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In Italia il servizio pubblico televisivo non esiste. Questo è un dato di fatto. Non è necessario uno sforzo analitico particolare per capire che gli annosi problemi alla base di questa deficienza sono due: il primo è, come sempre, politico. Non commetteremo l’errore di dibattere degli insormontabili problemi di Governance della Rai. Piuttosto si dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere che, a priori, auspicabili politiche culturali non dovrebbero essere affidate per legge ad un classe dirigente che non ha nemmeno una cultura politica; che sia cioè in grado di approcciare in modo indipendente i problemi legati alla diffusione dell’informazione e della cultura in una nazione. Attenzione: non che si senta la necessità di un’opera di acculturazione nazionale. Dio ci salvi. Non sarebbero in grado di fornirla e non per mancanza di pragmatismo. La Rai vanta tecnici audio-video tra i migliori al mondo. Il problema è, azzardiamo, autoriale. Intimamente legato alle logiche di produzione. La Rai non potrà mai permettersi di finanziare produzioni che non garantiscano una continuità nel numero di spettatori fidelizzati nel corso degli anni. Sarebbero infatti a rischio gli introiti pubblicitari; e arriviamo al nocciolo della questione. Nessuna azienda privata in Italia è disposta a fare investimenti pubblicitari in programmi tv che non assicurino uno share già garantito in precedenza. Ma questo è il legittimo ragionamento di un Ente privato, non dovrebbe esserlo di uno pubblico. Da quando la Rai iniziò negli anni 80 a far concorrenza alla reti private attuando le medesime politiche commerciali di queste non è più stata in grado di erogare un servizio che si possa lontamente definire “pubblico”. Ripetiamolo allora, dal momento che dai cittadini è preteso per legge il pagamento di un canone: la pubblicità è il mezzo di sostentamento della televisione privata. Non lo è di quello pubblico. Le conseguenti fallimentari politiche editoriali sono unicamente fondate su questo assunto che vincola in modo pesante qualsiasi intervento di tipo creativo sulle produzioni. Cuochi e pacchi si sono garantiti nel tempo di un nocciolo duro di assidui spettatori diventando così merce di scambio per investimenti pubblicitari certi. Non c’è quindi margine di spazio per l’autore e la creatività.

Se questo è il contesto, quali le prospettive per una politica culturale televisiva? Nello specifico: quali le prospettive di una politica culturale televisiva musicale? “Bisogna portare la Grande Musica in prima serata“, si sente affermare tronfio il senatore illuminato. “Educare il popolo per servire l’estetica” replica, tra le righe, il celebre semiologo. Li ricordate? Sono sempre loro, gli educatori nazionali, i grandi pedagoghi: sono gli Scalfari dei quartetti chopiniani.  Gli Eco consulenti dei Prodi. E’ lo straordinario progetto di una Musica Popolare Contemporanea (sic) di veltroniana memoria. Sono i Pollini (sic) che incespicano dai Fazio (e ogni volta, il Maestro, nella tela del ragno ci casca, imbarazzato e imbarazzando con la sua retorica che grazie a Dio è relegata alla sola favella). E’ possibile quindi divulgare il piacere del solo fare Musica in televisione senza scadere nelle volgarità del progetto pedagogico socialdemocratico o liberista? Oggi no.  Almeno, non in Italia. E allora non possiamo far altro che consigliare al lettore di fare quello che ormai fa già da tempo. Guardare, grazie a Internet, a quello che succede all’estero. Senza essere esterofili. Proviamo ad immaginare questo scenario: priviamo l’intrattenimento di ogni intento pedagogico. Pensiamo di dare a questa idea la forma di una serie televisiva che non scada nelle mediocrità autoriali di un Don Matteo o un Nonno Felice. Azzardiamo un legame con la Musica, quella con la M maiuscola, lontana dalle logiche di mercato sanremesi o quelle agonistiche di un X factor. Ci chiediamo se sia possibile produrre un qualcosa in televisione che avvicini tutto ciò, lasciando l’arte agli artisti e cercando semplicemente di comunicare, informando in modo intelligente e disinteressato con il proprio pubblico.

