Quando Molly Drake salì in camera sua per svegliarlo quella mattina del 25 novembre del 1974 Nick era già morto da alcune ore a seguito di una dose eccessiva di antidepressivi: sul piatto del vecchio giradischi suonava ancora  il vinile dei Concerti Brandeburghesi di Bach e posato sul comodino giaceva semiaperto Il Mito Sisifo di Albert Camus. E’ interessante notare come l’ultimo legame che abbia avuto con il mondo esterno prima di andarsene per sempre, sia stato proprio con l’autore di Algeri, che meglio fra tutti seppe cogliere l’assurdità della vita, facendone una filosofia dell’esistenza. Di Nick Drake sappiamo relativamente poco: il suo carattere estremamente introverso e riservato, non ha permesso che rilasciasse interviste, riprese o dichiarazioni alcune in merito a sé o ai suoi lavori. Tutto quello che ci rimane di lui, come testimonianza del suo passaggio su questa terra sono le sue canzoni, le quali rappresentano con molta probabilità, l’ultimo tentativo disperato di un uomo che invano invoca aiuto.

 “Sembreresti così fragile /Nella notte gelida /Quando le emozioni, come armate /Si liberano e combattono /Ma mentre la terra affonda nella sua tomba /Tu salpi verso il cielo/Sulla cresta di un’onda

Nella sua breve parentesi artistica, Nick Drake ha saputo coniugare sapientemente la sensibilità e la sacralità della poesia ad una prosa terribilmente intimista. Nelle sue canzoni le parole si fondono alla musica, sempre originale e mai banale, creando quell’atmosfera magica, quell’armonia surreale, in cui l’introspezione dell’essere umano entra in collisione perfetta con l’essenza dell’universo in cui esso si trova, dando vita a un’esperienza musicale totalmente inedita. Il suo stile narrativo risente l’influsso degli autori romantici inglesi come Wordsworth, Pope, Swift, Keats e Shelley, i quali lasciarono un segno indelebile sul suo cammino: frequentò infatti il Fitzwilliam College dell’Università di Cambridge, dove studiò letteratura inglese, scoprendo  nel frattempo la poesia simbolista francese, della quale si innamorò a prima vista, e il blues, il quale costituisce il primo fondamento della sua tecnica musicale. La sua sensibilità letteraria in qualche modo lo aiutò a dare forma attraverso la scrittura a quel sentimento di inadeguatezza e di insicurezza, che provava costantemente e che serbava nel profondo, vedendosi parte scartata di quel mondo in cui si percepiva come estraneo perenne. Quello che è proprio della poetica di Drake è il suo profondo e radicato malessere, alternato a sprazzi rari di speranza, in cui tuttavia è possibile rintracciare uno sforzo per cambiare rotta; una ricerca pericolosa che porta con sé una rivelazione salvifica:

Il tempo mi ha detto
Che sei una rara scoperta
Un’affannosa cura
Per una mente in affanno

E il tempo mi ha detto
Di non chiedere di più

Un giorno il nostro oceano
Troverà la sua riva

Lascerò allora tutte le strade che mi fan diventare
Ciò che in realtà non voglio diventare
Lascerò tutte le strade che mi fanno amare
Ciò che in realtà non voglio amare

Un dilaniante e insoddisfacente bisogno di affermare la propria umanità che si manifesta nella differenza e nel silenzio della vita che lo circonda. Ciò che emerge dalle sue liriche malinconiche è una dissonanza tra l’uomo e la natura che lo ospita, una contrapposizione aporetica tra presente e passato, tra giovinezza e vecchiaia, tra ciò che è possibile e ciò che non lo è; nei versi di Place To Be, si legge:

Quand’ero giovane, più giovane che mai
Non ho mai visto la verità pendere dalla mia porta
Ora sono vecchio, e la vedo faccia a faccia
Ora sono vecchio, devo ripulire questo posto

Ed ero verde, più verde della collina
dove crescevano i fiori e il sole continuava a splendere:
ma ora sono più debole dell’azzurro più pallido;
oh, tanto debole in questo bisogno di te.

