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Miles Davis è un trombettista diciottenne che si è fatto le ossa con alcune buone band dell’area di East St. Louis, Illinois, dove è cresciuto. Ha già un’ottima reputazione giù in città, dove è rispettato dai coetanei e coccolato da quelli più grandi. Clark Terry se lo porta in giro con sé, su e giù per concerti e jam session e Miles si è conquistato un pubblico numeroso. Tuttavia, sente che ha già assorbito tutto quello che può dall’ambiente locale e l’incontro folgorante con Bird e Diz – l’altosassofonista Charlie Parker e il trombettista Dizzy Gillespie – di passaggio in città, lo convince a cambiare aria. Dopo averci condiviso il palco una sera con la band di Billy Eckstine, i due lo invitano a chiamarli nel caso fosse di passaggio a New York. Non se lo fa ripetere due volte. Charlie Parker e Dizzy Gillespie sono i padroni indiscussi della scena bop, a Harlem. Bird è un tipo intelligente, sveglio, acuto e si comporta in modo gentile e affascinante. Tutti lo considerano un genio. Ha ventiquattro anni e una voce propria sullo strumento. Uno stile fluente e intimamente discorsivo: alterna melodie cantabili a brevi e morbide raffiche di note. Ha tirato su una diga tra la musica che era venuta prima e quella che sarebbe venuta dopo di lui. Al tempo stesso è un personaggio difficile, ha un ego smisurato ed è un eroinomane e un alcolizzato. Come abbassi la guardia lui è lì pronto a fregarti quel po’ di soldi che basti a comprare una dose. Ma è un genio, la gente gli vuole bene e tende a perdonarlo.

Diz, invece, è affabile. E’ l’uomo che tiene insieme tutto il movimento, ha una schiera di seguaci più giovani che ne imitano lo stile alla tromba e nella vita. Occhiali pesanti, berretto e mosca, è il punto di riferimento per quella che è la moda hipster del momento. Ha iniziato a lavorare con Parker nell’orchestra di Earl Hines, condividendone molte idee. Velocità elevate, armonie complesse: con Oscar Pettiford ha guidato un quintetto che in qualche modo ha definito lo stile del bop, all’Onyx, sulla 52a strada.

L’arrivo nella grande mela

Miles arriva a New York nel settembre del ’44 e subito si mette alla ricerca di Dizzy e Charlie. Di Diz rimedia quasi subito il numero di telefono, mentre per trovare Bird deve setacciare in lungo e largo la città e spendere tutti i suoi soldi. Va al Minton’s, nei locali della 52a e, tra gli altri, incontra Coleman Hawkins che gli consiglia di tenersi alla larga da un tipo come Charlie. Miles gli risponde in modo piuttosto strafottente. Finalmente, trova Bird a una jam a Harlem. Bird è strafatto ma si ricorda perfettamente di lui.

Da questo momento lui, Charlie e Dizzy diventano inseparabili.  Miles, che è arrivato a New York con la scusa di iscriversi alla Juilliard School of Music, ha in mente soltanto di essere l’ombra dei due massimi esponenti del bop e imparare il più possibile da loro: gli si incolla dietro seguendoli dappertutto. Al Minton’s Bird Charlie e Diz sono i re. Il locale, che è frequentato soprattutto da neri, è un posto alla mano. Due dollari per entrare e ascoltare la musica più fresca di New York.

Tutti si mettono in tiro per entrare da Minton’s e, ogni sera, questo si fa teatro di vere battaglie tra musicisti. Se sali sul palco durante le jam session e suoni male vieni cacciato in malo modo. Anche a calci, in senso letterale.

Quando ci sono Bird e Diz sul palco, poi, nessuno si azzarda a proporsi. Ci si limita ad ascoltarli e sperare di essere invitati a suonare con loro. E’ il caso di Miles. Lo invitano sempre e, anche se il suo stile deve ancora essere limato e somiglia ancora troppo a quello di Dizzy, i due apprezzano e dopo i suoi assolo sorridono. Miles comincia a credere che può davvero suonare con chiunque. I tre sono diventati ottimi amici e, a un certo, punto Bird ha bisogno di un posto dove stare. Miles gli offre un posto in casa sua. Non sa che Charlie nel tentativo di racimolare qualche dollaro per comprare l’eroina gliene combinerà di ogni sorta. Una volta porta al banco dei pegni il suo vestito e, per uscire, ne prende in prestito uno di Miles, l’unico decente che possiede. Morale: Miles rimane chiuso in casa tre giorni perché non ha abiti adeguati e Bird se ne va in giro a suonare con un abito di tre taglie più piccolo.

