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Se a ragione Heidegger vedeva nella tecnica il culmine della metafisica occidentale, occorre una presa di coscienza ulteriore: aggiungere un po’ di Guy Debord con le sue riflessioni sulla Società dello Spettacolo. Ultima metafisica sarebbe allora lo Spettacolo stesso, giacché la tecnica è sempre più al servizio dei media e dei dispositivi che ne permettono la diffusione. La tecnica è al servizio del messaggio, dell’immagine, dei corpi come monete viventi che si autoriproducono fotografandosi e facendo spettacolo sui social. Che lo Spettacolo abbia, dai suoi albori, carattere metafisico lo svela non a caso il linguaggio stesso: i divi del cinema, le star del rock o del porno evocano addirittura un politeismo nuovo, inediti miti, leggende in costruzione, produzione di desideri mimetici.

Di questo processo il culmine è stato proprio il rock, spintosi più in profondità rispetto al cinema le cui divinità erano comunque governate da registi e produttori. Bob Dylan, John Lennon, David Bowie, anche Michael Jackson hanno goduto di più libertà creativa, hanno prodotto un immaginario più personale. Più efficace perché la tecnica stessa, lo Spettacolo diffuso e frammentato, la nuova metafisica, si fa sempre più personalizzata, individualizzata. Ecco perché fanno così effetto i morti nel mondo del rock, come quelli che hanno costellato il 2016.

Bill Haley & His Comets – Rock Around The Clock

Il rock ‘n’ roll nasce mediaticamente con Rock around the clock di Bill Haley, dove si promette di annullare il tempo facendo rock (sostantivo decisamente polisemico ma indubbiamente dionisiaco) intorno all’orologio. In un eterno fermarsi dell’attimo, in ciò che Faust chiedeva Mephistophele, vendendosi l’anima. Forever, per sempre, è parola che torna spesso nei testi rock, come in cerca di uno stop al processo di corruzione, di decomposizione soprattutto dell’adolescenza, della possibile visione di un’Età dell’Oro. Che le stelle del rock muoiano, vinte dal tempo, ha dunque un qualcosa di disturbante. Ma da sempre presente nell’ambiente, nel suo camminare sui margini, sui precipizi, fra incontri con persone e sostanze che sanno essere letali.

Molte di queste riflessioni ci son nate leggendo Rock is Dead di F. T. Sandman e Epìsch Porzioni (Chinaski edizioni), un libro nero sui misteri della musica, da sottotitolo, ma forse più una specie di libro dei morti della musica e soprattutto del rock. Con buon equilibrio fra tragedia ed ironia, gli autori raccontano oltre sessanta biografie – o meglio tanatologie – di cantanti e musicisti defunti: dai cadaveri recenti di Bowie, Prince e Michael Jackson a personalità più lontane nel tempo ma sempre con una tendenza che diremmo un po’ rock: Gesualdo da Venosa, Paganini, Arnold Schönberg. Tutte vite, bene o male, appunto affacciate su baratri, spesso consumate in droghe, psicosi, tendenze suicide. Il patto con Mephisto può avere effetti collaterali devastanti. La leggenda narra che l’afroamericano Robert Johnson fece un patto con il diavolo per suonare la chitarra come nessun altro. Così fu, cantò nel ‘37 Me and the Devil blues e morì l’anno dopo probabilmente avvelenato. Già un archetipo, un modello da imitare proprio per i giovani bianchi d’occidente, a partire dagli anglosassoni. L’uomo nero insegnava a suonare, apriva le porte di altre percezioni, la sua musica era musica del Diavolo che andava interpretata e vissuta. I Rolling Stones di Sympathy for the devil son figli di quella mitologia, lo era anche Lennon, in odore di simpatie occulte e morto ammazzato come Johnson. Con anzi il movente in più per l’omicidio del suo essere uomo di spettacolo, da fama mondiale, creatore principale dell’immaginario anni ‘60 ormai sconfitto nel 1980.

The Rolling Stones – Sympathy For The Devil

Esistono casi di dedizione ancora più estrema, di satanismo terra terra e bassi istinti, esplode nella vicenda del chitarrista black metal Euronymous accoltellato dal collega Burzum. Non sono poi rari gli omicidi anche nell’ambiente hip hop, in bilico fra industria dello spettacolo e guerra di bande. Ma anche il numero di rockstar suicide non lascia indifferente, soprattutto interpretando il rapporto con la droga come lento e studiato suicidio. Ecco allora le vite devastate e miracolose di Ian Curtis, Sid Vicious, Keith Moon, del contryman morfinomane Hank Williams. Ecco lo sparo in bocca di Kurt Cobain, caso ancora misterioso perché c’è chi parla di assassinio e lo stesso si dice dopo anni dell’annegamento di Brian Jones degli Stones. Misteri e leggende girano su Jim Morrison e su Elvis, morti o zombie rock visibili ai soli fantatici. Morti zombie comunque, perché un po’ di loro rivive in ogni istante nelle immagini di YouTube e nei suoni delle loro canzoni.

Non solo di morti eccellenti che erano anche eccellenti musicisti narra il libro di Sandman e Porzioni, regala anche vita, morte e miracoli di figure meno note che sembrano uscite da un romanzo. Ad esempio Joe Meek, ingegnere di suoni spaziali per il british pop più bizzarro degli anni ‘60, occultista ossessionato da Aleister Crowley, omosessuale, suicida. E poi il punk croato Satan Panonski, passato dal palco al manicomio e all’esercito croato, ucciso in guerra nel 1992 da una pallottola serba. Meriterebbe un romanzo o forse un film (ancora più spettacolo) la parabola di Dean Reed, statunitense emule di Presley che trovò il successo e la fede politica nel blocco comunista e finì suicida nel 1986 anche se c’è chi ipotizza un ruolo della Stasi nella sua dipartita. In fondo non manca chi tira in ballo l’Fbi per l’omicidio di Lennon.

Robert George "Joe" Meek (1929/1967)

Robert George “Joe” Meek (1929/1967)

Il mistero dello morte è dunque ancora più profondo quando le stesse vite sono misteriose e misteriosamente legate alla produzione d’immaginario, alla creazione di nuove mitologie. Finché qualche adolescente scenderà in cantina con chitarra e amplificatore, per trasformare la sua vita in opera d’arte, in moneta vivente che deve sanamente ammonire, c’è forse una speranza di sorpassare la concezione della metafisica. Anche quello può essere un porsi sulla linea del nichilismo, in perenne ricerca di un suo oltrepassamento che in un certo senso è come morire.