Laibach è il granitico nome germanico della città slovena di Lubjana. Ma è a Trbovlje che un coraggioso ensemble di figure interessate alla musica d’avanguardia e all’espressione artistica prende il nome di Laibach per iniziare una esplorazione di incandescenti panorami industriali fatti di suoni concreti e campionamenti ambientali della produzione seriale e dell’eco sferragliante dei capannoni. Siamo nel 1980 e nel mezzo della cosiddetta “cortina verde”, in un ambiente storico e politico poco favorevole alle libertà espressive, difficili da incasellare, iniziano le prime emanazioni di un progetto di ampio respiro che comincia subito a farsi un nome nei circuiti sotterranei paralleli alla mail art fatti di cassette scambiate e di produzioni a tiratura estremamente limitata.
Attorno al gruppo Laibach si crea una sorta di movimento artistico simile a quello della avanguardie europee d’inizio secolo. Il movimento chiamato Neue Slowenische Kunst si occupa soprattutto di estetica del dominio, dell’annullamento dell’individuo nella grandezza della massa. Si mette in scena l’architettura e le coreografie delle dittature assolute del novecento assorbite ormai come archetipo estetico. L’accompagnamento fatto di suoni duri, proto-elettronici e industriali sono la colonna sonora per le disturbanti performance fatte di proclama politici situazionisti e di estetica militare portata in scena senza parvenza di critica o analisi di sorta ma semplicemente come pura immagine e manifestazione di potere e dominazione. Tutto questo diventa emanazione di una nazione psicogeografica ideata dai Laibach come specchio dove l’occidente può specchiare il suo vero volto: la NSK.

Musicalmente i Laibach passano negli anni da una difficile musica concettuale ad un turbinio più accostabile fatto di suoni elettrici e marziali. Riproducono dischi storici della musica occidentale (da Let it be dei Beatles al Machbet) come traduzione censoria di un ipotetico MinCulPop di nazione fantasma isolata dal mondo esterno. Traducono il pop attraverso voci rudi quasi gutturali, suoni duri e potenti distorsioni. Producono un album (Volk) dove reinterpretano tutti i più importanti inni nazionali trasformandoli in pezzi complessi e spesso aggressivi. Con il tempo diventano una band fondamentalmente mainstream influenzando silenziosamente una grossa fetta di musica moderna fino a firmare la colonna sonora del polpettone fantascientifico da botteghino Iron sky . Arrivano fino ai tempi recenti con Spectre, un disco raffinato e dal respiro elettronico europeo.
I Laibach sono una band che divide e lascia spesso basiti anche i fan più radicali. Non sempre è chiaro dove sia il confine tra burla e seria operazione musicale come nel caso di alcune strane cover anche di sconosciuti pezzi pop Italiani . Difficile capire dove si trova il limite tra convinzione artistico-ideologica e situazionismo estremo per una band come i Laibach però quello che è certo è il loro ingresso nella storia come prima band occidentale a suonare a Pyongyang in occasione delle celebrazioni ufficiali per la fine della seconda guerra mondiale. L’evento è stato il 19 e 20 Agosto nel teatro delle Arti di Ponghwa di fronte a un pubblico selezionato. E’ curioso come sia proprio una band che trasmette l’estetica di un certo tipo di occidente rimosso ad essere la prima ( e forse unica) band occidentale invitata ad esibirsi nell’ultimo dei regni lontani inaccessibili al mondo esterno. La corea del nord, ultima delle nazioni ostili per antonomasia. Una di quelle nazioni sfuggite al disgelo della guerra fredda. Un ricordo di tempi lontani di blocchi contrapposti, di isolamento culturale sfuggito all’appiattimento.
Inutile dire che questa decisione porta con sé un mare di polemiche per chi si è trovato, dopo 30 anni di carriera per la band Slovena, a rendersi conto che in fondo quello dei Laibach non è affatto uno scherzo né una posa. Una parte di fans si ribella alla decisione di prestarsi ad una dittatura all’indice di Amnesty International. Qualcuno pensa al boicottaggio ma la cosa sembra essere per lo più superata dalla rivelazione che di band limpide e artisticamente coerenti come i Laibach non ce ne siano molte.

La stampa internazionale scopre oggi l’esistenza dei Laibach raccontando l’evento di Pyongyang e spesso fraintendendo l’essenza della band e dell’evento in sé.  Ma è una scoperta buona che lascia sospeso il giudizio verso le intenzioni della band (Epochè sembra essere un concetto essenziale anche per il progetto Laibach) e forse apre nuovi meritati scenari per la band Slovena anche tra un pubblico fino ad ora indifferente.