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Scrivere anche poche parole su Nick Drake, non è impresa facile. In poco più di quattro anni (sublimati da tre capolavori), si esaurisce il suo lascito artistico. Non lo sapremmo mai, ma difficilmente, come in questo caso, oltre all’artista, ci sarebbe piaciuto tenere con noi il lato umano di Nick: ragazzo silenzioso, chitarrista incredibile, talento innato nella scrittura. Mai preso in considerazione durante la sua breve carriera, la sua fama iniziò a far breccia nei cuori dei fan sul finire degli anni ’90 (sebbene artisti come Elliott Smith ne fecero una linea guida già diversi anni prima); da quel momento in poi, la figura di Nick è stata ampiamente riconsiderata e celebrata, ponendo l’artista inglese come una delle figure di riferimento per i giovani cantautori più elitari dei nostri giorni. L’aura bipolare di mistero/magia che la sua figura conserva inalterata ancora oggi si conferma anche nel modo elegante di salutare tutti e andare via: una copia del Mito di Sisifo sul comodino, nell’aria le note dei Concerti Brandeburghesi di Bach. Forse per nessun altro che lui, si può citare una frase di Pessoa: morì giovane perché gli dei lo amarono tanto.

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Pink Moon (Pink Moon – 1972)

I saw it written and i saw it say, Pink moon is on its way and none of you stand so tall, Pink moon gonna get you all

Già le circostanze in cui Pink Moon fu realizzato, ci dicono cosa sia stato questo disco. Nick registrò l’intero album in due notti, accompagnato esclusivamente da voce e chitarra. Una volta finito, sempre come un fantasma, lasciò il nastro alla segretaria della Island, che raccontò di averlo visto per due secondi o forse meno.

Pink Moon è una canzone morbida e allo stesso tempo struggente, dove la chitarra (a cui venne aggiunta successivamente una piccola scala di piano) accompagna la voce di Nick, che pare già segnata da quello che, non molto più tardi, si verificherà. L’arrivo di questa luna rosa sembra presagire una fine imminente (riconducibile ad una antica tradizione orientale che parla di sventura alla sua manifestazione), testimoniata dal fatto che nessuno di voi potrà andare così in alto da sfuggirle.

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Northern Sky (Bryter Layter – 1970)

I never felt magic crazy as this.

Già, è difficile provare magie forti alla pari di questa canzone. Come fosse una lancia che improvvisamente trafigge il cuore, Northern Sky è forse la canzone più intima di Bryter Layter. “Schiarite successive”, come dal titolo dell’album, sembrano le sensazioni che Nick ci intima nella canzone. È probabilmente il ricordo di un amore ormai passato, forse ferito, ma nonostante questo, insostenibilmente commovente: “non mi sono mai sentito così folle e incantato, non ho mai tenuto l’emozione nel palmo della mano.”

Impossibile poi trattenere i brividi (e menomale che certe cose sono fuori dal nostro controllo) nell’inciso centrale della canzone, quando Nick sembra chiedere, con voce flebile ma allo stesso tempo arricchita di una struggente magia, “Would you love me for my money? Would you love me for my head? Would you love me through the winter?  Would you love me ‘til i’m dead?” Una richiesta che non troverà risposta, perdendosi, nella sua innocente semplicità, nel cielo del nord.

‘Cello Song (Five Leaves Left – 1969)

Essenziale nella sua meraviglia (chitarra finger picking, incidere ritmico delle congas e il fidato accompagnamento del violoncello già citato nel titolo). È così che veniamo accolti ad entrare in questa canzone.

Nick parla (molto probabilmente) ad una donna, al suo “strano viso, con i tuoi occhi cosi chiari e sinceri.” La esorta ha superare le sue fragilità nella notte, “when the armies of emotion go out to fight.” Alla fine riesce a far scappare via questa creatura, lontano da tutto. Lui resta lì, con la speranza che prima o poi, ritrovandolo tra la folla, possa portarlo insieme a lei sulle nuvole.

The Thoughts of Mary Jane (Five Leaves Left – 1969)

Chi conosce i pensieri di Mary Jane? È questo il leitmotiv di tutta la canzone, che ci parla di una ragazza dalla provenienza sconosciuta, forse troppo diversa dalla comunità per essere considerata una di loro. Ma lei è felice cosi, vive nel suo mondo fantastico e sognante, tutto il resto non ha importanza.

