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Cornice sonora di una sequenza romantica, nel tono tragico della pellicola I colori dell’anima – Modigliani, Modì e l’amata musa Jeanne Hébuterne danzano pressoché levitando, al richiamo di alcune note. Melodia che proviene da un grammofono collocato sul tetto di una soffitta parigina, oppure da un caffè di Montmartre o ancora dal tormento della loro passione. In Natural Born Killers – Assassini Nati, pellicola del 1994 di Oliver Stone, la sequenza iniziale è tutta dentro un impietoso massacro, per concludersi in una ballata d’amore. Il sangue dei clienti di un bar della route 66 diviene il rosso rubino della passione di Mallory e Mickey. Bylly Wilder agguanta l’aureola musicale per il rullo del 1954, Sabrina; sentinella di un filo conduttore svela la chiave di violino che la incornicia in due storiche sequenze. Nella prima, Sabrina (Audrey Hepburn), seduta alla scrivania, ripresa da una camera fissa scrive una lettera:

È notte ed è molto tardi, qualcuno che attorno sta suonando La vie en rose; è la maniera francese per dire sto guardando il mondo con degli occhiali colorati di rosa. Ed è esattamente quello che provo io adesso. Ho imparato tante cose qui e non soltanto come si fa il canard à l’orange o la crème à la vichy, ma una ricetta più importante. Ho imparato a vivere. Ho imparato a essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita e neanche l’amore

E ancora nell’incantevole voce di Sabrina, in direzione di un seducente Humprey Bogart accade il richiamo dell’emozione. È la ballata d’amore più famosa tra gli amanti, il guardiano in gonnella di chiffon della volta parigina, nella voce del rossignol ne La Ville Lumière: La vie en rose. Il motivo dell’ugola dorata quanto tragica di Édith Piaf, la trama che abbraccia il cieco credo degli amanti di tutto il pianeta.

Des nuits d’amour a ne plus en finir

un gran Bonheur qui prend sa place

Les ennuis, les chagrins s’affacent

heureux, heureux à morir

Quand il me prend dans se bras

il me parle tout bas

Je vois la vie en rose

La vie en rose non figura l’unico brano che la “chanteuse realiste” offre al mondo e al cinema. Nel 1956 giunge dalle parole di Michel Vaucaire, una melodia spinta da una timbrica particolarmente nostalgica, ma fortemente vigorosa: Non, je ne regrette rien. Le note trattengono la rappresentazione della complessa esistenza della cantante: siamo ancora al cospetto di Édith Piaf. Malinconica sonata, ripresa in una dimensione “meta – musicale” anche dal gruppo metal tedesco Rammstein, nella loro Frühling in Paris:

Oh non rien de rien

Oh non je ne regrette rien

Wenn ich ihre Haut verließ

Der Frühling blutet in Paris

La durezza della lingua tedesca si assottiglia in quella francese e nella liturgia di una primavera parigina, dentro un grido di labbra e carne, nulla si rimpiange di un amore tormentato.

In Inception, pellicola di Cristopher Nolan, Non, je ne regrette rien disegna una sorta di metronomo onirico. Il “calcio” alla visionarietà che riporta alla realtà: morire nel sogno della Piaf e risvegliarsi alla vita del rossignol invisible. Da ultimo la Francia, Parigi e il verso romantico scandiscono un film di azione mentale, a tratti grondante di elementi eccessivi, alla maniera di una tregua anche per lo spettatore. È sulla soglia in The Dreamers di Bernardo Bertolucci, marcatura anacronistica quanto simbolica di un passato presumibilmente sbagliato. Anche questo privo di rammarico; quel nostalgico stacco che sottolinea i titoli di coda: allegoria di una fine che si fa nuovo inizio. E infine si giunge al film La vie en rose, pellicola del 2007 di Olivier Dahan; la Piaf viene interpretata magistralmente da una Marion Cotillard che si accaparra un meritato Oscar come attrice protagonista.

 

Una veloce carrellata cinematografica e musicale per chiedersi dunque: chi è Édith Piaf, le rossignol?