Quasi a voler sottolineare oltre alla rapidità estrema dell’esistenza, una doppia percezione che ogni uomo ha della realtà nei diversi substrati della coscienza, su uno sfondo tragicamente bucolico e insieme onirico. Ad ogni modo l’aspetto peculiare del cantautore è il mondo singolare traverso il quale riesce a creare le armonie delle sue canzoni. Nick non userà mai l’accordatura standard della chitarra, ma sperimenterà sempre impostazioni differenti, quelle che meglio si adattassero alla trama narrativa delle sue liriche. Ed è questo un aspetto essenziale del suo lavoro, un’innovazione stilistica e musicale senza precedenti. Non a caso è considerato il maestro indiscusso del finger-picking. Per ogni brano una melodia unica quindi. Un’armonia sublime, perfetta che trascende quelli che erano i canoni stretti e statici della musica tradizionale. Le singole note, prodotte dalla vibrazione delle corde e librandosi nell’aria, raggiungono un equilibrio incomparabile, elargendo all’ascoltatore incredulo e attonito una sensazione di disagio universale e parimente un senso di acquiescenza dei sensi. Un’anima irrequieta, alla ricerca di un posto che potesse accoglierlo incondizionatamente. Ma nonostante il suo inimitabile talento artistico, la sua inenarrabile predisposizione nel creare corridoi armonici sul quale far aderire i suoi testi e la sua corroborante capacità creativa, a Nick Drake non saranno mai riconosciuti questi meriti in vita. Dopo varie esperienze fallimentari il cantautore di Warwickshire, decide fare ritorno nella casa paterna e ammettere il proprio fallimento. La vita, la realtà dell’esistenza gli inferse un duro colpo. Registrò in tutto tre soli album Five Leaves Left, Bryter Layter e il suo capolavoro più struggente Pink Moon. Eppure nessuno sembrò accorgersi di lui. Gli amici non facevano che ripetergli in continuazione quanto valesse, quanto fosse bravo, e allora non gli rimaneva da chiedersi, perché fosse ugualmente solo e incompreso, perché si sentisse abbandonato e smarrito. In una della sue ultime incisioni canterà :

Perché mi lasci appeso a una stella
Se mi stimi così tanto

Perché mi lasci navigare nel mare
Se mi senti così bene

Aveva solo ventisei anni quando morì, e sono ancora oggetto di dibattito le teorie sul suo presunto suicidio, eppure la sua vita artistica, è stata probabilmente più intensa e vivida di molte altre durate più a lungo. Una personalità sfuggente e misteriosa, a tratti preceduta da un’ombra scura e uno sguardo sofferente, tuttavia mai rassegnato. A differenza dei suoi coevi, Nick non badò mai a  crearsi un’immagine, e forse fu proprio questo a negarne l’ascesa all’olimpo dei cantautori del suo tempo e a decretarne la triste sorte: apparteneva a quella schiera di uomini che preferiscono essere ammirati per la loro arte piuttosto che per il loro essere artisti, e ne ha pagato il prezzo. Fortunatamente negli ultimi tempi si sta osservando ad una graduale riscoperta delle sue opere: artisti del calibro di  Luke Jackson, Kevin Kane, David Matheson e altri ancora gli stanno concedendo la giusta fiducia, che tanto desiderava, incidendo cover delle sue canzoni e portandolo a scoprire in tutto il mondo. Sembra che adesso si sia avverato quel sogno per il quale sarebbe diventato celebre in tutto il mondo. Eppure, nella canzone Fruit Tree sembrava aver ben identificato il suo triste destino e di quelli come lui, e queste parole, come incise sul marmo imperituro del tempo, rimangono da monito:

Albero da frutto, albero da frutto
Nessuno ti conosce, solo la pioggia e l’aria

Non preoccuparti
Si fermeranno ad ammirarti quando te ne sarai andato