Il nome di Miles comincia a girare e lo troviamo adesso in cartellone allo Spotlite, sulla 52a strada con il gruppo di Eddie Lockjaw Davis. Una scrittura di un mese. C’è poi, sempre sulla 52a, al DownBeat Club, la band di Coleman Hawkins e Billie Holiday con Joe Guy alla tromba. Joe Guy e Billie Holiday sono marito e moglie da poco e spesso perdono le serate perché rimangono in casa a farsi d’eroina, così quando Joe non arriva lo sostituisce Miles. Se per i musicisti il posto dove bisogna essere per sperare di farsi un nome è ancora Minton’s, c’è un certo movimento anche sulla 52a strada, una bella schiera di posti dove poter ottenere una scrittura. Posti frequentati perlopiù da bianchi che non capiscono che razza di musica stiano suonando questi uomini neri provenienti da Harlem. In più questi musicisti si palesano nei locali accompagnati da belle signore bianche e si presentano in maniera elegante e sofisticata.

Gli avventori bianchi sono spiazzati da tante novità. Miles ricorderà quanta tensione razziale ci fosse intorno al movimento del bebop.

Siamo nel ’45 e, sempre sulla 52a, c’è il quintetto di Charlie Parker con Diz alla tromba che suona al Three Deuces. Dizzy è un tipo piuttosto affidabile mentre Charlie, per quanto affascinante e carismatico sia, è pur sempre un eroinomane circondato tutto il tempo da spacciatori, prostitute e magnaccia.

Charlie Parker e Dizzy Gillespie

Charlie Parker e Dizzy Gillespie

Il più delle volte si presenta a metà concerto del tutto sballato oppure non si presenta affatto; Diz esasperato dal comportamento del partner decide di mollare il quintetto. Chi chiamare a sostituirlo se non Miles, che così, a diciannove anni, si ritrova a lavorare con il suo mentore, il musicista bop più idolatrato. Miles è intimidito su quel palco. Conosce benissimo lo stile di Diz ma sa che deve trovare una voce propria, anche perché di suonare nel registro alto come fa lui proprio non gli riesce. Non sente la musica in quel modo. Eppure sopravvive alle due settimane di quella scrittura e Bird continua a dirgli che gli piace come suona. C’è una splendida testimonianza della musica prodotta dai tre in questo periodo: il disco, a nome di Charlie Parker, Reboppers (oggi inserito nella raccolta Charlie Parker – The Complete Savoy & Dial Master Takes) nel quale Miles e Dizzy si alternano alla tromba.

All’inizio Miles avrebbe dovuto suonare tutti i pezzi del disco ma, Charlie lo mise di fronte a composizioni che trovò troppo veloci e armonicamente complesse da suonare. Le frasi di Miles sono ancora vagamente incerte ma, cominciano a delinearsi gli stilemi tipici del suo sound: cantabilità, importanza della singola nota all’interno di un quadro melodico cristallino, senso dello spazio.

Un viaggio in California

Finita la scrittura al Three Deuces,  Diz e Bird vengono convinti ad andare a suonare sulla costa ovest, a Los Angeles, per una scrittura al Billy Berg’s. Miles, pur di seguirli, si aggrega all’orchestra di Benny Carter di base a Los Angeles e arriva in California anche lui. Chiuso l’ingaggio, Dizzy compra i biglietti per tornare a New York a tutta la band. Ovviamente, Charlie si rivende il suo per comprare l’eroina. L’eroina però a Los Angeles Bird non la trova con tanta facilità, e così ripiega sul vecchio onnipresente Bacco. Beve come una spugna, più di un litro di whisky al giorno. Non c’è abituato, sta per andare fuori dalla grazia di Dio. Un giorno, siamo a luglio del ’46, viene portato in studio d’incisione. Charlie sta male, non si regge in piedi e suda come un maiale. Il suo produttore pretende che in studio ci sia uno psichiatra a limitare gli sbalzi d’umore che hanno contraddistinto la sua permanenza californiana. Tuttavia, esegue una straziante Lover Man nella quale le frasi spezzettate e piangenti esprimono perfettamente il disagio di quei giorni. Miles non l’ha mai visto così, gli sembra un uomo finito, pensa addirittura che stia per morire.

Charlie, dopo l’incisione, torna nel suo albergo, si ubriaca violentemente e alla fine si addormenta esausto con la sigaretta accesa. Quando si sveglia il suo letto ha preso fuoco. Completamente fuori di sé e circondato dalle fiamme scappa in strada nudo. Lo fermano e lo portano al Camarillo State, un ospedale psichiatrico a cento chilometri da Los Angeles. Sulla sua cartella evidenzieranno l’intelligenza superiore di Charlie, le tendenze paranoidi, ne metteranno in rilievo le fantasie sessuali e parleranno della sua personalità come estremamente evasiva. Bird resterà al Camarillo sette mesi, liberandosi per il momento dalle sue dipendenze. Miles nel frattempo ha continuato un po’ a lavorare con Mingus, Lucky Thompson e con l’orchestra di Billy Eckstine, e, quando questa torna a New York, lui fa le valigie e si aggrega. Charles Mingus rinfaccerà per tutta la vita a Miles di aver mollato Bird in California ad affrontare i suoi mali da solo ma, Miles ormai sa il fatto suo ed è stufo marcio di Los Angeles. Lui torna a New York, lì dove c’è il vero movimento.

