La radio è fuori moda. A dominare la scena musicale del lancio e della divulgazione di brani è Internet, con la musica scaricata, spesso in spregio ad ogni diritto d’autore, con i video che circolano sulla rete, partendo da YouTube e diramandosi sui social, sui blog e su un’infinita di siti, musicali e non. La radio è fuori moda. Le canzoni, con tutti i comodi del mondo informatizzato le vogliamo scegliere noi. E i disc-jockey ? Razza in via d’estinzione. Sostituiti dalle selezioni automatiche dei vari Spotify, Apple Music, che in base alle preferenze espresse dall’utente stilano una griglia di possibili brani, autori, album formando playlist già pronte all’uso. La radio è fuori moda, ma, nonostante tutto, nella stagione dei lidi, dei bagni e della tintarella, la cassa radiofonica resiste e anima la giornate in spiaggia da Diamante a Riccione.

Ma cosa ci propone, questa radio sempre più a rischio? Non bisogna esser critici musicali, né ascoltatori seriali delle frequenze nazionali per lanciarsi in una analisi delle programmazioni radiofoniche “estiveggianti”. Analisi sintetizzabili con un vocabolo d’uso ormai comune: tormentoni. Una pioggia di tormentoni.
Dalle metropoli miste ai tropici della controfigura italiana della compianta Amy Winehouse, all’Estate Addosso del sempreverde Jovanotti – piaccia o meno il cantautore romano con l’accento toscano  non ne sbaglia una – come ogni estate che si rispetti tutte le frequenze radiofoniche, da quelle locali a quelle nazionali, danno il via al rituale di spasmodica ripetitività. Selezioni di sei o sette canzoni che si ripetono di continuo, ormai da giugno. E se il El Mismo sole El Perdon ci fanno sentire in costa Brava a sorseggiare Mojito, Maria Salvador di J-Ax, ci riporta in Italia, con i piedi per terra, anzi, sotto terra.

La musica italiana ve la ricordate? Forse i più giovani, i meno curiosi, hanno un’idea della musica nostrana che non travalica gli anni Novanta, anni d’oro di Pezzali e delle certe notti di Ligabue. Bene, cerchiamo allora, aiutati dagli sporadici aliti di vento di questa bollente estate italiana, di svegliare memorie e coscienze di giovani e meno giovani, riportando alla memoria la musica italiana, su quello che è stata e su quello che è. Perché se a parlare di città lontane con improbabili rime, oggi, è la già citata Giusy Ferreri, a farlo in passato, nelle loro canzoni, erano Paolo Conte e Franco Battiato. Le esotiche atmosfere sussurrate nella indimenticabile “Hemingway” del cantautore Piemontese, dove da Zanzibar si passa a Timbuktu, per cercare una strada, una strada che Conte ci indica, rivolgendosi a Monsieur Hemingway, sono solo uno dei tanti racconti in musica del vecchio jazzista del Nord.
“Strade dell’est d’immensi orizzonti, gente nascosta di lingua persiana” cantava Battiato in uno dei suoi innumerevoli capolavori. Il Poeta siciliano nei suoi testi ha parlato di tutto, dalle tensioni amorose e non ne L’Animale, alla critica della decadenza Italiana, politica e morale, in Povera Patria, sino ai meandri della cultura orientale, affrontati con originalità unica, da Il re del mondo in cui Battiato si avventura nel mito dell’Agarttha, pervenuto in occidente grazie a Ossendowski e Guènon, sino a L’era del Cinghiale Bianco passando per Sentimento Nuevo.

Ma il cantautorato italiano ha molti altri interpreti. Fabrizio De Andrè , l’anarchico dissacrante e provocatore, che dai successi immensi di Bocca di Rosa e La canzone di Marinella, ha prodotto album come Creuza de Ma, interamente in genovese antico, con sonorità etniche da tutto il Mediterraneo, composto sull’onda di un viaggio in barca per tutto il Mare Nostrum.
La stagione “dell’impegno politico” poi, della rivolta vera o millantata che fosse, ha visto fiorire giganti come Guccini, Gaber e De Gregori, icone anch’esse senza tempo, che hanno superato con la loro arte ogni possibile etichetta politica. Come non dimenticare poi i due “Lucio” della canzone italiana: Dalla e Battisti. L’uno eccentrico, vanitoso, artista a tutto tondo; l’altro schivo, allergico ai live e alle interviste. Entrambi innovatori incredibili, pionieri della musica elettronica, che seppero fondere meglio degli altri l’elemento popolare con il loro estro musicale, regalando pezzi scolpiti nell’immaginario comune che provare a citare sarebbe oltre ogni modo velleitario. Questi e tanti altri, sono stati e sono gli alfieri della canzone italiana. Quel misto tra musica e poesia, che dagli ululati di Dalla e le trombette vocali di Conte arrivava sino ai sussurri di Battisti e ai monologhi esilaranti e profondi di Gaber.

E oggi ? Oggi è davvero la giornata tipo di J-Ax, condita di Maria, che dobbiamo ascoltare? E la pedante e spicciola filosofia di chi “Crede negli esseri umani”, che deve farci riflettere? Nella speranza che la radio resista, speriamo che a resistere con lei ci siano autori come Vinicio Capossela e Dario Brunori, Malika Ayane e Arisa, tra i pochi che hanno colto il testimone di quella generazione di cantautori che tanto ha dato alla musica italiana. Perché la canzone ha un immenso valore artistico, è parte integrante e fondamentale della tradizione italiana. Essa è un incanto, che ci rapisce e ci estranea per tre o quattro minuti, emozionando come un bacio atteso a lungo. Per chiudere questa riflessione, questo appello per l’arte, ci affidiamo alle parole di uno di questi poeti, Francesco Guccini, che molto meglio di noi ha descritto cos’è la canzone: “La canzone è una scatola magica spesso riempita di cose futili ma se la intessi d’ironia tragica ti spazza via i ritornelli inutili; è un manifesto che puoi riempire con cose e facce da raccontare esili vite da rivestire e storie minime da ripagare, fatta con sette note essenziali e quattro accordi cuciti in croce sopra chitarre più che normali ed una voce che non è voce, ma con carambola lessicale può essere un prisma di rifrazione, cristallo e pietra filosofale svettante in aria come un falcone.”