solo ambito. Tra le pagine del Congresso cerchiamo di trattare (e approfondire) temi che possano lasciare un segno tangibile. Nel tempo. In questo senso ci vengono in aiuto tutte quelle figure che potremmo definire “veri credenti”. Savitri Devi, Ragnar Redbeard oppure le BarlowGirl… che cosa accomuna questi nomi? Non molto in apparenza, anzi, emergono lampanti delle violente antitesi. Ma ciò che ci ha spinto ad esaminare con egual rispetto ed interesse queste realtà deriva dalla nostra idea di dare spazio a fenomeni di sostanza. Senza limitazioni o censure di comodo. Le BarlowGirl sono state uno dei più grandi esempi di musica cristiana contemporanea americana degli ultimi decenni. Di base il loro credo (un ecumenismo umanitario di origine desertica) non ha nulla a che spartire con il nostro sentire quotidiano. Personalmente trovo il loro messaggio evangelico aberrante, ma ciò non mi ha certo impedito di riconoscere – e rispettare – la loro fanatica devozione rivolta alla figura di Gesù Cristo. Era una storia che meritava di essere raccontata, al pari di quelle di altri personaggi, certamente lontani a livello di Weltanschauung personale, eppure accomunabili nel medesimo calderone di appassionato radicalismo militante. Il sottotitolo della nostra rivista dice tutto: «Area di tensioni e attitudini». E infatti è esattamente questo che cerchiamo nel momento in cui dobbiamo scegliere chi o cosa trattare. Trovo che uno dei più grandi punti di forza risieda nell’assoluta libertà con cui ci possiamo permettere di far convivere tra le nostre pagine “amici” e “nemici” di questa o quella barricata. L’unica discriminante riguarda necessariamente la genuina bontà e lo spessore dei contenuti.

OCCIDENTAL CONGRESS si è subito imposta non solo per la qualità dei contenuti ma anche del contenitore, proponendo al suo pubblico una veste grafica di notevole impatto visivo che non ha pari nel settore delle riviste musicali. In questo senso vedo che avete dato spazio anche al talento di Dinamo Innesco Rivoluzione. C’è un nesso particolare tra ambiti tradizionalmente considerati di “nicchia” (penso al black metal, alla musica “sperimentale” o quello che era definito industrial) e la particolare qualità con cui vengono confezionati e curati i prodotti culturali?

Davide Maspero: Qualità e mediocrità si trovano ovunque, in questo senso anche l’underground non può considerarsi un’isola felice. Tuttavia è certamente vero che in ambienti di nicchia esiste e resiste una propensione alla ricerca estetica, ormai del tutto abbandonata in ambiti mainstream, dove sono le logiche di mercato e non i fini artistici a dettare l’agenda. Tra quelli da te citati il black metal è forse quello che ha operato una vera “rivoluzione copernicana” in questo senso, codificando un trademark visuale riconoscibile ad ogni latitudine. Ma il discorso non cambia se parliamo di industrial o neo-folk. Ognuno di questi generi è stato capace di creare una sintesi tra musica, idee ed immagine, curando la presentazione dei propri lavori e arrivando a codificare un’estetica che è parte integrante del genere stesso. Ciò che hanno in comune tutti questi generi è la volontà di veicolare idee e concetti, andando oltre il mero entertainment. In quest’ottica ogni prodotto risponde a logiche di “propaganda” e porta con sé una conseguente attenzione ai dettagli, siano essi visuali, materiali, ecc. Con OCCIDENTAL CONGRESS abbiamo tenuto in debita considerazione questi aspetti, lavorando nel solco di una tradizione che vede nell’artefatto cartaceo un medium d’eccellenza e nella convinzione che contenuto e contenitore abbiano pari valore. In tempi in cui tutto è digitale e la fruizione delle informazioni è frammentaria e caotica la scelta di tornare alla carta è stata in primo luogo ideologica, creando qualcosa che regalasse un’esperienza di lettura appagante su tutti i fronti. Per noi la scelta dei caratteri, della carta, l’impaginazione o la ricerca di materiale fotografico inedito rivestono un ruolo essenziale, al pari dei contenuti stessi. Un modus operandi che in fondo ereditiamo da quella stessa “nicchia” culturale/musicale di cui ci occupiamo, andando così a chiudere il cerchio. In fondo un buon testo non ha alcuna speranza di fare breccia nel lettore se non è adeguatamente presentato e con questa idea in mente abbiamo sempre operato. Pur trattandosi spesso di una missione suicida dal punto di vista strettamente commerciale, questa è sempre stata la logica con cui abbiamo assemblato ogni albo, sia per nostro appagamento personale sia per una forma di rispetto verso gli argomenti che trattiamo e le persone che di volta in volta sono state coinvolte nel progetto.

C’è in previsione un nuovo numero per OCCIDENTAL CONGRESS 2015? Avete progetti nel presente e nel futuro di cui metterci al corrente?

Max Ribaric: Il Congresso è e rimane una produzione aperiodica. Secondo la nostra idea, più che una rivista in chiave tradizionale, consideriamo ogni numero un albo a sé. Un prodotto – per quanto possibile – “atemporale”, che può permettersi il lusso di rimanere chiuso (pure dimenticato) dentro a un cassetto e, nonostante ciò, dimostrarsi ancora attuale anche a distanza di anni. Per questo motivo non sentiamo particolari pressioni o necessità nel dover uscire con una certa cadenza, anzi. Di base, nel momento in cui si raccoglie abbastanza materiale giudicato valevole di indagine, inizia a maturare spontaneamente l’attività editoriale che porterà alla luce una nuova pubblicazione. Con l’uscita dell’albo risalente alla primavera del 2014 abbiamo concluso un’ideale trilogia iniziata nel 2010: le immagini scelte per ciascuna copertina seguono un percorso cronologico e concettuale, così come le tre frasi riprodotte sul retro vanno a comporre un’unica sentenza. Una nuova uscita del Congresso verrebbe sicuramente realizzata secondo canoni estetici (e non solo) totalmente inediti, diversamente per noi non avrebbe senso. Comunque, a parte il lavoro incentrato sugli albi, la nostra attività continua sottotraccia curando progetti (in larga parte editoriali e musicali) per amici in Italia e all’estero, senza contare le altre nostre uscite: una su tutte il saggio Come lupi tra le pecore – Storia e ideologia del black metal nazionalsocialista, edito per i tipi della Tsunami Edizioni, già tradotto in lingua francese e in uscita, nel corso di questo 2015, sia in edizione inglese che tedesca.