Il padrone dell’hard bop

Dalla collaborazione con Gil Evans e i loro esperimenti orchestrali di Birth of The Cool, Miles Ahead e Porgy and Bess all’epopea, nella seconda metà degli anni 50, del primo quintetto stabile nel quale sgrezzò il coetaneo John Coltrane e portò alla ribalta il pianista Red Garland, il bassista Paul Chambers e il batterista Philly Joe Jones. La fila per entrare al Cafè Bohemia, dove si esibivano, riempito in ogni suo ordine di posti, circondava l’isolato sotto la pioggia e sotto la neve. Miles e Coltrane si completavano perfettamente. Il primo con uno stile cantabile limitato al registro medio dello strumento mentre il secondo andava ricercando quelle strisce di suono che avrebbero caratterizzato la sua maturità. La sezione ritmica, poi, era incredibile. Lo stesso Miles ammise che il vero fuoco di quel gruppo era Philly Joe, del quale avrebbe cercato un po’ dello stile in ogni batterista che sarebbe venuto dopo.

Joseph Rudolph “Philly Joe” Jones

Joseph Rudolph “Philly Joe” Jones

C’era poi Red Garland, una macchina da swing con un suono e un fraseggio tanto delizioso quanto jazzy, al quale Miles chiedeva quel tocco alla Ahamad Jamal che tanto amava, e il giovanissimo Paul Chambers, un bassista dal suono potente e dotato di un quattro (la caratteristica linea di accompagnamento del basso nel jazz) solidissimo. Il gruppo sublimò lo stile dell’hard bop di cui si fece bandiera e si sgretolò soltanto per la dipendenza dall’eroina di Coltrane e Philly Joe, dei quali Miles non sopportava più i continui ritardi, il fatto che si sentissero male nel bel mezzo di un set e il dovergli continuamente prestare soldi.

Il documento più vicino a quello che avremmo potuto ascoltare durante una serata al Cafè Bohemia sono i dischi Cookin’, Steamin’, Workin’, Relaxin’, registrati in sole due session nelle quali dove ogni brano, perlopiù standard dalle armonie non troppo complesse, fu inciso suonandolo una sola volta.

Adorato dalle donne, alcune delle quali lo mantennero nei periodi più bui – altre le sfruttò, obbligandole al marciapiede – ne ebbe a centinaia, fino a perderne il conto e non saperne più i nomi,  Miles era all’epoca un tipo sofisticatissimo: vestiva abiti italiani alla moda, parlava sporco e non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno. Non faceva nulla per ingraziarsi quella critica che, a ogni sua svolta musicale, sulle prime non gli avrebbe risparmiato giudizi negativi. Odiava i critici, in particolare quelli bianchi. Sul palco non sorrideva, non ringraziava, non si inchinava e non si sprecava nemmeno a comunicare i titoli dei pezzi che avrebbe suonato. James Dean lo andava a sentire, forse riconoscendo in lui quel carisma da ribelle che egli stesso si cucì addosso.

Non seguiva il mainstream e anzi si stancava presto di uno stile, anche se ne era stato il pioniere. Da qui, una costante ricerca che doveva, per prima cosa, sfamare il bisogno di chiarire chi fosse attraverso la musica che andava creando.

La fase modale

Messi da parte i fasti della sua esperienza hard bop è la volta della musica modale. Decisivo è l’incontro con il pianista Bill Evans, suggerito da George Russel – pianista e compositore – che già da qualche tempo si cimentava con questo tipo di scrittura. Bill, unico bianco in un gruppo di neri. La prima cosa che Miles gli disse, ovviamente scherzando, fu che se veramente avrebbe voluto far parte di quel gruppo Bill sarebbe dovuto andare a letto con ognuno dei suoi componenti. Bill prese la cosa molto seriamente e ci pensò anche su ma, alla fine, si disse veramente dispiaciuto, ma hey man, una cosa del genere no non avrebbe potuto davvero farla. Risolta a suon di risate la provocazione cominciano a lavorare. Mettono da parte le successioni armoniche, complesse o meno che siano, privilegiando le linee melodiche costruite spesso su una sola scala o modo.

Ci sarebbero stati meno accordi ma innumerevoli possibilità di cosa farne.

Il prodotto di questa ricerca è il capolavoro Kind of Blue.