Un piccolo e pregevole esempio: da qualche anno il colosso delle vendite online Amazon ha fondato gli Amazon Studios, società di produzione audiovisiva a cui chiunque può proporre idee, sceneggiature valide per la realizzazione di serie televisive e opere cinematografiche. Sono state prodotte serie drammatiche pregevoli come Hand of God e Bosch e divertenti commedie di puro intrattenimento di qualità come Alpha House e, quella che a noi qui interessa, Mozart in the Jungle. Prodotta da una società di produzione californiana e finanziata da Amazon Studios, Mozart in the Jungle è una serie liberamente ispirata ad un libro di memorie di un oboista membro della New York Philarmonic e frequentatore dell’underground artistico-musicale newyorkese. Una dark comedy con tratti surreali che non ha la presunzione di insegnare nulla se non il mostrare in forma di commedia l’ordinaria vita di musicisti professionisti. Protagonisti della serie sono l’eccentrico direttore d’orchestra Rodrigo (Gael Garcia Bernal) e la giovane oboista Hailey (Lola Kirke) circondati a loro volta da una serie di personaggi che ruotano intorno al complesso mondo organizzativo e lavorativo delle orchestre sinfoniche. Molte le recensioni in Italia che hanno evidenziato il lato ammiccante, cool e rock della serie esaltando le caratteristiche eccentriche dei personaggi. Niente di più sbagliato. Chi fa e produce musica, Musica classica e contemporanea, vive il quotidiano come qualsiasi altra persona. Certo, la vita del musicista è innanzitutto dedizione, sacrificio e disciplina. Ma questo è mostrato, in modo leggero e intelligente, nella serie. In Mozart in the Jungle la Musica non è mai mortificata e non si cade mai nella tentazione (tipicamente italiota) di addolcire la pillola proponendo allo spettatore della banale muzak o investendo i personaggi di ridicole idiosincrasie intellettuali di alleviana memoria. Attraverso una rappresentazione ordinaria della realtà lo spettatore avvicina di volta in volta Tchaikovsky, Mahler, Sibelius, Ibert.  Fin dai primi secondi la serie ci trascina nel vorticoso mondo delle grandi orchestre sinfoniche. Divertenti alcune “parodie” degli orchestrali: il percussionista spacciatore ufficiale di droghe per tutti i membri dell’orchestra, il professore d’orchestra sindacalista che nel clou di una prova orchestrale ricorda al direttore la necessità della pausa (e gentile accondiscendenza del direttore), l’avvenente violoncellista, la manager dell’orchestra sempre sull’orlo di un esuarimento nervoso. Efficaci poi le rappresentazioni della sperimentazione artistica che viene, in modo quasi commovente, rappresentata come parte integrante della vita dei protagonisti nella serie: il teatro out off, la violinista-performer Anna Maria (l’amore tormentato del protagonista Rodrigo) alcune citazioni che faranno sorridere gli addetti ai lavori: l’hipster-blogger-podcaster un po’ hype che, improvvisatosi giornalista, chiede all’anziano direttore d’orchestra (l’antagonista di Rodrigo) se la musica classica è morta dopo aver salutato il pubblico con la trasmissione di Analogique A e B di Iannis Xenakis.

Con leggerezza vengono considerati alcuni luoghi comuni che comuni non sono affatto per il grande pubblico. Quello che è importante è il desiderio da parte della produzione di condividere questi pubblicamente per affermare una semplice presenza: oggi la musica classica è più viva che mai e si nutre di vita. Questo è quello che interessa. Non stiamo gridando al capolavoro. Stiamo qui evidenziando un modo semplice di fare comunicazione attraverso un’opera di fiction lontana anni luce dalla pomposità retorica autoriale delle serie italiane. Mentre Amazon Studios e Netflix stanno rivoluzionando il sistema di diffusione e lo stesso linguaggio audiovisivo la vecchia televisione continua ad avere questa straordinaria capacità di trasfomare tutto ciò che è oro (la vita) in merda (la rappresentazione oscena della vita). Alla spettacolarizzazione dei fatti di cronaca e dei sentimenti, succede costantemente una loro banalizzazione e distorsione. Compito del servizio pubblico dovrebbe essere informarsi, comprendere e documentare creativamente. Mozart in the Jungle ci mostra che esiste quindi un modo leggero per avvicinare la Musica della Tradizione che non scada nella mediocrità di progetti politico-culturali urlati (con le finezze intellettuali di cui sono capaci, naturalmente) da una elite di illuminati. Si guardino questa serie, per lo meno, alla fine, avranno imparato a distinguere un oboe da un fagotto. Ma siamo certi che tutto questo rimarrà inascoltato per ancora molto tempo. Ed è giusto che sia così “se no, alla mediocrità di Stato chi ci pensa?