”Chi vincerebbe una sfida di wrestling tra Lemmy e Dio?”
”Uhm… Lemmy?”
“Sbagliato!”
“Allora, Dio?”
“Sbagliato ancora, domanda a trabocchetto: Lemmy è Dio!”
(Dal film Airheads, una band da lanciare.)

Forse, i fans tendono a venerare sin troppo i propri beniamini. Spesso confondendo l’ammirazione con una forma scaramantica di idolatria. Ma questa volta è differente, Lemmy sembrava essere veramente una divinità. Non tanto in senso metafisico, sia chiaro, ma in quanto creatore, o meglio cuore pulsante di una sottocultura. Un uomo le cui gesta, già in vita, sembravano leggendarie; i cui racconti sfioravano l’inverosimile. Come è giusto che sia, del resto, perché le leggende possono essere tali solo quando la propria saga sfuma nell’inaudito. Dalle innumerevoli donne alle mirabolanti prodezze alcoliche, le narrazioni si sprecano. Ed a sciorinarle tutte, non se ne renderebbe il giusto omaggio.

Scrivere di Lemmy, a poche ore dal decesso, non è opera semplice. Si rischierebbe, in qualche modo, di far trasparire una faziosa retorica, cedendo il passo ad un peana in onore di una rockstar. Kilmister era un uomo, non di certo un Dio, e come tale si è spento. Non ci sono dubbi. Ma in quel controverso mondo che è il rock ‘n’ roll, Lemmy era considerato veramente una divinità. Un’icona tanto estetica quanto stilistica, che in quella stessa collettività aveva segnato indelebilmente un discrimine netto tra ribellione e ribellismo di facciata. Insomma, Lemmy è stato ciò che Bono Vox non potrà mai essere. Non tanto per qualche ragione specifica, ma per un’attitudine innata. Un anticonformismo che lo ha portato spesso sul banco degli imputati, come quando – in barba all’iconoclastia liberale – sfoggiava impavidamente le uniformi delle SS, considerandole degli abiti di altissimo pregio. “Colleziono uniformi naziste perché sembrano abiti d’alta moda. Di Hitler non me ne frega un ca…”.

Sempre fuori dagli schemi, tanto nella vita quanto nella musica. Con i Motörhead segnò una vera svolta nel modo di fare rock, sperimentando un nuovo sound: chiassoso, rude e caotico, in spregio ai tecnicismi di sorta. Lemmy, infatti, non fu un musicista ma un frontman, un caudillo della musica in grado di trascinare in delirio folle oceaniche, nonstante avesse una voce scolpita dall’alcool e martellasse il suo basso come un meccanico nell’ora di punta. Senza remore, lo si potrebbe definire un self-made artist: un ragazzetto senza arte né parte che ha imbracciato lo strumento per far breccia nel cuore di qualche fanciulla, ma che è finito per coinvolgere due intere generazioni in un turbine di emozioni in salsa hard rock.

La sua scomparsa, rappresenta oggi qualcosa di più di una delle tante rockstar che dopo una vita d’eccessi si abbandonano alla morte. Lemmy, infatti, è stato un mito iconografico, oltre che musicale. L’icona del dissenso nei confronti di un mondo che ha ridotto l’arte ad un mero rapporto mercantilistico.
Forse dovremmo piangere un uomo libero che se ne va, e non una delle tante rockstar che muore.