Miles entrò in studio nella primavera del ’59 accompagnato ancora una volta da John Coltrane al tenore, Cannonball Adderley, (più che talentuoso sassofono contralto), Bill Evans (di nuovo al piano, Wynton Kelly, altro pianista suonò soltanto sul blues “Freddie Freeloader”), Paul Chambers e Jimmy Cobb alla batteria. Non c’erano state prove: Miles si presentò in studio semplicemente con degli abbozzi di melodie, quelle che avrebbe voluto sentire dai suoi musicisti, senza dargli poi altre particolari istruzioni. Ogni traccia nel disco riproduce la prima esecuzione completa dei brani suonati nelle due session che diedero alla luce Kind of Blue. Tutti suonano al massimo, ispiratissimi e spontanei, maneggiando con gioia il materiale dato.

Un nuovo quintetto

Nella seconda metà degli anni 60, Miles entra in contatto con la musica di Ornette Coleman, Cecil Taylor e Albert Ayler, padri del free jazz: una nuova musica sperimentale ormai liberata dalle strutture armoniche a favore di un approccio improvvisativo fuori dagli schemi, più estroso e istintivo. E’ il momento per Miles di mettere insieme un altro storico quintetto. Oltre al sassofonista Wayne Shorter, volle circondarsi di ragazzi che fossero dentro questo tipo di musica. Quindi chiamò i giovanissimi Herbie Hancock al piano e Tony Williams alla batteria. Tony, all’epoca appena diciassettenne, spesso non avrebbe potuto neanche entrare nei club dove doveva esibirsi e Miles aveva un bel daffare a intermediare con proprietari e promoter. Ron Carter al basso completava una sezione ritmica elettrizzante, estremamente interattiva e inventiva, in grado di spingere la musica in direzioni del tutto inaspettate. In quattro anni, pubblicano sei dischi splendidi: E.S.P, Miles Smiles, Sorcerer, Nefertiti e Filles de Kilimanjaro, di una freschezza assolutamente inossidata ancora oggi.

C’era grande affiatamento tra i musicisti, i cinque si divertivano un mondo a passare il tempo tra loro e spesso la musica risentiva di quello che accadeva fuori dal palco. E’ famoso l’aneddoto di quando Tony Williams si presentò con un registratore tascabile nuovo di zecca presumendone la novità. Herbie Hancock invece, da sempre maniaco di quegli aggeggi, ne possedeva a decine, prese a spiegare a Tony e agli altri come avrebbe dovuto farlo funzionare. Tony se la prese moltissimo, avrebbe voluto essere lui a dire tutto di quell’apparecchio ai ragazzi. E gliela fece pagare: la sera stessa, sul palco si rifiutò di suonare dietro ad Herbie per l’ilarità del resto della band.

Miles il rocker

Sul finire degli anni 60 altro cambiamento: Miles, completamente soggiogato dal lavoro di musicisti come James Brown e Sly Stone, il cui repertorio spaziava dal funk al rock ‘n’ roll, incontra Jimi Hendrix. I due diventano amici, veramente interessati l’uno alle idee dell’altro. Miles aveva grande rispetto di Jimi e anche se questo non sapeva leggere la musica era dotato di un talento e di un orecchio naturale. Miles si sedeva al piano e gli faceva ascoltare alcune delle cose che lui o Coltrane facevano e Jimi c’era subito dentro. Soltanto la morte prematura di Jimi impedì che un disco testimoniasse il loro sodalizio. L’avvento degli strumenti elettrici fece il resto del lavoro che portò Miles verso l’ennesima svolta artistica: quella che avrebbero chiamato poi musica fusion.

Per il primo esperimento in studio, si avvalse della collaborazione di Wayne Shorter e Tony Williams, oltre a Herbie Hancock e Chick Corea al piano elettrico, Joe Zawinul all’organo, John McLaughlin alla chitarra e Dave Holland al basso elettrico. Il produttore Teo Macero ebbe un ruolo fondamentale in post produzione, tagliando e rimaneggiando le incisioni che avrebbero dato vita al disco In a Silent Way, del 1969. Nei successivi cinque anni Miles insisterà su questa strada partorendo momenti di creatività assoluta come testimoniato dai viaggi allucinati di Bitches Brew e On The Corner. E’ probabilmente il crepuscolo.

La fine

Siamo agli inizi degli anni 80. Miles ha nostalgia e sta attaccando vecchie fotografie alle pareti della casa dalla quale non esce mai. Fotografie dei vecchi amici: molti di loro sono morti. Lui è ancora vivo- morirà nel ’91, in seguito alle complicazioni dovute ad un attacco di polmonite e inveirà, non potendo chiudere l’ultimo show in maniera migliore, inveendo nei confronti del medico che tenta di intubarlo- e non ha mai smesso di pensare alla musica. Riprenderà esattamente da dove aveva lasciato e tenterà ancora, per l’ultima volta, di cavalcare un’onda, la sua.