Fruit Tree (Five Leaves Left – 1969)

“Life is but a memory, happened long ago.” Come se avesse predetto gli anni a venire, è questo il testo che più lascia presagire l’anima tragica e fortemente malinconica di Nick. Quasi fosse un epitaffio futuro, la canzone racconta la sua repulsione alla fama, ad un mondo falso e malato.

L’albero da frutto (come non immaginare un collegamento, oltre quarant’anni prima, all’albero della vita Malickiano), sembra essere il solo confessore fidato, l’unico che può capire l’amara verità, “tutti sapranno che sei stato qui, solo quando te ne sarai andato.”

Hazey Jane II (Bryter Layter – 1970)

Rispetto alla sua sorella maggiore (Hazey Jane I), troviamo ritmo e (solo presunta?) allegria nel canto di Nick, che sceglie di andare a velocità elevata nelle prime tre strofe, come a voler rappresentare la fugacità del suo tempo, espressa bene nei versi “what will happen in the morning when the world it gets so crowded that you can’t look out the window in the morning.”

Dalla quarta però prende fiato, scandisce le parole, passando dalla famiglia per arrivare alla “confusa” Jane, un amore problematico e ingestibile (cosa aspettarsi da un tipo come Nick?) dove, “se le canzoni fossero parole di una conversazione, la situazione sarebbe perfetta.

At the Chime of a City Clock (Bryter Layter – 1970)

Molto probabilmente, Nick parla di sé stesso, ricordando il suo trasferimento dal piccolo paese di campagna alla grande città. Come al solito, pare ancora incerto tra l’interesse per la nuova realtà circostante e un inequivocabile rifiuto, stay indoors beneath the floors, talk with neighbours only, the games you play make people say you’re either weird or lonely. Rifiuto, che in un qual modo, proverà ad addolcire “il suono di un orologio di città”, dove gli amici arrivano in gruppo, mostrando che il rumore perfetto di un posto pieno di vita, è il luogo adatto per un bel viso.

One of These Things First (Bryter Layter – 1970)

I could have been. L’essenza della canzone sta tutta in queste semplici parole. Parte con l’insieme di tutte le cose che “avrei potuto essere”: un marinaio, un cuoco. Perfino alcuni oggetti come un libro, un bricco, un cartello stradale. Ogni volta che chiude un elenco torna a quell’inciso, “avrei voluto essere”, ma così non è stato. Dalla seconda strofa poi, scrive di quello che poteva essere (ma probabilmente non è stato) nel rapporto con una donna: “i could have been your pillar, could have been your door, i could have stayed beside you, could have stayed for more.” Infine, torna alla lunga lista di oggetti in cui immedesimarsi.  (nota per gli ascoltatori: il modo in cui si ferma sulla “n” ogni volta che canta i could have been, è pura meraviglia uditiva.)

Fly (Bryter Layter – 1970)

È un compito ugualmente difficile e meraviglioso scrivere di questa canzone. Cosa dire della musica, dove la chitarra di Nick (sfido chiunque a suonarla come lui), si lascia penetrare dal cembalo e dagli archi, dando profondità alla voce e facendo letteralmente “abitare” la canzone a chiunque la ascolti. “Please tell me your second name, please play me your second game, i’ve fallen so far, for the people you are, i just need your star for a day.” Nelle parole di Nick troviamo l’essenza della vita sentimentale, sempre confinata su un instabile equilibrio tra l’inabissamento e lo scatto in volo.

“Adesso, se è tempo di ricompensa per ciò che è stato vieni, vieni a sederti sulla staccionata al sole, e le nuvole rotoleranno via e non negheremo mai, che è veramente troppo difficile volare.” Parafrasando il titolo di Kundera, Nick parla dell’insostenibile leggerezza del suo amore in fieri, una condizione che la sua anima navigherà continuamente nel buio, senza nessun porto dove trovare casa. Impossibile non chiudere con le sensazioni personali, mai così forti come in questa canzone. È forse l’eredità maggiore che Nick ci ha lasciato, il brivido più forte lungo la schiena (probabilmente Wes Anderson provava le stesse emozioni quando decise di inserirla nella scena più sognante de I Tenenbaum).

From The Morning (Pink Moon – 1972)

Dopo le innumerevoli nubi oscure che ha attraversato fino a qui, nel pezzo che chiude Pink Moon, Nick sembra riuscire a trovare uno spiraglio. La notte sembra squarciata da una piccola e bellissima alba, le luci del mattino fanno esplodere la meraviglia del suo sogno paradisiaco. È forse il suo ultimo lascito alla libertà, alla leggerezza della vita (che non avrà, ma ardentemente sogna). Una vita dove “now we rise and we are everywhere.”