È la voce che tocca la gloria celestiale, il suono che arriva dal basso degli inferi di una Parigi viva nel segreto di un bordello, lo stesso dove cresce la chanteuse. Accudita da una ventina di prostitute, così fa conoscenza con il mondo. La sua campana è di rame, ma il suo batacchio è miscela di cristallo e ferro. Dopo l’infanzia nel girone lussurioso di nonna Marie, la piccola Piaf passa al padre Jean Gassion, una sorta di Zampanò, saltimbanco avventuriero. La campana si sgretola anche dal rame, ma il suo pendolo si fa tanto più vigoroso. Quanto più le vicende si fanno dure, tanto più la ragazza si fa donna. La sua voce angosciosa e dilaniante inizia a risuonare nell’aria di Parigi, all’angolo di una via tra una monetina e un estimatore. Poco tempo e diventa madre, una maternità che la scalderà per solo due anni: la bambina muore per meningite. Le vie parigine continuano a beneficiare di un eco malinconico e bellissimo, sino a quando non viene notata e fatta esibire in un locale di cabaret. Il primo impresario è Louis Lepié, seguito da quello che in seguito diverrà anche il suo amante, Raymond Asso.

Voglio far piangere la gente anche quando non capisce le mie parole

Le sue interpretazioni timbrano la fotografia di una creatura piccola nella statura, esile nell’aspetto, priva di curve, ma fortemente sensuale e carismatica in quel suo petto di suoni. Il suo canto è nella contraddizione di un tormento che scende e sale, per poi prendere luce e invigorirsi nella salita. La malinconia è nel timbro veemente che rimane incollato indosso, ancorché nella disposizione di un animo sensibile. La dolcezza spesso si dissimula nella varietà di toni: un usignolo che canta come un uccello cittadino, costretto ad alzare il volume per superare i rumori della chiassosa metropoli. Echi appassionati e incontenibili fecondano temi di grazia e garbo, dentro un’intima partecipazione. Testi che ritraggono l’amara immagine della strada, della vita nella prostituzione, dei lestofanti, tutto sempre all’interno di un quadro in una silente ombra d’amore. La sua Parigi è quella della gente, la ville lumière è la ville populaire. Durante gli anni ’40, le sue esibizioni prendono a essere discontinue, conosce Jean Cocteau e si lega a Ives Montand. In una Francia post bellica, nel 1946 i cieli perdono il grigiore in un motivo che prima nella Ville, poi nel mondo figura il simbolo del ritorno in patria e di un nuovo sguardo sul mondo. La tragedia, che la porta ancora negli inferi della sua esistenza, si compie quando l’amato pugile Marcel Cerdan, nel 1948, in volo per raggiungerla negli Stati Uniti, perde la vita in un incidente aereo. La zavorra del senso di colpa si alimenta nell’abuso di alcol, droga e psicofarmaci. Alla memoria di Cerdan è legato l’ode struggente l’Hymne à l’amour.

Nel 1955, il piccolo usignolo dona finalmente il suo canto a l’Olympia nel 9° arrondissement, il monumento teatrale storico di Parigi. Seguono anni di canzoni e disgregazione nei vizi. Il 1960, dopo troppo alcol, droga e notti insonni è l’anno di una broncopolmonite, dalla quale non si riprenderà mai definitivamente. Una ricaduta la porta alla morte l’11 ottobre del 1963. La Piaf, le rossignol invisible è il suono di una certa Francia, di un lamento bukowskiano nelle pieghe di uno spleen baudelariano. La malinconia fatta amore, l’amore fatto nostalgia, la vita fatta impossibile di una piccola creatura in grado di elevarsi sino all’Eden e da lì far grondare la sua passione come una pioggia di note eccezionali. Alcuni spiriti, più di altri, devono necessariamente scendere nell’Ade, insozzare sino a sbriciolare il proprio cuore. Nella rimonta, perdere l’intruglio incollato alle ali e planare con l’ugola rivolta alla luce.

No, je ne regrette rien, môme Piaf.